È da tempo che le divinità in calzamaglia hanno smesso di incarnare solo lo spirito di giustizia dell’Occidente. Supereroi non più come riflesso della società che combatte il suo lato peggiore, ma spunto per una riflessione dinamica sul suo miglioramento. Il cambiamento di prospettiva avviene in una data precisa: il maggio 2006, con l’uscita in USA del primo dei sette volumi di Civil War, la serie scritta da Mark Millar e disegnata da Steve McNiven. La trama è già una svolta: giovani e ingenui supereroi causano una strage partecipando a un reality show. Il governo chiede un giro di vite sulle maschere, il Tony Stark alias Iron Man, capo degli Avengers, cerca un compromesso con il Congresso USA, Capitan America sceglie la linea dura e la clandestinità. Una divisione che sottintende una domanda rivolta a milioni di giovani americani ancora sconvolti dall’11 settembre: fino a dove può spingersi una democrazia per difendersi? I suoi custodi devono avere le mani libere per essere più efficienti, o accettare le limitazioni della legge a rischio di lasciare libero qualche supercattivo?
Il film del Marvel Cinematic Universe del 2016 sullo stesso titolo (Capital America, Civil War) non rende giustizia agli interrogativi morali del fumetto. Trasforma l’evento che dà origine allo scontro in una banale strategia del cattivo di turno, ridimensiona la guerra totale del panteon marvelliano a un litigio sul campetto parrocchiale. Tuttavia conserva il dualismo dei protagonisti legato a due identità storicamente diverse. Se tifiamo il team di Capitan America, con la sua idea di resistere ai supereroi trasformati in impiegati statali, scegliamo di stare con un tipo che aveva esordito nel 1940 attraverso una copertina dove prendeva a pugni Hitler. Se votiamo per Iron Man seguiamo un miliardario playboy, malato di tecnologia che smitragliava cattivi vietnamiti negli anni ’60. Da una parte l’idea di giustizia assoluta, sovranazionale, garantita dall’integrità morale di chi ha visto gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Dall’altra c’è invece una legalità istituzionale, dove il medesimo diritto non è esente da ipocrisie quando ci si mettono i tycoon, ma dove, se anche i supereroi staccano alle 18, almeno hanno un’assicurazione che copre i danni collaterali.
Nel 2006 la domanda posta da Civil War cercava di trovare un equilibrio tra le due forze, difendere l’America dai vari Bin Laden, senza per questo creare Guantanamo (o “zone negative”, tanto per citare il carcere del fumetto). Oggi no, oggi quella domanda è diventata è superata. Non c’è più la scelta tra una morale kantiana e quella dello Stato di diritto. Nell’America di Trump, la sola morale è quella della convenienza, il solo diritto è la potenza. O ti adegui o arriverà qualcuno con superpoteri più forti dei tuoi a rispedirti oltre la frontiera
La parte strana, però, arriva adesso. Dopo il 2006 il mondo si era abituato a un fumetto contemporaneo capace di riflettere i cambiamenti della società americana. Quindi la domanda è: ora che in quella società gli agenti dell’ICE si comportano peggio di una minaccia dallo spazio profondo, dove sono Iron Man, Capitan America e tutti gli altri?
Da una parte possiamo sperare che prima o poi arriveranno: l’universo trumpiano va molto più veloce della produzione di Marvel o DC – ci vuole almeno un anno per produrre una storia – ma possiamo anche immaginare quanto siano stati spiazzati gli autori, non solo dalla velocità, ma anche dall’appropriazione iconografia. Trump è già un personaggio dei fumetti, sul suo ruolo, poi, si può discutere. Per molti è il perfetto villain con tanto di ambizioni sul mondo e una corte di scienziati pazzi. Non per niente in The Unquotable Trump il fumettista R. Sikoryak usa le pagine storie famose inserendovi Trump come cattivo e facendogli dire una serie di frasi ad effetto altisonanti. Solo che non sono parole nata dalla fantasia di uno sceneggiatore, sono state tutte pronunciate realmente dal presidente USA. Sapete la cosa più folle e geniale? Funzionano perfettamente nel contesto.
Per altro anche gli elettori di Trump lo identificano in un supereroe impegnato a sconfiggere i nemici interni ed esterni della Nazione. Un vigilante che spesso si è paragonato a Batman e che nel 2025 ha postato su Truth sé stesso nelle vesti di Superman. E dunque per le case editrici dei supereroi diventa difficile far riflettere su un personaggio che sia per la satira, sia nell’autocelebrazione è già in una calzamaglia colorata. Ma c’è anche il sospetto di una strana connivenza. Gira una storia che ha basito il mondo del fumetto: la Marvel è la casa editrice dove appare il primo supereroe nativo africano della storia, Black Panther (luglio 1966), la prima eroina donna di colore, Tempesta (1975), e dove abbiamo primo coming out gay in un fumetto (Northstar nel 1992). Negli ultimi anni non è stata da meno nel portare avanti personaggi che il mondo MAGA taccerebbe automaticamente di wokismo. Il nuovo Capitan America è di colore, idem per la giovane erede di Iron Man, Peter Parke ha ceduto il ruolo a Miles Morales, un adolescente ispanico, Miss Marvel è una ragazzina dai genitori pachistani e Il nuovissimo Hulk un teenager di origine asiatica. In effetti i nuovi Avengers saranno la formazione più multietnica della storia. Eppure, l’amministratore delegato della Marvel, Isaac Perlmutter nel 2019 ha fatto una donazione di un milione di dollari per la campagna di Donald Trump. Aggiungiamo che questi anni il Presidente Arancione ha minacciato di far chiudere giornali ed emittenti televisive, i suoi si sono pure scagliati contro Disney, ma le case dei fumetti mainstream non sono mai state toccare dai suoi strali. Che Trump abbia bisogno dei supereroi?

Magari lo scopriremo a dicembre 2026, quando arriverà nelle sale Avengers Doomsday. È il film su cui Marvel si gioca la possibilità di tornare grande anche al cinema. Ma è innegabile che qualcuno auspica che potrebbe essere il momento in cui “la casa delle idee” torna a farsi sentire, non solo sul piano dell’intrattenimento puro, ma anche dell’intercettare i gusti politici dei propri utenti. Da troppi anni il Marvel Cinematic Universe non è riuscito più a ritornare ai fasti precovid, quando aveva sfornato in 20 anni oltre 30 film, tutti di successo, interconnessi tra di loro fino allo spettacolare finale di End Game. Dopo, tra serie TV e mezzi flop senza una continuity precisa, è stata davvero una Fine dei giochi. Ma mentre la concorrente DC non è mai entrata in veramente partita sul piano commerciale, ha mostrato comunque un interessante accenno a portare sullo schermo anche idee nuove, oltre alle esplosioni. Nell’ultimo reeboot di Superman, diretto da James Gunn nel 2025, il ragazzo di Krypto è stato scritto per essere agli antipodi del superuomo Trumpiano: un supereroe fallibile con tutti i tic e le debolezze dei millenials. Un americano che proprio per essere cresciuto in Kansas, sa da quale parte schierarsi quando è il momento, anche a costo di perderci la faccia.
A oggi l’unica vera riflessione sul ruolo dei supereroi in una società fatta di profitto e post-verità è quella offerta da The Boys. Un personaggio come il Patriota raccoglie, anche visivamente, tutti i simboli dell’America, per poi diventare presidente degli Stati Uniti e arrestare tutti i suoi oppositori. Se vi ricorda qualcuno significa che gli autori hanno avuto un certo senso di capire quello che sarebbe successo già vedendo il vecchio Trump, quello eletto nel 2016 che esortava ad assaltare il Campidoglio. Per una critica alla versione con gli steroidi eletta 2025 dovremo aspettare.
Però sarebbe bello se a Natale quando uscirà Doomsday, scoprissimo che, sotto la maschera di metallo, il supercattivo ha un ciuffo arancione. Per il momento sappiamo solo che il volto è quello di Robert Dowing Jr, ovvero dell’attore che ha interpretato Iron Man nella grande saga cinematografica conclusa con End Game. Un miracolo di sceneggiatura, resa possibile dall’introduzione del concetto di multiverso nel mondo Marvel, ma che si presta a una interessante metafora: il miliardario playboy dalla lucente armatura che si sacrifica alla fine dei Endgame e ora rinasce come un astuto conquistatore del Mondo. Ma non illudiamoci, è più probabile che sia solo un espediente per portare più gente al cinema, riciclando l’attore più popolare dei film precedenti.
È più probabile invece che ci vorrà ancora un bel pezzo per veder comparire un supereroe che ci salvi da Trump. Magari ci vorranno degli Avengers Europei con il quartier generale sulla Tour Eiffel. Per il nome di chi li comanda avrei una proposta epica: che ve ne ne pare di Capitan Groenlandia?



