Questo ultimo (ma davvero sarà l’ultimo?) libro di Julian Barnes, Partenze (Departures), parte come un saggio arguto sulla IAM ovvero l’Involuntary Autobiographical Memory: una faccenda identitaria già nell’acronimo I AM (io sono), che richiama letterariamente l’ovvia madeleine di Marcel Proust ma anche incidenti mnemonici da pronto soccorso, come un “furioso assalto di vertiginose IAM indesiderate”.
Ma poi: Partenze si definisce come un testo ibrido e erratico (perdonatemi i due consunti aggettivi), laico e umanissimo, colto e garbatamente ma fermamente battagliero, sul tempo che passa e il modo in cui lo ricordiamo, sulla morte e sul fatto incontrovertibile che non abbiamo ancora “scovato parole giuste e adeguate alla natura più umile di una vita post-tragica”.
Si pensi, dice Barnes, a come siamo inermi e commoventi di fronte a una disgrazia, denunciandone ingenuamente il rapporto con una nostra eventuale malvagità o bontà (e non vedendo che è semplice statistica).

Ancora: Partenze è un memoir sulla vecchiaia di Julian Barnes alias Jules, proprio lui, tra i settanta e gli ottanta di età, abbastanza malato ma non troppo stanco, e sugli amici vivi o morti “di un tempo e di un luogo”, incominciando da una giovinezza stereotipata a Oxford negli anni delle droghe (mai prese) e del sesso (poco praticato).
La conclusione sarà forse “che la vita e la memoria possono essere […] talmente bislacche”, mentre lo scrittore londinese ricompone, facendone lo scheletro narrativo del libro, la vicenda sentimentale di due ex sodali, Stephen e Jean, che si lasciano da ragazzi e si sposano da anziani, avendo Barnes come renitente testimone o come forzato fan dell’unione, e per alleato un mordace ma saggio jack russell felicemente poco portato per l’ontologia.
Ormai abbiamo chiaro che il contrario delle “partenze” del titolo è il curioso vagabondare intellettuale di Barnes, che si avventura tra le forme assunte dalla memoria per restare vita e per reinventare vita sia nelle parole di un romanziere sia in quelle di un uomo comune.
Comunque. La terza delle cinque parti di Partenze si è aperta su una biopsia – ecco perché questo potrebbe essere il libro estremo di Julian Barnes. La diagnosi è un cancro del sangue. Un cancro “gestibile”, gli dicono, cioè gestibile fino alla morte – proprio come la vita stessa, commenta lo scrittore. Che specifica subito con occhio smagato: “L’atteggiamento mentale – contrariamente a quello che ci piace pensare – non fa alcuna differenza nell’esito di un tumore”.
Ecco: va precisato, di questi tempi. Partenze è un testo fatto di intelligenza e ironia, spunti e citazioni letterarie, considerazioni pratiche e filosofiche, che nulla ha a che fare con la cosiddetta “letteratura del dolore”, quella spicciola, almeno, che vediamo sparsa tristemente sugli scaffali delle nostre librerie.
Il cancro del sangue poi, più di altri legati a nostri nocivi comportamenti, “è solo l’universo che fa il suo mestiere”, afferma Barnes. Che, quando parla della morte, della fine di tutto, non crede a alcuna forma di redenzione, e non l’ha mai creduta nemmeno per i personaggi dei suoi romanzi che lascia volentieri in mezzo alla strada delle umane possibilità. In Partenze, semmai, recupera o costeggia i temi già affrontati con crudezza nelle pagine di Livelli di vita (Einaudi 2013) dedicate alla moglie Pat Kavanagh, scomparsa per un tumore al cervello nel 2008, oppure nel recente e nitido saggio-memoir Niente paura (Einaudi 2022): niente paura per la morte, appunto, e anche tanta paura, ma davvero niente cupezza e niente angoscia, e soprattutto zero enfasi (vedi il link qui).
“È stato tutto molto interessante” dice a un certo punto Julian-Jules Barnes al termine del suo pacato tour de force (ossimoro) e il lettore, cioè io, non può che dargli ragione cogliendo l’autenticità del discorso, perché tutto quello che ha raccontato Julian-Jules Barnes riguarda anche lui, cioè me, cioè noi tutti.

A margine Traduzione sorvegliata, come la prosa dello scrittore inglese, di Susanna Basso. Disegno incisivo in cover di Guido Scarabottolo. Aggiungo un ricordo personale: rivedo come fosse ieri Julian Barnes e il suo viso, bellissimo e scosceso, l’elegante nuvola di understatement che ne raccoglie i modi e la loquela, durante un appuntamento al festival della letteratura di Mantova. Era il lontano 1999 e gli faceva da spalla, cercando di capire chi era l’uomo dietro i libri, un amico scomparso a cui voglio sempre molto bene, il giornalista e critico Pietro Cheli.



