Nell’Europa dei primi anni Trenta, quando è ancora viva la memoria della Grande Guerra e covano sotto la cenere le braci che ne faranno scoppiare di là a poco una ancora più drammatica, su un treno di lusso bloccato in una remota zona dei Balcani viene ucciso a colpi di coltello un misterioso uomo d’affari di orgine statunitensi. Le circostanze di quell’efferato delitto sono così singolari da mettere in difficoltà un ex ufficiale della polizia belga, divenuto dopo la guerra un celebre investigatore, che casulamente viaggia su quel treno. All’uomo appare evidente che il colpevole di quel delitto può essere solo uno degli altri passaggeri. Tra loro c’è un italiano, divenuto cittadino statunitense, che lavora come rappresentante della Ford.

Apparentemente non ha un motivo per aver compiuto il delitto, anche perché non ha mai visto la vittima prima di quel viaggio, ma per il direttore della compagnia deve essere lui il colpevole: “He is an Italian, and Italians use the knife!”, afferma perentoriamente dopo che l’hanno interrogato. Né il celebre investigatore né il medico di origine greche che partecipa alle indagini obiettano su questo punto.
L’investigatore non crede sia stato lui, ma il suo giudizio non è poi molto diverso da quello dell’amico francese. Anche se l’arma del delitto è evidentemente un coltello, non gli sembra un “delitto latino”, ma un assassinio figlio di una mente “fredda, decisa e piena di risorse”, decisamente “anglosassone”.
Credo che ormai anche voi sappiate che l’assassino non è il ciarliero Antonio Foscarelli. Anche se non è del tutto innocente, non è comunque lui che ha architettato quel complesso delitto. Ha ragione Hercule Poirot: non può essere un focoso italiano a orchestrare quella vendetta, ma una donna non solo assolutamente wasp, ma anche “la più famosa attrice tragica americana del suo tempo”.
Peraltro nel 1935 i primi lettori italiani del celebre romanzo di Agatha Christie non si rendono conto di tutto questo. Perché il traduttore Alfredo Pitta, ben sapendo cosa poteva e non poteva scrivere per evitare la censura fascista, cambia i nomi e le nazionalità di alcuni personaggi, in particolare quelli di orgine italiana: il “cattivo” Cassetti diventa l’irlandese O’Hara e il povero Foscarelli il brasiliano Pereira e taglia pesantemente il dialogo di stampo lombrosiano che ho sopra citato tra Poirot e Bouc sulle caratteristiche criminali dei diversi popoli.
Solo nel ’70 Mondadori ripubblica il romanzo, sempre nella traduzone di Pitta, ma con i nomi “veri”, anche se rimane un errore. A un certo punto si fa riferimento come occupante dell’ultimo scompartimento a un fantomatico brasiliano, che non si capisce davvero da dove spunti. Poi nel 1974 esce il celebre film diretto da Sidney Lumet e il grande caratterista inglese Denis Quilley è un credibile Gino (cambia solo il nome) Foscarelli e su di lui “pesano” i pregiudizi di Bouc. Nel film di Kenneth Branagh il personaggio diventa il latino-americano Biniamino Marquez, perché evidentemente per il pubblico del 2010 sono loro che risolvono le cose con il coltello.
Solo nel 1987 Mondadori affida a Lidia Zazo di ritradurre il romanzo e non solo i personaggi prendono i loro nomi originali, ma finalmente i lettori italiani possono entrare nei pregiudizi europei degli anni Trenta, quando “l’uso di coltelli è solo di certe etnie”, come dice il sindaco di La Spezia, pardon il direttore della compagnia dell’Orient Express.
Nella foto in apertura, Poirot risolve il mistero nel film di Sidney Lumet
- Luca Billi ha pubblicato il romanzo Anything Goes (Villaggio Maori Edizioni). Anything Goes è anche uno spettacolo teatrale. Per tenersi informati, qui



