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Sulle rotte dell’impero perduto di Portogallo. In navigazione con Erika Fatland

Dall’Africa all’Asia al Sudamerica: il reportage della antropologa-scrittrice norvegese per trovare le tracce della dominazione di Lusitania, che è durata oltre cinque secoli. E che ha aperto le vie del mare ai mega-trasporti del mondo globale

Lode sia a chi si mette in viaggio – fisicamente – in un mondo sempre più virtualizzato, dove si coltiva la comoda illusione di pendolare in poltrona e con il computer sulle ginocchia dalla Groenlandia al Polo Sud, dalle nebbie infuocate sulla costa africana del Golfo di Guinea fino a certi rigori invernali di Nagasaki, Giappone. E lode sia a chi va a scavare nel passato – persino quello remoto, indietro di oltre mezzo millennio -, e dentro le vicende di un Paese piccolo per superficie ma capitale per importanza qual è il Portogallo, riesce anche a individuare direttrici e ragioni di importanti tendenze del tempo presente. Per intendersi: ci si riferisce a trasporti & commerci globali che oggigiorno intrecciano la sostanza economica del pianeta.

Fatland Portogallo

Non si sono citati a caso i luoghi di cui sopra e le esplorazioni di chi appunto li ha attraversati tutti, perché l’antropologa-scrittrice e protagonista del viaggio Erika Fatland ne fa l’argomento del suo nuovo libro La via del mare (Marsilio, 720 pagine, euro 26). Un racconto che mette in armonia ricostruzione storica e reportage narrativo e, insieme con l’autrice, fa muovere appunto su «le rotte dell’impero perduto del Portogallo».

«Ogni secondo che passa, 24 ore su 24, cinquantamila imbarcazioni mercantili solcano gli oceani in ogni direzione, bastimenti carichi di… tutto quello che la gente è disposta a pagare», annota Fatland. E partendo da questa fondamentale constatazione su come funziona la macchina del mondo, rintraccia l’inizio del gigantesco movimento mercantile: «Nei primi anni del XV secolo dei coraggiosi marinai portoghesi hanno fatto vela verso sud a bordo di piccole caravelle…».

Per oltre due anni, la reportagista che non accetta scorciatoie (ha già battuto narrativamente i sentieri di Asia centrale, Russia, Himalaya) ha navigato e quindi visitato gli avamposti e le colonie che la penisola iberica ha disseminato per il globo, costruendo una conquista dopo l’altra la propria potenza economica lungo i secoli.

Fatland Portogallo
L’isola di Sant’Elena

C’è quindi il Marocco che ora vuole accreditarsi come Stato modello per la nuova Africa, anche se dalle sue spiagge continuano a fuggire i migranti per approdare alla terra promessa d’Europa. Nell’antico sultanato merinide, l’obiettivo dei portoghesi era la città di Ceuta, oggi diventata enclave assai problematica. Altra tappa, costeggiando il continente, ed ecco l’Angola: sfarzosa per una ristretta élite petrolifera e poverissima per la stragrande maggioranza della popolazione. Ancora, in mezzo all’Atlantico, si trova un’isola come Sant’Elena, ormai diventata più mito che storia a causa dell’esilio napoleonico. E, risalendo oltre il Capo di Buona Speranza, c’è il Mozambico dilaniato prima da un’infinita guerra civile e adesso pure dal terrorismo jihadista.

Poi Fatland attraversa l’oceano Indiano e ci conduce nella «Roma d’Oriente», ovvero l’India: lì si seguono le astute strategie di memorabili moghul e si fa la conoscenza delle microscopiche comunità di discendenti europei nella marea indù, a Goa e a Calcutta. Si riparte e, sempre più a sud, si viene a sapere di quando i lusitani (così, storicamente, si definiscono i portoghesi) volevano e si presero almeno in parte le isole di Banda, con le ambite produzioni di spezie. Tuttavia, non fu un acquisto indolore: ci fu infatti lo scontro con i conquistadores di imperi concorrenti, gli olandesi e gli spagnoli.

Fatland Portogallo
La cattedrale di Santa Caterina a Goa

Più avanti ancora, e si raggiungono Macao e il Sol Levante giapponese, per concludere le peregrinazioni oceaniche e terrestri al Rio delle Amazzoni, il fiume-mondo brasiliano, nel più vasto possedimento portoghese oltremare. Si completa, insomma, un mezzo periplo del globo.

Fatland evoca gli imperatori portoghesi, dal celebrato Enrico il Navigatore all’ultimo sovrano, siamo in pieno Novecento, ovvero Manuele II. Fa il ritratto agli esploratori come Pedro Álvares Cabral, scopritore del Brasile; oppure il glorificato ma discutibile Ferdinando Magellano.

Da autrice che divulga senza annoiare il lettore, ricostruisce trionfi e rovesci, battaglie e complotti, sa accompagnare nella selva dei personaggi storici. Al tempo stesso, possiede il passo della narratrice e rende avvincenti i suoi incontri, le incursioni – per esempio quando intervista, in India, gli inaspettati produttori locali di azulejos. O quando condivide avventure con un personaggio molto rock per gli standard angolani, qual è la femminista Sonìa. Oppure quando si avvicina – con tutta la sensibilità del caso – all’attuale presidente di Timor Est, che ha lottato tutta la vita per la liberazione della sua isola dall’Indonesia; ma, una volta raggiunta l’agognata indipendenza, è costretto a un melanconico disincanto.

Fatland Portogallo
Bandiere portoghesi a un festival a Nagasaki

Girare per il mondo con Fatland è sinceramente coinvolgente. Sarà per il suo tono senza la spocchia di tanti giornalisti di fama, che pretendono di avere la verità in tasca e di diffonderla agli ignari. Lei è sì preparatissima sulla storia che narra, eppure si fa pure trascinare dall’onda imprevedibile del viaggio, che quando è vero sconvolge piani e «scalette» preordinate e impone appuntamenti impensati e fa cambiare prospettive rassicuranti. Questo è possibile soltanto arrivando sui luoghi, mettendosi davvero in ascolto.

Una pagina del libro dopo l’altra, si constata come del grande impero lusitano restino adesso solo le briciole. Eppure le poche decine di pronipoti di quelle epoche insigni diventano preziose, pepite rare nel fiume del tempo che la scrittrice valorizza. Nella lettura funziona il continuo passaggio tra le descrizioni storiche (ci si permetta ancora di citare la figura di Pietro I, imperatore del Brasile dell’Ottocento, e a fare da contraltare, l’aspirante al trono del Paese sudamericano, Dom Bertrand di Orléans e Braganza, che abita in una ordinaria villetta di Rio) e quello che è il «giornale di bordo» della Fatland, sulle navi da trasporti su cui procede. Con lei si fa vita da marinai, se ne condividono gli attracchi nei porti, la noia delle bonacce durante la navigazione.

Erika Fatland (Credit: ©TinePoppe)

Alla fine, come in un’odissea che si rispetti, si chiude il cerchio di quest’inchiesta sul passato attraverso il presente. Si approda alle isole Azzorre, ieri possedimento e oggi regione autonoma del Portogallo. Per la protagonista, dopo tanto viaggiare, è il luogo della riflessione e di una impegnativa scrittura. Lo smisurato dominio territoriale che ha cominciato a crescere addirittura nel 1297, si è ritirato nelle anguste frontiere europee del Portogallo odierno. Fatland medita su questa «gloria del mondo che passa» in compagnia del saggio ciuchino Jeremias, nientemeno che in vetta al monte Pico, con l’Atlantico di fronte. E da un simile confine compone un sapiente «telegramma» sull’animo portoghese – ben riassunto dalla saudade della capitale Lisbona – nonché sul destino del primo impero transoceanico della storia.

Le ragioni sul perché di un simile tramonto sono tutt’altro che scontate (riempiono in effetti un libro di 700 pagine…). E Fatland, che molto ha viaggiato e molto scoperto, dà la sua riposta. Convincente.

Nella foto in apertura, il monumento alle Scoperte (Padrão dos Descobrimentos), situato a Belém ed edificato nel 1960, a cinquecento anni dalla morte di Enrico il Navigatore 

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