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Allonsanfàn
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La scelta di Joseph. 77 minuti in auto con Vincent Lindon

La trama (dal pressbook): “Joseph Cross sembra uguale al suo lavoro. Solido come il cemento che gestisce in grandi cantieri edili. Sposato, con due figli, la sua vita è perfettamente organizzata. Ma una sera, dopo una chiamata inattesa, lascia tutto, sale in auto e si mette in viaggio sull’autostrada verso un ospedale. Solo, al volante, deve prendere una decisione che potrebbe cambiare per sempre la sua esistenza…”. Ah già, siamo in Francia, a un passo, quasi un passo, da una Parigi che pare lontanissima.

Ma rimettiamo la prima e ripartiamo dal nome del protagonista. Joseph come Giuseppe, il padre putativo per antonomasia (e forse c’è un perché). Cross di cognome, con una mica tanto criptica allusione alla croce di Cristo. Si chiama così il personaggio (unico) di Le Choix, che in italiano, forse per aggiungere appeal commerciale, alludendo a un altro film che proprio non c’entra niente, si intitola La scelta di Joseph.

Ma sì: lo abbiamo già visto quest’uomo una dozzina di anni fa, nella versione inglese (originale) della sceneggiatura di Stephen Knight, allora si chiamava Locke (che riportava semanticamente a una soffocante “chiusura” o addirittura a un rigoroso filosofo?) e la faccia stravolta dalla tensione di Tom Hardy.

Nella cover francese firmata dall’esperto Gilles Bourdos, Joseph Cross/Locke è un Vincent Lindon più maturo anagraficamente: anche lui regge da solo e benissimo lo schermo, mentre guida verso l’ospedale, dove una donna sta partorendo, e intanto si lascia alle spalle il lavoro, vale a dire una maestosa e complicata colata di cemento per cui tutti lo reclamano in quanto esperto e meticoloso professionista.

Il terzo luogo dove Joseph Cross è atteso (invano?) sarebbe proprio casa sua, dove la moglie e i due figli lo aspettano ignari dei suoi travagli per guardare la partita della Francia, casa che al momento sembra il più irraggiungibile e imperfetto dei rifugi.

Pure noi spettatori siamo, come lui, senza rifugio. Siamo infatti concentrati su Lindon in croce ripreso per 77 minuti di guida e di telefonate frenetiche o accorate dall’auto, sono le chiamate che incrociano in un quasi thriller psicologico tutti i suoi problemi esistenziali…

Vincent Joseph
Vincent Lindon in Le Choix

Ecco. Lindon guida verso Parigi determinato a non sbagliare la sua scelta percorrendo una periferia sterminata e impersonale che pare aver perso ogni cognizione di umana abitabilità. Sembra ancora più solo, tutte le volte che l’auto è inquadrata dall’alto, tutte le volte che la telecamera abbandona il primo piano del suo viso di pietra, da grande attore francese, gli occhi segnati che guardano la strada, o si controllano per un attimo nello specchietto, le labbra tirate come una dolorosa ferita.

La scelta di Joseph mette in circolo meno adrenalina dell’originale inglese, che era diretto dallo stesso Knight, ma conferma in pieno il paradosso di Vincent Lindon. È un signore di origine altissimo borghese che per il cinema è diventato l’emblema della classe operaia o della gente che lavora davvero in terra di Francia (vedi la trilogia di Stéphane Brizé) oppure, se preferite, l’incarnazione dell’uomo giusto che sa sempre prendersi le sue responsabilità, come accade al padre che non rinnega il figlio in Noi e loro di Delphine e Muriel Coulin. In ogni modo, state tranquilli, tutti. Viaggiate pure con lui. Neppure qui Vincent Lindon delude.

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