Il più grande romanziere tedesco del Novecento apre le porte della sua «officina» creativa. E, in una serie di testi che escono per la prima volta in Italia, racconta i suoi ferri del mestiere. Ma anche i suoi tic
Noi che ci esaltiamo per i romanzi e le poesie, le cronache e la diaristica, siamo anche tutti voyeuristi di come le parole, le idee, le righe, i versi e i capoversi prendano forma nella mente di chi crea e finiscano sulla pagina, carta o monitor che sia. Un libro breve ma prelibato viene a soddisfarci. Thomas Mann, nell’officina dello scrittore (è appena uscito per Leo S. Olschki editore, 34 pagine, 10 euro) ci porta infatti nel laboratorio del «mostro sacro» del Novecento, grazie al racconto dello stesso autore della Montagna incantata (oppure «magica», secondo la traduzione più recente) e dei Buddenbrook.
Onore a Lucio Coco – studioso di patristica cristiana e letteratura mondiale, specialmente russa – che si è preso la briga di rintracciare testi quasi sconosciuti (tutti in tedesco, li ha tradotti). Sono scritti che Mann manda in risposta a questionari e richieste di riviste culturali che lo interrogano sul suo laboratorio creativo, come sui suoi riti e tic, le abitudini, quando si mette alla scrivania.

«Nel 2026 sono scaduti i diritti di pubblicazione su Mann», dice Coco a Allosanfàn, «e, scorrendo l’indice tedesco delle sue opere, ho individuato e quindi rintracciato questi testi. Che sono significativi per la loro immediatezza, con note quasi quotidiane. Non sono “dichiarazioni di poetica” a cui Mann altrove dedica pagine in scritti che si addentrano nella filosofia letteraria».
Curiosando nell’«officina» del romanziere si scopre così la sua disciplina quando si mette all’opera: «Io lavoro dalle 9 alle 12 o 12:30 circa, ogni giorno… Non è costrizione ma un’abitudine e una cosa necessaria», annota. Già, perché per far funzionare un meccanismo narrativo perfetto – prendiamo un capolavoro come quello del soggiorno di Hans Castorp nel sanatorio Berghof di Davos – occorre concentrazione e costanza. E Mann aggiunge: «Sono fresco fin dal primo mattino, mi sfinisco nel corso della giornata fino a una onesta stanchezza la sera e [a essere] socialmente attivo fino a notte inoltrata». Ha la stessa regolarità delle passeggiate delle 15:30 di Immanuel Kant a Königsberg… Benché, nelle risposte telegrafiche che lascia in un «libro degli ospiti», lo scrittore non ha dubbi rispetto al filosofo della Ragion pura. E alla richiesta di descrivere quale sia la sua «invincibile repulsione», va a elencare: «Kant, l’imperativo categorico, la filosofia del funzionario statale». Senza appello.
Commenta Lucio Coco: «Da una parte, Mann affronta con molta serietà le domande che gli vengono poste nei questionari. Altri scrittori anche famosi di cui ho letto le risposte, penso a Stefan Zweig, sono molto più sbrigativi, meno interessanti. Al tempo stesso, il romanziere tedesco rivela con involontaria comicità le proprie routine: come quando racconta che, come massima espressione sportiva, se ne va in giro su un’auto decappottabile».
Mann è sicuramente ironico anche quando riconosce la sua «dipendenza» dal cibo: «Il mio locus minoris resistentiae [“luogo di minore resistenza”] da cui tutto proviene, è lo stomaco. Non dovrei mangiare tanto bene, ma lo faccio lo stesso per mancanza di disciplina igienica, più precisamente; per assenza d’amore per la saggezza». Per non parlare del caffè «bevanda preferita», anche se, decreta, «dopo il pasto è un veleno (ora non voglio veramente berne più)». Il teutonico autocontrollo al tavolo di lavoro, dunque, mostra le sue falle. Tutte debolezze che rendono lo scrittore più simpatico e familiare.

Per quanto riguarda i «ferri del mestiere», elenca la predilezione per la carta «bianca, assolutamente liscia, un inchiostro fluido e una penna che scorra facilmente». E trae la saggia conclusione: «Gli ostacoli esterni provocano quelli interni».
In certi passi di queste pagine si ha la sensazione che Mann si diverta proprio a parlare di queste «soglie» della propria creatività («Io credo che sia sincero», riflette Lucio Coco, «non deve nascondere nulla: ricordiamoci che aveva bruciato i diari in cui parlava dell’omosessualità e quelli sì, evidentemente gli procuravano imbarazzo»).
Qui, al contrario, parla di sé senza troppa pressione (niente complicate Weltanshauung da tracciare, significato e significante di un’opera, messaggio che intende tramandare ai posteri), ma può restare alla concretezza dell’artigiano che espone gli «attrezzi» del suo mestiere. Ovviamente con qualche deviazione teorica: per esempio quando indirizza, stavolta per sua iniziativa, alcune raccomandazioni a un giovane poeta immaginario. Va quindi «in crescendo» con il suo interlocutore: «Se credi di non volere e potere altro al mondo che scrivere, se ti senti così profondamente in relazione con il mondo e con l’umanità che l’unica forma possibile di attività è sognare, sentire, interpretare, creare, l’unica forma possibile di azione è quella attraverso la parola, allora diventa scrittore». Ma, affilato, dà subito l’opzione bis: «Altrimenti niente, altrimenti meglio niente»… E sempre troppo pochi – oggi più che mai – seguono questo consiglio di chi, invece, scrivere sapeva eccome.
Credit: Bundesarchiv Bild



