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Allonsanfàn
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Demoustier. Lo sconosciuto del Grande Arco: il Cubo, le Roi e l’Architetto

Si narra che Luchino Visconti volesse nei cassetti dei personaggi del Gattopardo biancheria coeva, anche se nessuna inquadratura sarebbe mai andata a frugarci dentro. Speriamo sia vero, l’aneddoto è troppo bello per sporcarlo con una realtà deludente.

Torna alla memoria quando l’architetto danese Otto von Spreckelsen (Claes Bang), protagonista del film Lo sconosciuto del Grande Arco, s’impunta affinché alcuni pezzi di quello che lui chiama il Cubo (il Grande Arche della Défense) siano costruiti come li ha progettati lui, anche nella parte che verrà interrata. «Ma non li vedrà nessuno», gli oppone con elasticità tutta mediterranea il collega Paul Andreu. «Dio sì», risponde, lui, nordico fino al midollo.

Il film di Stéphane Demoustier è uno e trino. È la storia del vincitore a sorpresa del concorso architettonico indetto nel 1983 dal roi soleil della repubblica francese François Mitterrand (Michel Fau), certo.

Ma anche dello sconvolgimento interiore di un danese granitico, semi-sconosciuto persino nel suo paese, un uomo che fino al giorno prima ha costruito casa sua e quattro chiese, che nel tempo libero va a pesca con la moglie e la barchetta a remi, e che tutto d’un tratto deve edificare un inno alla Francia.

Otto si ritrova catapultato nella Ville Lumière, ad affrontare una cultura completamente differente: un incantatore di serpenti come Mitterrand; la burocrazia francese, così simile a quella italiana; colleghi veloci di pensiero e navigati; oscuri trafficoni; persino tentazioni sessuali – in Italia, ça va sans dire – prontamente respinte alla mittente con rigore protestante.

Swann Arlaud, Xavier Dolan e Claes Bang in una scena del film

Soprattutto, Demoustier ci propone una riuscitissima riflessione sull’arte degli architetti, che proprio come quella dei registi è imbrigliata nel lavoro d’équipe: lo scrittore, il pittore fanno i conti solo con la pagina bianca, la tela. Un architetto no, deve mediare con il cliente, le maestranze, le leggi del paese dove opera, la politica.

Otto – è bravo Bang a renderne la monumentalità anche nel fisico e nella camminata lenta  si fa proteggere dalla moglie-mamma Liv (Sidse Babett Knudsen), personaggio romanzato a fini narrativi, più concreta, eterna sigaretta tra le labbra e piglio asprigno.

Cede alla proposta di Andreu (Swann Arlaud), che gli si offre umilmente come direttore dei lavori, nonostante sia già quello che oggi chiameremmo un “archistar”, ideatore a soli 29 anni dell’aeroporto di Roissy.

Viene seguito passo dopo passo da Jean-Louis Subilon, il consigliere del Presidente, personaggio ispirato a Subileau, all’epoca direttore della missione di coordinamento grandi opere, uno Xavier Dolan molto efficace nel renderne la personalità da Giano bifronte, un po’ burocrate senza sogni, un po’ sedotto dalla magnifica ossessione senza sconti dell’inconnue von Spreckelsen.

I veri guai iniziano quando Mitterrand perde le elezioni e diventa un’anatra zoppa, con un governo ostile.

Per quanto affetto da grandeur, macchiavellico, discusso, monsieur Le Président tuttavia è un uomo colto, sensibile, visionario. Lo stesso non si può dire dei suoi avversari politici, alle prese con un bilancio in rosso, che stringono i cordoni della borsa partendo da ciò che ritengono superfluo, il bello.

È qui che il corpo alto, svettante di Otto, il suo francese roccioso, i suoi improbabili sandali lo rendono ancora più alieno, in una solitudine esistenziale disperante.

È storia e non spoiler che sia morto prima di vedere terminati i lavori del suo-non-più-suo Grande Arche, che però per lui era un Cubo, e non è dettaglio da poco.

I bambini, che non conoscono ancora l’arte del compromesso, giocano da soli coi cubi e così costruiscono le loro meravigliose, libere città immaginarie. Un arco trionfale è roba da adulti, quando le illusioni sono perdute e per sentirsi vivi bisogna tentare di raccontarsi agli altri, a voce alta.

Nella foto in apertura, Claes Bang (Otto von Spreckelsen) e Michel Fau (François Mitterrand)

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