Anche in Sentimental Value c’era una casa, molto carina, per parafrasare Sergio Endrigo, e il regista Joachim Trier ci dice subito che il contenitore di vite per eccellenza è senz’altro uno dei personaggi principali del suo bellissimo film.
In questo caso, su a Nord, siamo in Norvegia, è una tipica dimora in legno, crepe strutturali e prato tutto intorno, nella quale s’è dipanata la pellicola che riguarda la famiglia di Gustav Borg (Stellan Skarsgård), specie di Ingmar Bergman più estroverso e piacione, arrivato al traguardo dei settanta con una decina d’anni di inattività, una sceneggiatura finalmente pronta e molte assenze con le due figlie ormai adulte.

La primogenita, Nora (Renate Reinsve) – Ibsen di sicuro c’entra qualcosa con la scelta del nome – è un’affermata attrice teatrale, soffre d’attacchi di panico che a stento non inficiano il suo lavoro e con il totem paterno non ha mai fatto pace, da quando l’uomo, una mattina, salì sulla station wagon e s’allontanò da casa, divorziando dalla moglie.
Sua sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che pure da bambina era stata attrice prodigio in uno dei film del padre, sembra invece più pacificata, ha scelto un lavoro normale, s’è sposata ed è madre di un delizioso bimbetto.
Al funerale della madre, tra dolcetti, amici e ricordi come usa lassù, compare a sorpresa, dopo anni, proprio Borg, rimasto l’uomo di sempre: seduttivo, leggero, tutto preso da se stesso. «Vostra madre era bellissima», è la frase con cui rompe il ghiaccio e insieme, liquida la faccenda, quasi la donna fosse solo un fantasma da passato remoto.
Ma Nora non ci sta: si porta addosso ferite laceranti che la rendono incapace di gestire una relazione sentimentale, una convessità verso il mondo che le costa solitudine interiore e sofferenza profonda, vigilata con tenerezza e apprensione dalla sorella minore.

Anche per questo, rifiuta con fermezza la proposta paterna di recitare la parte da protagonista nel film autobiografico che lui ha scritto. No problem, almeno in apparenza, l’egotico Borg risolve la faccenda con un colpo di scena: il ruolo sarà della grande star americana Rachel Kemp (Elle Fanning), una specie di Emma Stone in pieno innamoramento per l’Europa e i film d’autore. Non ci vorrà molto tempo perché la giovane donna s’accorga, naive sì, ma intelligente, di essere la terza incomoda tra il grande regista e sua figlia.
Già Grand Prix al Festival di Cannes, una pioggia di premi ai recenti European Film Awards, in fortissimo odore di Oscar come migliore film straniero – e noi facciamo il tifo per lui – Sentimental Value è una riuscitissima disamina dei rapporti famigliari.
Fin troppo scontato, ma inevitabile, dire “bergmaniana”, ma c’è qualcosa anche del Woody Allen di Interiors e un tocco scabro che ricorda John Cassavetes, nelle riprese a freddo, scaldate da prove d’attori fenomenali, non solo quella di Skarsgård, bravissimo nel passare dal registro disinvolto, autoreferenziale, a quello crepuscolare e senile, ma anche quelle di tre attrici che rendono al meglio lo sforzo sempre teso verso una comunicazione autentica, costi quel che costi. Proprio qui, nella direzione degli attori, Trier non somiglia a nessuno, è contemporaneo, toccante senza nulla di lezioso.

La riflessione, ovviamente, tocca il mondo della creatività artistica e i pegni da pagare in termini sentimentali: anche il nonno di Trier, Erik Løchen, era un regista, così come la madre, Hilde Løchen Trier.
Joachim, insomma, maneggia una materia che conosce bene, con grande sensibilità e familiarità, e seppur non suggerisce alcuna scorciatoia verso l’happy end, ci regala tuttavia una bellissima idea: che ciascuna famiglia accetti di usare il proprio linguaggio per dirsi attaccamento, dolore, bisogni e chiedersi scusa.



