Siamo in una casa parecchio claustrofobica alla periferia di Londra. Qui la vita è tensione e desideri repressi e continue liti. Un contesto soffocante e una famiglia faticosa in scena al Piccolo Teatro Grassi di Milano, dove Massimo Popolizio dirige e interpreta, a sessant’anni dalla prima rappresentazione, Ritorno a casa, capolavoro di Harold Pinter, premio Nobel per la letteratura nel 2005.
Max (lo stesso Popolizio) è il padre, ex macellaio e frequentatore di ippodromi; Lenny (Christian La Rosa), trentenne ex “pappa” che si vanta di avventure erotiche violente con tendenze mitomani, e Joey (Alberto Onofrietti), aspirante pugile professionista ma fragile, sono i figli. Insieme a loro convive lo zio Sam (Paolo Musio), che guida un taxi non suo e vive a spese del fratello Max, subendone i continui rimproveri.
La scenografia di Maurizio Balò ricostruisce l’interno della vecchia casa su due piani. L’ambiente è dominato da un rosso che richiama il sangue del bancone del macellaio, con la testa imbalsamata di una mucca appesa e quella di un maiale nel frigorifero. Un rosso scuro che parla di sangue rappreso, non di passione. E tutto questo aumenta il senso di disagio, anche in chi assiste alla rappresentazione.
Bene ha spiegato Popolizio nel presentare lo spettacolo: «Max aveva una moglie di cui non ha un buon ricordo, visto che lo tradì con il suo migliore amico; pensa di avere un ruolo di potere mentre in realtà non ce l’ha per nulla; è parecchio volgare, sfatto, disordinato come la sua stessa famiglia, formata di soli uomini. La sua casa è un disastro, e riproduce quell’inconfondibile tipologia di suburbano inglese che abbiamo imparato a conoscere attraverso una ricca tradizione cinematografica».

Un equilibro che dire precario è poco e che non può che precipitare, sconvolto dall’arrivo, una notte, del figlio Teddy (Eros Pascale), professore di filosofia, che dopo sei anni torna dall’America con la moglie Ruth (Giorgia Salari), madre dei loro tre figli, presentandola al padre, allo zio e ai fratelli.
Il crescendo di corruzione, la tendenza alla disumanizzazione non si ferma. Ruth, unica figura femminile, contribuisce al dissesto e al disastro familiare, accendendo desideri e scatenando conflitti. Accettando la proposta di prostituirsi e usando la mercificazione del proprio corpo come strumento consapevole per esercitare il dominio sugli altri, la donna si rivela una forza destabilizzante che sovverte l’ordine familiare e sociale.
«Nella mia carriera, ho attraversato numerosi testi che riguardano la famiglia e le sue disfunzioni» ha detto ancora Popolizio. «La pièce di Pinter mi permetteva di guardare a quell’orrore attraverso la lente di uno humour tutto britannico, con quella cattiveria e quel cinismo fulminante che solo questi autori possiedono: si parla del baratro delle relazioni familiari, ma siamo in realtà davanti a una commedia. Credo che Ritorno a casa – assieme a Tradimenti che avevo interpretato anni fa – siano gli unici testi di Pinter praticabili, almeno per noi italiani, perché possiedono una trama chiaramente identificabile».

E sul linguaggio parecchio esplicito di Ritorno a casa «Pinter lo impiega volutamente, è totalmente alieno dalle regole del politicamente corretto, come è logico che sia, dal momento che ai suoi tempi non si sapeva cosa fosse. L’unico personaggio che si esprime in maniera differente è Teddy, il figlio professore, che ha abbandonato la casa paterna ed è partito per l’America dove è diventato docente universitario. Peraltro, è molto dileggiato per il suo lavoro, e in questo c’è anche la complicità di Pinter, che mostra di non avere particolare simpatia per gli intellettuali. Un discorso a parte merita Ruth con le sue molteplici zone d’ombra: chi è davvero? Dice di aver fatto la modella, “una modella con il corpo”, e immediatamente pensiamo a qualcosa di ambiguo. Forse era immischiata in qualcosa di losco, forse Teddy l’ha sottratta a una vita torbida. Certamente, a un certo punto compie un gesto estremamente forte, che mette tutti a disagio, ma soprattutto pronuncia parole sconvolgenti che capovolgono completamente lo scenario. Da quel momento in poi, la commedia diventa pericolosa, perché può avere degli sviluppi imprevedibili: può accadere qualcosa che non sappiamo che cosa sarà, se non che Ruth, alla fine, riuscirà a manipolare questa famiglia patriarcale».
Nel piccolo nucleo familiare si riflettono le dinamiche di violenza sociale e politica che stanno minacciando le democrazie e Ritorno a casa resta un testo disturbante proprio perché non offre vie d’uscita.
Si ride anche, ma si ride amaro.
Ritorno a casa di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra, regia Massimo Popolizio, fino al 1° marzo al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Produzione Compagnia Umberto Orsini, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa in collaborazione con AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali e Comune di Fabriano.
credit foto in apertura: Claudia Pajewski



