Prima di parlare di questo film forse dovrei recuperare Il nuovo cinema americano: 1967-1975 (Lindau, 1996). Ma di certo anche Il signor Van Sant, uno e due, Gus Van Sant genio ribelle (Cineteca, 2003). Insomma, due scritti dello studioso di cinema Franco La Polla che era, quando noi stavamo appollaiati sulle sedie di legno dell’Obraz Cinestudio di Milano, il nostro faro riguardo al cinema a stelle e strisce.
E poi di sicuro non si può vedere questo nuovo film di Gus Van Sant, Il Filo del Ricatto, cioè Dead’s Man Wire (ispirato da una storia realmente accaduta), senza udire riecheggiare nelle orecchie il celeberrimo grido “Attica! Attica!” del pubblico a un tempo fittizio e reale del Dog Day Afternoon per eccellenza, il Giorno da Cani più lungo e straziante della storia del cinema civile hollywoodiano (e sia detto tra parentesi: addio Sal, buon vecchio e mite John Cazale, che per fortuna faremo a tempo a rivedere almeno per un attimo tra i cacciatori di Michael Cimino!).

Qui, cioè oggi, Al Pacino – invecchiatissimo ma ancora dotato di lampi che accendono lo schermo neutralizzando i bagliori mogano della sua ripittata criniera – fa fisicamente da trait d’union tra la vecchia gloriosa pellicola di Sidney Lumet e un’opera digitale ma virata e stinta con nobile anticatura come se fosse stata girata a quei bellissimi tempi. Pacino compare nella parte di un bastardo capitalista che, imboscato in Florida, capitana una società di strozzini a Indianapolis, popolata di gente come suo figlio, pronta a dissanguare i poveracci che hanno in testa un sogno mentre nel portafoglio si ritrovano il piombo di un mutuo…
A proposito di piombo. Ecco che uno sfigato qualsiasi, ma molto molto seccato, rapisce l’erede di Al e sotto il tiro di un fucile se lo porta via dall’ufficio fino a casa, proponendo alle forze dell’ordine e alla città tutta, ferma con un rospo in gola, un impossibile baratto. Prima di tutto, lo sfigato vuole una protettiva copertura mediatica, che essendo nei Settanta si fa ancora con la tv dei cronisti in adrenalina e dei furgoni parcheggiati nel giardino di casa del ricattatore. Non per niente tra rapitore e polizia, federali compresi, si comunica ancora con il telefono a rotella che fa drin drin…

Per essere più precisi (e mettere anche il nome degli attori). Tutto accade a Indianapolis la mattina dell’8 febbraio 1977. Il rapitore si chiama Anthony G. “Tony” Kiritsis (è un Bill Skarsgård in stato di fama e di grazia dopo Nosferatu e altre amenità); il suo target è M.L. Hall (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company; il figlio in ostaggio si chiama Richard (Dacre Montgomery).
Il titolo del film in italiano e ancor meglio in originale, Dead’s Man Wire, deriva dal fatto che Tony punta alla testa di Richard un fucile a canne mozze con una particolarità: collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio.
Ma Tony ha davvero possibilità di sfangarla? Le sue richieste, tv a parte, sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e soprattutto, figuriamoci, scuse personali, fatte da Pacino in persona. Bullshit!, vorrebbero rispondergli subito quelli della polizia, ma poi sono per lungo tempo costretti a stare al gioco.
Commenta Gus Van Sant, stavolta particolarmente cauto e forse timoroso di sollevar rivolte in giro, nelle sue note di regia: “Abbiamo iniziato a realizzare il film nel novembre 2024 e, in un lasso di tempo breve, mentre il mondo cambiava intorno a noi, abbiamo notato inquietanti parallelismi tra la nostra storia e gli eventi globali in corso. Questo ha reso il progetto al tempo stesso attuale e scomodo. Spero che il film non provochi eccessivo turbamento, anche viviamo in tempi profondamente difficili — e forse un certo disagio è inevitabile”.

Tutto giusto. Prima di dirvi se il film è davvero bello, oltre che appassionante (ma appassionante lo è, si segue da subito come fosse un poliziesco), andrò in biblioteca a leggere i due testi di Franco La Polla, che ho citato sopra anche perché vorrei che fosse ricordato più spesso. Avviso intanto che tra i titoli di coda sono ritratti i veri protagonisti della storia: come vuole la regola dello spettacolo, lo sfigato cinematografico è molto più bello di quello reale (il quale probabilmente non si aggiusta mai con nervosa nonchalance ciuffo e baffetti).
Un plauso subito lo merita però la colonna sonora d’antan, giustificata anche dalla presenza di un disc jockey nero, molto carismatico, autentica voce (o coro greco, fate voi) dell’affaticata gente di Indianapolis. Si va da Also sprach Zarathustra di Eumir Deodato a Compared to What di Roberta Flack (c’è sempre una canzone di Flack quando nella vita le cose non vanno per il senso giusto), fino alla Raindrops Keep Fallin’ on my Head di B. J. Thomas, la canzone di Butch Cassidy, riservata a un raro momento di allegria… Molto significative e iettatorie sono poi le lyrics del profeta/poeta nero Gil Scott-Heron in The Revolution Will not be Televised. Allora no, oggi e domani chissà. Attica! Attica!



