Il saggio di Alessandra Antola Swan analizza la rappresentazione fotografica del dittatore attraverso il Ventennio. E la studiosa italo-inglese racconta a Allosanfàn il suo approccio originale ed efficace per analizzare come il personaggio più controverso della nostra storia ha costruito la sua icona
In modalità «cavaliere issato su un destriero», mentre alza verso il cielo la Spada dell’Islam offerta a lui, il vero fondatore dell’Impero. Oppure in un ritratto a petto nudo, che miete il grano durante la celebre Battaglia per l’autarchia alimentare del 1938. Ma anche in uno scatto apparentemente privato della fotografa Ghitta Carell, che lo ritrae in una dimensione pensosa, virile ma pacata, rassicurante; ricorda un’immagine di un altrettanto abile costruttore del proprio personaggio qual è stato Gabriele D’Annunzio. E in questo itinerario iconografico si risale fino ai ritratti del duce da bambino, diffusi nel circuito mediatico: ostenta già uno sguardo volitivo, il mento tenuto ben dritto a esprimere la determinazione di un destino da capo assoluto.

Sono alcuni – illuminanti – esempi analizzati dal saggio Fotografare Mussolini della storica Alessandra Antola Swan, appena pubblicato da Meltemi, 406 pagine, 25 euro. Un libro dall’approccio contemporaneo perché «decostruisce» l’immagine dell’autocrate del fascismo per tracciare non la biografia dell’uomo, ma quella della sua iconografia, cruciale nell’affermazione del consenso pubblico. Riflettendo su quanto oggi sia importante l’elaborazione dell’icona di un politico (oggi, Donald Trump su tutti), si intuisce anche l’attualità di una simile impostazione.

L’autrice si colloca tra due mondi: italiana di nascita, ha frequentato la Royal Holloway – University of London e in Inghilterra vive e conduce i suoi studi da circa 25 anni. Ci voleva una specialista che conosce storia e carattere dei suoi connazionali e, al tempo stesso, svolge una ricerca libera da ideologismi per maneggiare una materia che ancora divide come il Ventennio, analizzandone i meccanismi della propaganda. Perché, scrive Antola Swan, le immagini sono «oggetti costruiti, strumenti di persuasione, e media tattili creati per comunicare valori». Mussolini controllava infatti in modo formidabile la propria immagine, sia direttamente sia attraverso i vari organismi del fascismo per la divulgazione, la sorveglianza e la censura – l’Istituto Luce (acronimo de L’Unione Cinematografica per l’Educazione e il Minculpop, ovvero il Ministero della Cultura Popolare).
Il saggio si articola attraverso 400 pagine, eppure ha una struttura agevole anche per i «non addetti ai lavori storici». Ecco che l’autrice prima enuncia ciò che va a verificare e dimostrare e in questo procede nelle pagine successive. Fondamentale, ovviamente, il corredo iconografico del volume. Le fotografie del duce che hanno cementato il suo potere sono state moltissime (per dare un’idea della complessa elaborazione del mito mussoliniano, Antola Swan ha censito circa 320 biografie dell’«uomo della Provvidenza», limitandosi al periodo 1922-1932). Un’immagine che è stata dunque pervasiva, eppure mai ripetitiva. Al contrario, si è evoluta e la studiosa la evidenzia e, efficacemente, la segue.

Dalla contea inglese del Surrey, dove vive, dialoga con Allosanfàn per approfondire la rappresentazione del dittatore italiano.
Perché un libro su questo aspetto di Mussolini?
Non significa fare l’ennesimo libro «su di lui», magari illustrato, ma capire come un regime costruisce il consenso e come le immagini possano trasformare un leader in un mito politico. Certo, si tratta di un tema che divide, sì, ma proprio per questo è importante affrontarlo con strumenti critici, non con reazioni emotive, tifo o nostalgia. L’immagine del duce, arrivata direttamente dalla fonte propagandistica, spesso continua a essere considerata in modo letterale, perfino acritico. Invece l’obiettivo di Fotografare Mussolini è imparare a leggere meglio non solo il passato, ma anche il presente. In un mondo in cui siamo immersi nella comunicazione per immagini, proprio per il taglio divulgativo del volume, ce n’è bisogno.
Quante immagini di Mussolini circolavano durante il Ventennio?
Tra il 1927 e il 1940 circa il 20 per cento dei cataloghi fotografici dell’Istituto Luce era dedicato a Mussolini. L’attuale Archivio Luce conta circa 12 mila unità digitalizzate, a cui si aggiungono numerosi altri archivi. Considerando ristampe e ripubblicazioni, si può parlare di decine di migliaia di immagini prodotte e centinaia di migliaia di copie circolate.

Come evolve l’immagine del duce durante il regime?
L’icona si costruisce in modo graduale e sempre più sofisticato, con la fotografia come strumento di legittimazione politica. Dalle prime immagini di giornalista e soldato fino appunto all’icona «cesàrea» del capo a cui si ubbidisce, è una rappresentazione che si adatta ai contesti ma mantiene tratti fissi: postura, sguardo, mascella, le inquadrature studiate e i ritocchi che ne potenziano la figura. Nella memoria collettiva diventa così mito, amplificato dalla ripetizione.
Tre immagini-simbolo dell’«uomo della Provvidenza»?
Penso a un’effigie monumentale e inquietante del suo volto, come quella che appare nella gigantesca struttura appoggiata sulla facciata del Duomo di Milano. È una fotografia del 1933. Il ritratto ha occhi sbarrati, fronte alta, mascella serrata. Una vera «stenografia visiva». È stata una spettacolarizzazione studiata, con l’utilizzo sapiente della luce che di notte drammatizza le forme. Non solo: c’è un politico che, simbolicamente, si appropria di uno spazio sacro come il sagrato della cattedrale. Un potere che domina su un altro.
C’è poi l’immagine deI corpo «svestito». Mussolini in costume da bagno, virile e a torso nudo sul bagnasciuga di Riccione con accanto, in camicia e cravatta e giacca sul braccio, iI cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss. Qui si crea un contrasto stridente, a tratti paradossale, in cui il dittatore s’impone come un divo. Epperò mostra anche un tratto popolare, perché frequenta la spiaggia, come un qualunque italiano. È un ritratto moderno, veloce, di comunicazione immediata. Al contrario, il politico straniero appare goffo, arranca sotto il sole: è l’esponente di un mondo vecchio.

Infine, voglio sottolineare come in molte fotografie, soprattutto tra anni Trenta e Quaranta, non ci sia neanche bisogno che iI duce appaia. Basta un profilo, uno scatto di spalle, addirittura un podio vuoto per manifestare la presenza di Mussolini. La costruzione della sua icona è compiuta.
C’è stato un fotografo di riferimento per il capo del fascismo?
A differenza di un dittatore come Adolf Hitler che si avvaleva esclusivamente di Heinrich Hoffmann, Mussolini utilizzava vari professionisti, in base alle circostanze che andavano raccontate. C’è il fotografo d’apparato, come Spartaco Appetiti dell’Istituto Luce. È un autore di scatti ufficiali, per esempio con il duce in parata o alle inaugurazioni. C’è poi il fotoreporter che si muove anche dietro le quinte come Adolfo Porry Pastorel, con uno stile anticonvenzionale. Sue, immagini «dinamiche» come quelle della Marcia su Roma e della Battaglia del grano, o durante la visita di Hitler nel 1938. In questo caso, battè clamorosamente tutti i colleghi nell’invio ai giornali della documentazione visiva dell’evento. C’è poi una ritrattista da studio come Ghitta Carell, che è stata preziosa per costruire la figura meno militaresca e più intima di Mussolini. E lo avvicina a chi lo guarda.
Lei ha fatto anche una significativa scoperta nel corso delle sue ricerche...
In un mercatino della Liguria, sono riuscita a trovare il Bollettino Fotografico Luce del 1942. Oggi è l’unica copia che si conosca e lo considero un mio piccolo scoop. Si tratta di una brochure commerciale con elenco e prezzi delle foto ufficiali. Su 50 immagini, 41 sono dedicate al duce, e soltanto nove ai vari esponenti di casa Savoia. Ha la logica di catalogo: è un primo passo verso il «brand Mussolini», antesignano del direct marketing. La sua immagine addirittura si può vendere ai giornali. È un tipo di documenti ancora poco studiato, invece è molto significativo. Il regime trasforma l’immagine politica in bene riproducibile e vendibile, intrecciando ideologia, consumo e reti economiche.

Nel libro lei parla di «persuasione per associazione», in che senso?
Il regime sfrutta emozioni e simboli forti, trasferendoli sulla figura del duce: bandiere, religione, modernità tecnologica. Mussolini viene ritratto in moto, la sua Guzzi Falcone Sport 500. E poi in aereo, in automobile: situazioni che ne enfatizzano il carisma e anticipano forme primitive di marketing politico.
Il dittatore che diventa un testimonial.
Sulle pagine delle riviste Mussolini viene avvicinato alle pubblicità. Una promozione subliminale che funziona. In alcuni casi, famoso quella dei Baci Perugina, ha elogiato apertamente il prodotto. Il leader che con il suo ascendente moltiplica l’impatto di un brand.
Mussolini è il comunicatore più efficace del suo tempo?
È il primo dittatore moderno a usare in modo sistematico i media: un leader performativo che trasforma la politica in rappresentazione permanente.
Oggi, l’immagine è diventata ancora più importante nella politica…
È diventato essenziale distinguersi, colpire l’immaginario, restare impressi. Tecniche basate su slogan, ripetizione ed effetto emotivo – che Mussolini ha adottato in modo pionieristico secondo logiche affini alla pubblicità – nell’epoca digitale risultano ancora più sofisticate e pervasive. Certo, l’immagine da sola non basta, occorrono anche messaggi: ma il suo soft power è cruciale per dare riconoscibilità a un leader. Adesso ci sono Donald Trump e Vladimir Putin. Ma in passato pensiamo anche a Barack Obama che gioca a basket o, tornando al secolo scorso, a Mao Zedong che nuota nel fiume Yangtze.

Ma la fotografia, nell’odierna costruzione di un’icona politica, non viene soppiantata dalla comunicazione video?
Io concordo con Susan Sontag quando scrive: «Le fotografie possono essere più memorabili delle immagini in movimento, perché sono un taglio netto nel tempo, non un flusso». Congelano nella memoria il significato di un momento. Si pensi ai meme o a un semplice screenshot. Da studiosa di storia, mi piacerebbe approfondire anche con chi si occupa di neuroscienze come si forma e agiscono queste figure mentali.
La parabola dell’immagine di Mussolini si conclude con un contrappasso. Ovvero l’esposizione del suo corpo, appeso a piazzale Loreto.
Lui che è sempre stato rappresentato in modo forte e assertivo, ritratto a testa in giù, in una posizione di definitiva debolezza. Coincide con l’inizio dela «dannazione della memoria» della sua figura. Ma io credo che non saper leggere queste immagini e lasciarsi soltanto impressionare sia un rischio: paradossalmente le rafforza, diventano totem. Viviamo in un’epoca post-fotografica, ma siamo al tempo stesso visually illiterate, ovvero analfabeti per ciò che riguarda il contesto visuale. Guardiamo ma non sappiamo interpretare. Da un punto di vista metodologico, poi, anche molti miei colleghi continuano a non considerare le foto come fonti documentali. Valgono più come illustrazione di un fatto, che come elemento da studiare.
Ma Mussolini sapeva fotografare?
Come diceva Galeazzo Ciano era «un giornalista a 8 colonne». Perfettamente conscio della forza dell’immagine e capace di sfruttarla. Nonostante questo, a differenza per esempio di Vittorio Emanuele III, non scattava fotografie. Per il suo personaggio, d’altra parte non doveva tanto stare dietro l’obiettivo, ma di fronte.
Nella immagine in apertura, ritratto monumentale di Mussolini sulla facciata del Duomo di Milano nel 1933. L’immagine fu pubblicata anche sulla Rivista Illustrata del Popolo d’Italia (13-11-1933). Archivio Storico Fotografico AEM, Fondazione AEM – Gruppo A2A, Milano. L’immagine risale probabilmente alla fine degli anni Venti. Il Duomo, simbolo di Milano, diventa lo sfondo di un’immagine che amplifica il potere e la centralità del regime fascista



