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Allonsanfàn
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Per la strada con Stroszek di Werner Herzog

Un bel giorno nella prima metà degli anni Settanta, agli studenti che gironzolavano dalle parti dell’Obraz Cinestudio, leggendaria sala milanese, si manifestò il nuovo cinema tedesco. E il Neuer deutscher Film (o Junger deutscher Film, che dir di voglia) di fatto s’incarnò, per stazza artistica dei registi e per reperibilità di pellicole, in un triumvirato: Wenders, Fassbinder, Herzog.

Wim Wenders presentava affascinanti personaggi on the road che prendemmo per “americani” ma che forse erano Wanderer con imprinting nella letteratura di lingua tedesca – Peter Handke dette una mano a Wenders nel tradurre il Wilhelm Meister di Goethe in Falsche Bewegung (1975), gli angeli pietosi dal grande cappotto erano ancora di là venire per vegliare sui berlinesi d’adozione di tutto il mondo.

Rainer Werner Fassbinder incantava per la brutale e semplicistica sincerità e per la capacità di trasgredire ogni bon ton affidandosi alla lezione del racconto popolare, consistesse pure nel fare impossibili copia incolla da Douglas Sirk (vedi La paura mangia l’anima del 1974) o nel reinventare un multiforme teatro di denuncia, che disvelasse i meccanismi di sessualità e potere.

Stroszek
Werner Herzog nel 1991

E Herzog? Herzog boh. A me almeno parve un personaggio complicato e sfuggente. Mi arrivò contrabbandato attraverso le colonne sonore dei Popol Vuh, il gruppo cosmico di Florian Fricke. E poi: prima di riassumersi negli eccentrici docu e nella faccia da pazzo (vampiro) espressionista di Klaus Kinski – ai tempi, per me, Kinski era ancora western di serie B e mi stupisco a scoprire ora che il furioso Aguirre data 1972 – il cinema di Herzog si settò sulla camminata faticosa di una sorta di musicista di strada, quasi un homeless, un certo Bruno Stroszek, anch’egli attirato dal mito degli USA.

Siamo nel 1977: La ballata di Stroszek (in originale solo Stroszek) è forse il punto di giunzione tra Wenders e Fassbinder, va molto lontano nel corso di un tempo circolare e insieme riecheggia un personaggio geograficamente assai vicino al suo protagonista, il sottoproletario Franz Biberkopf di Berliner Alexanderplatz, il romanzo di Alfred Döblin che nel 1980 diventerà sceneggiato tv per mano di Fassbinder.

La trama del film. Stroszek esce di prigione, e dopo varie peripezie, insieme alla prostituta Eva (Eva Mattes!) e a un improbabile mentore, il vecchio Scheitz, approda negli Stati Uniti, dove però il sogno americano è da un bel po’ diventato incubo. Le praterie del Wisconsin varranno per lui, che è tanto puro quanto ingenuo, l’inospitale e buia Germania. Bruno fa il meccanico, Eva la cameriera, vivono in una grande casa roulotte, ma in un amen sono di nuovo per la strada. Eva torna a vendersi, e Stroszek, fallita una rapina, finisce suicida.

Stroszek è stato scritto e girato al volo da Herzog, modellando la figura del protagonista su Bruno S., attore improvvisato che nel film sovrappone la propria biografia a quella del personaggio – Bruno S. era già stato il selvatico Kaspar Hauser nella pellicola del 1974. Di più: il film nasce curiosamente come una sorta di indennizzo per lui, che all’ultimo momento era stato sostituito da Herzog stesso nel progetto del Woyzeck – il regista gli preferì un marziale e agitatissimo Kinski.

Guardatelo Stroszek (lo si ritrova da poco su Prime o facilmente in v.o. su YouTube): dopo, sarà meno difficile connettere tra di loro, come unendo i puntini di quel vecchio gioco enigmistico, i tanti diversi Herzog, filmati o scritti, che ci si sono presentati in questo mezzo secolo (continua).

A margine Il musicista Stroszek ha una postilla imprevista e maledetta nella storia del rock. La fama vuole che una delle estreme azioni della vita mondana di Ian Curtis (il  frontman dei Joy Division, impiccatosi il 18 maggio 1980) sia stata seguirne l’avventura in tv e (forse) “identificarsi” in lui.

Nella foto in apertura, Bruno S. ne La ballata di Stroszek

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