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Veltroni, Buonvino e il male dei ragazzi di oggi

L’occasione è la presentazione al Teatro Parenti di Milano dell’ultimo libro della saga del commissario Buonvino. Sesto di una serie di volumi le cui copertine ricordano molto i gialli di un tempo passato. Le avventure di Buonvino, che dirige un ipotetico commissariato all’interno di Villa Borghese a Roma, sono edite da Marsilio e presto diventeranno anche una serie televisiva trasmessa su RaiUno. Buonvino e l’omicidio dei ragazzi racconta di una ragazza, giovane, giovanissima, che viene trovata impiccata all’orologio ad acqua del Pincio. Il commissario, che non ha avuto figli, sa bene però che i figli sono di tutta la società e che gli assassini dei figli vanno sempre trovati.

Ma ancora più che di Buonvino l’autore Valter Veltroni, già deputato, già direttore dell’Unità, già tra i fondatori dell’Ulivo, già sindaco di Roma, già segretario del Pd, sul palco del Parenti parla dei giovani, dei loro tormenti e della loro (non di tutti ovviamente) violenza.

Veltroni buonvino
Valter Veltroni al Teatro Parenti di Milano tra Michela Ponzani (a sinistra nella foto) e Ambra Angiolini.

Ecco, l’occasione è questa. Presentare un giallo e insieme affrontare un tema terribilmente di attualità. Certo, Buonvino e l’omicidio dei ragazzi dà il là alla riflessione di Veltroni, insieme a quelle di Michela Ponzani, storica, e Ambra Angiolini, attrice, che lo affiancano sul palco. «Ho voluto parlare di qualcosa che mi sta a cuore» dice Veltroni. «La condizione dei giovani. Non solo di quelli italiani, ma in generale. Ciò che vivono i ragazzi di oggi è qualcosa di assolutamente inedito, di assolutamente originale, mai accaduto prima». A partire dalla rivoluzione digitale «che ci ha cambiato tutti molto più in profondità di quando noi pensiamo».

Ormai lo riconoscono in tanti, ma sottolinearlo è opportuno. «Il cellulare è diventato un arto suppletivo, se lo scordiamo è come se avessimo una gamba o un braccio in meno e il respiro spezzato». E ha stravolto le vite. «Se per un adulto è faticoso essere preso di mira sui social, per i ragazzi è micidiale. A 13-14 anni sentirsi giudicati è sofferenza». In passato un insulto faceva male «ma poi finiva lì. Adesso non c’è riparo, ti insegue. Con una violenza che è connaturata al mezzo». Ed è per questo che, confermano psicologi dell’età evolutiva, negli ultimi anni è cresciuto negli adolescenti un malessere condizionato da un problema di autostima.

Tornare indietro è impossibile. «Noi adulti sembriamo arrancare, e i ragazzi si sentono soli. La parola che pronunciano di più è ansia. Ansia di non farcela, paura». Da qui atti di violenza e autolesionismo.

Per tanti anni Veltroni è stato l’uomo del “ma anche”. Un po’ così è rimasto: «Non dimentichiamo che le nuove generazioni sono anche quelle che hanno messo sul tavolo i temi dell’ecologia e del femminicidio, che reagiscono ogni volta che accade qualcosa di brutto. Nel mio libro i cattivi non sono i ragazzi. I ragazzi sono la cosa più bella che possa esistere al mondo. Sono la meraviglia dell’esistenza, sono senso di scoperta, curiosità, occhi aperti, quantità infinite di prime volte».

Veltroni Buonvino

Poi Veltroni torna al suo sesto Buonvino. «Il commissario è un uomo curioso, aperto, accogliente. È uno che non sa cosa sia la violenza. La vede, se ne occupa, è il suo lavoro, ma gli fa orrore e gli fa persino dispiacere sbattere in galera un povero Cristo, perché sa che in galera la vita di quell’uomo è finita». Per trovare l’assassino Buonvino parla a tutti i sospettati. «Le parole sono la cosa più bella che la vita ci ha regalato. Bisogna ponderarle, misurarle, utilizzarle con sapienza, sono il principale strumento di accoglienza dell’altro. Stare insieme è ciò che noi dobbiamo disperatamente affermare in una società che tende a essere solitaria. Stiamo precipitando in una condizione di neo-autoritarismo. E noi che usiamo le parole e non le pistole abbiamo il dovere di contrapporre a questo modello di solitudine quel senso di relazione, di comunità, che per i ragazzi è naturale. Il mio libro è proprio questo. È la descrizione di uno dei problemi del nostro tempo attraverso il racconto di una storia gialla».

Il linguaggio di Buonvino e l’omicidio dei ragazzi si può definire molto popolare. «Se avessi scritto un saggio sarebbe stata un’altra cosa. Ma i libri si scrivono per le persone e per trasmettere emozioni, non si fanno per i critici, non si fanno per un circoletto che ti dice se sei stato bravo o meno. Viviamo un momento particolare, per la prima volta ho paura del futuro. Il racconto, l’uso delle parole e la conseguente costruzione di una comunità sono il migliore e il più potente antibiotico per combattere il virus che riduce libertà e democrazia con il quale stiamo facendo i conti».

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