Scritti da Giuseppe Montesano in fasi diverse, ma tutte nel corso del 2021, ovvero l’anno centrale della pandemia, Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte? (Verona, estate 2021), Le voci di Dante (Ravello, Natale 2021), Il fuoco sapiente dei Greci (Veleia, estate 2022), queste tre “brevi riflessioni” diventano uno spettacolo unitario due anni dopo, nel 2023.
Da allora, innumerevoli repliche, in giro per il Belpaese. Lo scorso weekend al Teatro Comunale di Ferrara, ora a Napoli. Parliamo di Tre modi per non morire con Toni Servillo. Un palco, un leggio, un microfono e uno sfondo che cambia colore tre volte, avvolgendo il pubblico in un crescendo musicale o nel semplice silenzio, più profondo del mare, più lontano del cielo. Il profilo dell’attore come un’ombra cinese, interroga più delle parole. Già tanto pesanti.
Si comincia parlando con Baudelaire, che Montesano, con Giovanni Raboni, conosce bene, avendone curato il Meridiano per Mondadori. Lo sfondo sarà rosso. Servillo incalzante, come la modernità, che il poeta francese ha attraversato tra i primi, intuendone gli eccessi. Dall’inferno delle merci alle lusinghe di un progresso incapace di mantenere le proprie promesse. Sarà solo la bellezza a poterci salvare, ripete Servillo-Baudelaire come un mantra, con mille sfumature diverse della voce. E la brandisce come un’arma, dialogando con la sua musa e amante. Quella Jeanne Duval in cui si è rifugiato, alla ricerca di un antidoto al “male di vivere”. E allora “Monsieur Baudelaire quando finirà la notte?” si chiede sconfortato. “Finisce quando leviamo l’ancora e partiamo verso l’ignoto”.

Forse è l’Inferno, raccontato da Dante qualche secolo prima nel Terzo Canto della Divina Commedia. Il fondo diventa blu. L’attore per qualche attimo torna a essere solo una macchia nera, ma dai contorni netti. Eppure siamo nel girone degli Ignavi, coloro che corrono senza alcun risultato nel vestibolo dell’Inferno. Rifiutati dai Beati, ma anche dai Dannati, tanto che sembra proprio che siano i peggiori di tutti i disgraziati. Si tratta di un gruppo enorme. Gente che ha vissuto senza infamia e senza lode. Oggi la potremmo identificare con la cosiddetta maggioranza silenziosa. Che il testo contrappone a Paolo e Francesca (nel girone dei Lussuriosi) e ad Ulisse (collocato tra i consiglieri fraudolenti). A modo loro salpati per l’ignoto, chi per l’ansia di conoscere, chi per amore.
Ma le nostre origini sono ancora prima. L’ultima tappa si apre su di un bianco accecante. E sul silenzio. Siamo davanti al “fuoco sapiente dei Greci, ai nostri inventori” recita Platone-Servillo, indicando il pubblico, tutti noi. La narrazione cambia registro. Cambia la lingua, che alterna italiano e dialetto napoletano. I riferimenti e le battute si immergono totalmente nel nostro presente. Eppure siamo nella caverna di Platone, dove davanti agli schermi dei nostri smartphone, scambiamo le ombre per la realtà, incapaci di sollevare lo sguardo e provare a ribellarci all’assillante e pervasiva onnipresenza del capitalismo digitale.
Se nel 1977 – quasi cinquant’anni fa – Carmelo Bene portava sulle scene il suo inno alla poesia con Quattro diversi modi di morire in versi (dedicato a quattro grandi poeti russi: Majakovskij, Blok, Esenin e Pasternak); Montesano-Servillo ne ribaltano il senso, proponendoci Tre modi per non morire, ovvero la poesia come antidoto al riduzionismo digitale delle nostre esistenze. E lo fanno dal palco di un teatro, che intende rivendicare la sua missione originale, quella che appunto hanno “inventato” nell’antica Grecia. Ogni città nasceva attorno al proprio théatron, dove le persone si incontravano e attraverso la “tragedia” pensavano e diventavano cittadini.
D’altra parte la collaborazione tra Servillo e Montesano nasce proprio a teatro. È del 2019 la loro prima prova scenica, con Elvire Jouvet 40, il testo che Montesano traduce e che Servillo interpreta, firmando anche la regia dello spettacolo. Lì si rievocano le lezioni che il grande maestro francese Louis Jouvet impartisce alla giovane allieva Paula Dehelly, nel bel mezzo della guerra, tra il febbraio e il settembre del 1940. Allora lo scandaglio avveniva sul mestiere dell’attore, sulla sua tecnica e sul modo con cui questa attraversa i sentimenti, il rigore della finzione e dell’immedesimazione nella parte. Ma era anche una lezione di responsabilità civica.
La stessa che il nuovo spettacolo ripropone in altra forma, forse più diretta ed esplicita. “Moriremo per ciò di cui abbiamo creduto di vivere?” si chiede Servillo-Montesano, tornando dunque al quesito che ha aperto la scena: “Monsieur Baudelaire, quando finirà la notte?”. E finalmente una possibile risposta. “Quando la poesia non cambierà più la vita di uno solo, ma di tutti”. Elementare Watson!
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