UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Siria: la guerra senza fine, nell’obiettivo di Giorgio Bianchi

In un libro di immagini e studi sul campo, il fotografo e documentarista Giorgio Bianchi ripercorre la storia più drammatica del Paese mediorientale. Che a un anno esatto dalla caduta di Bashar al-Assad è ancora in cerca di un futuro possibile

Si vede il profilo grigio della città di Homs – o, meglio, quello che ne resta – svuotata e così simile alla forma delle distruzioni nella striscia di Gaza, a cui ora siamo abituati. Ci sono poi i ritratti dei parenti dei soldati dell’esercito arabo-siriano – quello del presidente Bashar al-Assad -, caduti nei combattimenti contro l’Isis. Ancora: sotto un cielo basso di nuvole e polvere, le rive dell’Eufrate che hanno segnato il fronte dei violentissimi combattimenti tra le forze governative e il gruppo jihadista. Oppure, gli scatti dai “non luoghi” – dormitori, condomini, androni desolati – dove hanno trovato rifugio gli sfollati interni del complicato conflitto della Siria: una guerra intestina tra fazioni, ma in cui si sono confrontate per procura molte potenze straniere, e che tra scontri e tregue è proseguita per quindici anni. E si arriva alle fotografie del mirabile sito archeologico di Palmira uscito dalle distruzioni inflitte dai terroristi islamici – che, proprio nei pressi dell’antica città, nei giorni scorsi sono tornati a uccidere due soldati americani e un interprete civile. Quelle immagini di distruzione, però, vengono messe accanto a una visione di speranza: cioè il paziente lavoro dei restauratori nel museo di Damasco dove si cerca di recuperare le antiche testimonianze salvate da assalti e saccheggi.

Bianchi Siria
Una famiglia di sfollati in un dormitorio nella città di Tartous

Le “istantanee” appena raccontate sono alcune di quelle contenute in La guerra di SiriaOtto anni di studi e reportage sul campo (Meltemi, 160 pagine, 34 euro), libro del fotoreporter e documentarista Giorgio Bianchi che ha documentato il conflitto tra 2011 e 2019. Scatti potenti, veri, magnetici nella loro drammaticità; con i testi che li accompagnano, l’autore vuole restituire voce anche ai cattivi di questa storia. Come gli alawiti, il gruppo etnico da cui proviene l’oggi deposto Assad. Oggi sono a loro volta nel mirino della repressione, dopo l’ascesa al potere di Ahmad al-Shara’ – più conosciuto come Al Jolani. L’attuale presidente ad interim della Siria, già ai vertici dell’organizzazione terroristica Al Qaida, a fine 2024 ha conquistato facilmente con la sua “milizia di liberazione” le città di Idlib, Aleppo e Damasco. Adesso, da uomo della normalizzazione, tratta da pari a pari con un interessato Donald Trump, che dice di lui: «È un ragazzo giovane e attraente. Uno tosto. Con un forte passato…».

A un anno esatto dal cambio di regime in Siria (ricordiamo che nell’ultimo quindicennio si calcola ci siano stati almeno 600 mila morti, oltre sei milioni di sfollati interni e altrettanti espatriati), le tensioni sono tutt’altro che finite. Lo scorso marzo, c’è stata la feroce repressione contro la comunità alawita, con 1.500 morti; più di recente, in estate, il governo provvisorio è intervenuto negli scontri tra l’opposizione armata dei drusi e le tribù beduine nella città di Suwayda con un bilancio finale di circa duemila vittime.

Il teatro romano di Palmira, patrimonio dell’umanità devastato dall’Isis

«I grandi media hanno voluto riportare soltanto una parte della storia di questo Paese» è la netta posizione di Bianchi che risponde alle domande di Allosanfàn. «È quella che meglio si adatta alla narrazione delle forze in campo, gli Stati Uniti, la Russia, Israele e la Turchia. Per gli obiettivi economici e politici di questi protagonisti, ha fatto comodo identificare i ribelli anti Assad non come uno degli schieramenti dalle molte origini e dai tanti interessi, bensì come la formazione democratica, di opposizione al dittatore, che alla fine ha trionfato. Non è la verità».

Bianchi Siria
L’interno di un carro armato, nella zona di Idlib

Chi è Al Jolani, secondo la sua analisi?
«È stato scelto come garante, per ora provvisorio, di una nazione di fatto profondamente frammentata. Non possiamo dimenticare che il presidente Al Shara’ di oggi, ricevuto nelle cancellerie straniere, ha condiviso una detenzione per terrorismo nel campo di prigionia americano di Bucca, in Iraq, insieme con terroristi quale Al Baghdadi, futuro capo califfato islamico. E, sempre insieme a quest’ultimo, è stato liberato dagli stessi statunitensi in modo apparentemente inspiegabile. In seguito, nel 2019, Al Baghdadi è stato eliminato; Al Shara’, invece, adesso entra con tutti gli onori alla Casa Bianca».

Perché, mediaticamente, è così difficile raccontare una guerra senza scadere nella propaganda?
«Credo che un conflitto possa essere compreso solo da chi l’ha vissuto direttamente. E queste persone in genere, lo dico per esperienza diretta, non hanno nessuna voglia di rievocare la tragedia in cui si sono trovati immersi. Durante uno dei reportage in Siria, ero a cena a Damasco con una restauratrice del museo e con il suo compagno. Lui era un insegnante di musica che parlava perfettamente italiano, con accento genovese, perché aveva studiato al conservatorio Paganini del capoluogo ligure. Rientrato in Siria, aveva dovuto combattere tutti gli anni della guerra. Era anche critico con il regime di Assad, capace di analisi politiche profonde, però aveva anche militato nell’esercito governativo. E aveva visto morire moltissimi dei suoi compagni, coinvolto nella parte più cruda della guerra. Così, gli ho chiesto di fare un’intervista, convinto che sarebbe stato un punto di vista prezioso nel documentario che stavo preparando per la Rai e che – tra parentesi – è stato prodotto però mai messo in onda. Alla mia richiesta, l’ex soldato che fino allora era stato affabile si è subito irrigidito. E mi ha risposto: “Non rilascio interviste. Non voglio ricordare, ma soltanto dimenticare”. Non era paura la sua, ma appunto la convinzione che non poteva parlare delle sue esperienze con chi non le poteva capire perché non le aveva vissute. Ecco: un fotografo soffre sempre per l’immagine non scattata nel suo reportage. Quell’intervista mancata per me ha lo stesso valore. Al tempo stesso, proprio quel silenzio mi ha fatto comprendere molte cose della Siria in guerra».

Bianchi Siria
Una restauratrice nel museo di Damasco

Insomma, è impossibile tratteggiare una verità in una situazione intricata come quella siriana?
«Ci si può provare solo riconoscendo parità di voce alle entità in campo. È una questione di metodo. Come in un processo penale il magistrato coscienzioso ascolta le varie persone coinvolte dal reato – anche il colpevole -, così bisognerebbe procedere nell’approfondimento giornalistico. È un’approssimazione ai fatti difficile e faticosa, eppure è necessaria. Ma va in direzione opposta rispetto agli interessi di chi fa le scelte geopolitiche maggiori, da cui dipende anche l’informazione mainstream. E in questo meccanismo, la ricerca della verità non è prevista. In Siria come in Ucraina».

Tornando alla Siria, conserva una sua immagine-simbolo?
«Ripenso a quella bambina seduta su una sedia, fuori dalla classe di una scuola a Deir el-Zor, sull’Eufrate. Una zona dove avevano combattuto furiosamente reparti governativi e terroristi dell’Isis. Ho chiesto all’insegnante perché lei non facesse lezione con i compagni. Mi ha risposto che era l’unica sopravvissuta della sua famiglia, spazzata via un’esplosione mentre era in casa. La bambina veniva a scuola perché non aveva più nessuno, però non riusciva a entrare in aula perché non ce la faceva a stare in un ambiente chiuso: aveva paura di un altro scoppio. Così restava sulla sedia per tutto l’orario scolastico. Persone come queste, con vite vere, ovviamente non hanno rilevanza per chi oggi predica un nuovo riarmo che ci prepari alle prossime guerre. Di cui quella bambina superstite è un effetto garantito».

Ciò che resta della parte orientale di Deir el-Zor, dopo i combattimenti per rompere l’assedio a opera dell’Isis

Perché i suoi reportage di questo libro si fermano al 2020?
«Nessun media mi ha sostenuto in Siria con un servizio “commissionato”. E non me la sono più sentita di mettere a rischio la mia vita e le mie risorse per documentare una realtà con un prodotto informativo che, dopo, non avrebbe trovato una diffusione adeguata».

Che cosa cerca in una fotografia?
«Un singolo scatto, anche se valido, dice poco. Un racconto che si sviluppi attraverso varie immagini invece aiuta a capire. I miei reportage sulla Siria, probabilmente, sono ormai “mitologia”. Parlano magari di situazione che non esistono più. Tuttavia, credo che siano importanti come testimonianza per il futuro. Perché contengono il punto di vista a cui non è stato riconosciuto dignità. Al di là dei moralismi, che per i propri interessi devono sempre indicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato… Però, in geopolitica non contano queste posizioni, ma ciò che si può e non si può fare».

Un esempio?
«Erdogan. Il presidente turco che, con la sua visione di un ritorno alla grandezza neo-ottomana, è al centro di tutte le partite strategiche. Ha un disegno chiaro e lo persegue. Ha capito che in quell’area cruciale del mondo lui serve agli americani come agli israeliani, quanto ai russi. E fa pesare il suo Paese in Siria, come in Ucraina o in Libano. Certo è un dittatore; però, con tutti i suoi aspetti negativi, non ha paura di stare dentro la storia. Quello che non fa l’Europa, che ora vediamo tagliata fuori dagli Stati Uniti».

Bianchi Siria
Sul cellulare di un rapito dall’Isis l’immagine di un’esecuzione di prigionieri

Un recente dato sulla Siria sostiene che, con Ahmad al-Shara’ al potere, il clero islamico sta trovando nuovo spazio. Per esempio, c’è stato un aumento del 40 per cento delle scuole coraniche. Lei che destino prevede per la Siria?
«Se non imploderà per i suoi contrasti etnici, ci sarà una divisione di fatto per sfere d’influenza. Fra Turchia, Israele, Stati Uniti e la Russia in posizione secondaria. L’agenda sarà dettata dallo sfruttamento delle risorse e dalle opportunità di investimento. E a rimetterci, chi vuol tornare legittimamente a vivere un’esistenza degna e vuol decidere il proprio futuro, il popolo siriano».

Nella foto in apertura, una famiglia nella città vecchia di Homs. Qui la cover del libro di Giorgio Bianchi

Bianchi Siria

  • Giornalista, scrittore e fotografo, Mauro Querci ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui
I social: