Daniele Ricciarelli, da Volterra, sapeva benissimo su cosa stava lavorando, era consapevole che stava tradendo il lavoro del suo maestro, intervenendo in modo così radicale su una delle sue opere più grandi. Immagino che ne soffrisse, ma probabilmente pensava che era meglio che fosse lui, un suo allievo, anzi uno dei suoi allievi prediletti, piuttosto che un qualche altro pittore, a coprire le pudenda dei santi che Michelangelo aveva dipinto nel Giudizio universale, lasciandole così alla vista del papa, dei cardinali, dei clerici e dei visitatori della Cappella sistina. Poi, siccome la memoria a volte è ingiusta e crudele, noi ricordiamo Ricciarelli con il soprannome, non proprio lusignhiero, di Braghettone e proprio per questo suo intervento censorio e non per le opere di ottima fattura, che pure troviamo nei musei di tutto il mondo. Forse i cardinali che imposero al Braghettone di “rivestire” le figure di Michelangelo non soffrirono per quell’azione, ma certamente sapevano quello che facevano e anzi proprio con il fatto che imposero quell’intervento su quell’affresco così celebre, di quell’autore così famoso, in un luogo simbolo della cristianità, ossia nell’aula dove si eleggeva – e si elegge ancora – il papa, fecero capire che con quella censura non si poteva scherzare. La chiesa di Roma non voleva che fossero mostrati corpi nudi: potevi anche essere Michelangelo, ma non potevi dipingere un cazzo.

Gli etimologisti ci spiegano che questa parola è una forma contratta di capezzo – da cui anche capezzolo, un’altra parte del corpo, delle donne in questo caso, che i cardinali ordinarono di coprire – a sua volta derivata dal latino capitium, perché – come spiega con la solita acutezza il Pianigiani – “quasi dica piccolo capo nel senso di manico, a cui rassomiglia l’arnese di cui trattasi”.
Prima di continuare, permettetemi un’altra piccola curiosità etimologica. Una delle tante altre parole con cui si indica “l’arnese di cui trattasi” deriva dal verbo latino pendere ed equivale quindi a coda. Non sappiamo allora se questa cosa qui, a cui noi maschi teniamo particolarmente, sia un capo o una coda. Ma passiamo oltre, che è meglio.
Un altro celebre cazzo della storia dell’arte è quello disegnato da Leonardo da Vinci nella rappresentazione del cosiddetto Uomo vitruviano. Anzi il membro, come lo chiama quel genio, è un punto importante e focale dell’immagine, perché è il centro del quadrato in cui la figura è inscritta, ossia il simbolo del mondo terreno, così come l’ombelico è il centro del cerchio, ossia il simbolo del mondo celeste. Impossibile non notarlo: potremmo dire che Leonardo dà finalmente al cazzo una dignità filosofica.
Come noto, gli anonimi ideatori della sigla che precede le trasmissioni delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 hanno oscurato quella parte del corpo. La fisionomia è riconoscibile, i muscoli sono ben definiti, mentre il cazzo è stato cancellato, forse per non offendere una parte del pubblico a cui quelle trasmissioni sono rivolte in ogni parte del mondo. A differenza di Daniele Ricciarelli dubito che l’ignoto cancellatore, davanti al suo pc, abbia sofferto per quel suo intervento censorio. E probabilmente i suoi committenti, molto più ignoranti dei cardinali della Curia romana ai tempi di Pio IV, non si sono nemmeno resi conto di quello che stavano vedendo o, come in questo caso, non vedendo.
Purtroppo ciascuno di noi ogni giorno è costretto a vedere cose ben più volgari e pornografiche dell’immagine di quel cazzo. Per non parlare di quello che vedono i nostri figli. Sui social ogni giorno c’è una continua esposizione pornografica di idee e di valori. Ogni volta che ci fanno vedere in uno spot pubblicitario una donna, usando il suo corpo per venderci una nuova auto o un nuovo telefono, ogni volta che ci raccontano che una donna ha subito violenza perché ha indossato una gonna corta o è uscita da sola, ogni volta che una donna viene valutata solo per il suo aspetto – ed è successo anche in queste Olimpiadi, vedi alla voce Jutta Leerdam – quella è pornografia, molto più dannosa di qualsiasi cazzo che ci possano mostrare, anche di quelli che non sono stati dipinti da Michelangelo e da Leonardo. Ed è molto peggio non spiegare ai giovani maschi come lo doveno usare “l’arnese di cui trattasi”.
Anzi, nella merda di società in cui viviamo, abbiamo un bisogno disperato di arte, di bellezza, che ci allontani dallo schifo in cui siamo immersi. Ci salveranno anche i cazzi di Michelangelo e di Leonardo E le braghe del povero Daniele Ricciarelli.
Nella foto in apertura, l’Uomo vitruviano integro
- Luca Billi ha pubblicato il romanzo Anything Goes (Villaggio Maori Edizioni). Ora Anything Goes è anche uno spettacolo teatrale, qui



