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Allonsanfàn
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Volpe. L’ultimo turno dell’infermiera Lind

Nelle corsie ariose e pulite di un grande ospedale svizzero, dove in ogni stanza ampie vetrate esibiscono una città sfavillante di luci, si aggira la solita umanità dolente di anime e corpi. Anziani confusi e malmessi, malati di tumore senza più futuro, pazienti alle prese con organi scassati o valori vitali alla deriva. Corsie che si rivelano ben presto trincee di guerra dove l’esito finale è, al meglio, incerto.

In mezzo, soldatino efficiente e affannato (l’ospedale, pur nella invidiabile svizzerosità,  è sotto organico), si aggira frenetica la giovane infermiera Floria Lind, con l’ansia e la gentilezza inchiodati nello sguardo, inseguita – nei suoi gesti e passi frettolosi – da brevi e  concitati piani sequenza, nei quali, per interminabili minuti (più densi di tensione di un action movie) lei apre e chiude armadietti dei farmaci; riempie innumerevoli siringhe; trascina con sé il carrello delle terapie; chiede la scala del dolore a ogni malato (“da 1 a 10 quanto le fa male?”) e somministra antidolorifici; infila e si sfila i guanti; si disinfetta le mani; misura la temperatura; risponde alle telefonate dei familiari; scambia rapide istruzioni nei corridoi con l’unica altra collega; pulisce anziane incontinenti; cambia pannoloni; solleva malati corpulenti; porta il tè a collerici manager che, nel reparto solventi, trasformano la paura della fine in aggressiva arroganza.

Le giornate di un’infermiera sono il tema del film L’ultimo turno di Petra Volpe (selezionato  in patria per l’Oscar 2026) , che si svolge tra vita, morte, malattia, dolore, domande angosciate appese a una crudele incertezza.

ultimo turno

Non succede niente di speciale, a voler ben vedere, l’intera struttura del racconto è fatta di questo inarrestabile accumularsi di emergenze. Ci saranno i sommersi e i salvati, come nella vita, certo, ma qui tutto è accelerato da un tempo impietoso che deforma i corpi, rosicchia gli organi, restringe in ognuno “l’orizzonte degli eventi”: ce la farò? Quando esco di qui? Quando arriva il medico?

Ma il medico non arriva, fugge verso l’uscita dopo una giornata da incubo, lasciando nello stesso maleficio un anziano in attesa del verdetto, che si aggira come un fantasma senza pace fermando la nostra eroina Lind; che la risposta la sa, perché quel vecchio signore è condannato, ma non può dirglielo lei, e quel suo tergiversare addolorato diventa uno dei momenti più struggenti del film.

Ce ne sono altri di momenti analoghi, in cui il ritmo forsennato si placa per qualche minuto, aprendo piccoli varchi nelle storie dei pazienti. Poche parole tra infermiera e assistiti, qualche sorriso, un tocco lieve di mano, uno scatto di nervi a malapena trattenuto. Forse con qualche lirismo di troppo, un accenno di buonismo qua e là, la tentazione di una morale – seppure senza enfasi – tra un caso clinico e l’altro.

Ma è soprattutto negli occhi di Lind (una bravissima Leonie Benesch, quella di La sala professori) che passano l’emozione e la tensione del film, occhi che si dilatano nell’ansia, si ingentiliscono nella compassione e nella premura, si restringono nella rabbia, tremano nell’avverarsi di un errore o di una manchevolezza.

Così, al termine di quei 92 minuti, tiriamo anche noi un sospiro di sollievo. Perché alla fine siamo diventati Lind, e ce l’abbiamo fatta, la notte è passata, se la morte si è portata via qualcuno non è stata colpa nostra, abbiamo fatto davvero il possibile, abbiamo anche noi una vita imperfetta che ci reclama prima che, al prossimo calare del sole, le vite degli altri ci attirino in quel vortice spaventoso e magnifico dove tutto perde senso e tutto lo riacquista.

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