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Allonsanfàn
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Óliver Laxe. Sirāt e il deserto che finisce con noi

Preparazione di un rave nel deserto marocchino. Grandi casse acustiche e molta sabbia. Tra vecchi freak amputati e ragazze distinguibili solo dai tatuaggi, compare un signore spagnolo (Sergi Lôpez, invecchiatissimo!) e il suo bambino. Sono in cerca della figlia/sorella che non è proprio scappata (niente Chi l’ha visto?) ma semplicemente she’s gone AWOL.

Ovvero: tutto normale nei primi venti minuti di Sirāt i quali brontolano inquietudine insieme al ruglio dell’onda invisibile della tecno. Ma poi: il rave viene bloccato dalle autorità militari e i due spagnoli scappano via e si uniscono, forse improvvidamente, a un gruppo di raver (sono tutti buoni diavoli peraltro), diretto a un’altra misteriosa festa.

Sirāt incomincia davvero. La ricerca, ma chiamiamola pure quest, nobilitandola, a poco a poco si identifica con il viaggio stesso. E il viaggio è/diventa l’attraversata di un deserto (vero ma pure tendente al metafisico) che non finisce mai. O che finisce sui limiti umani, terminando insieme alla vita stessa. Il deserto ispira e ospita la mattanza cui noi tutti – anche senza tatuaggi e privi di buoni allucinogeni – siamo destinati. A spanne, direi che si muore con un bang e non con un whimper.

Sirāt Óliver Laxe

Sirāt è un film che fa paura come Le salaire de la peur di Henri-Georges Clouzot, allarma come gli antichi viaggi di Werner Herzog e irride come bambinate tutti gli Interceptor del mondo. Firma Óliver Laxe, attore e regista spagnolo, che ha girato per scelta estetica in 16 mm, e si è portato a casa il Premio della giuria a Cannes78. Sacrosanto.

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