UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

L’affare Epstein come il Grande Gatsby

“Impero e dissolutezza”. Con queste due parole qualcuno ha paragonato lo scandalo Epstein alla Roma di Nerone (37-68 d.C.), l’ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia descritto come un tiranno folle. Durante quel periodo Petronio Arbiter, scrisse il Satyricon, opera satirica famosa anche per l’episodio della cena di Trimalcione. Il racconto, ambientato a Puteoli (Pozzuoli), descrive una fastosa cena nella villa di un ricco parvenu e ritrae la decadenza e l’ostentazione di ricchezza di quel periodo, quando la società romana era caratterizzata da “sfarzo e depravazione”, come narra Tacito negli Annales e nelle Historiae.

La Storia non si ripete mai identica, ma lascia in eredità molte analogie. Il confronto tra l’Impero di Nerone e l’impero tecnologico di oggi non è errato: l’affare Epstein ha scosso alcune delle istituzioni più potenti del mondo, arrivando a lambire perfino la famiglia Reale Britannica attraverso il coinvolgimento del Principe Andrea. Al di là degli aspetti giudiziari, ciò che colpisce è il riflesso simbolico: vi è coinvolta un’élite ai vertici della tecnocrazia che appare distante, autoreferenziale, convinta della propria impunità.

Nel corso dei secoli la Storia ha registrato molte altre fratture così profonde tra classi dirigenti e società.
Oggi forse è più appropriato il confronto con la cosiddetta Lost Generation degli anni Venti del Novecento che rivelò lo smarrimento di un mondo uscito devastato dalla Prima guerra mondiale. Scrittori come Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway descrissero un’umanità brillante e disillusa, sospesa tra euforia e nichilismo.

Nel romanzo Il Grande Gatsby, Fitzgerald mette in scena feste sfarzose, ricchezze ostentate, vite scintillanti ma vuote. Jay Gatsby diventa l’emblema di un sogno americano corrotto, fondato sull’apparenza e sull’illusione. Dietro le luci di Long Island si nasconde una società fragile, incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni morali.

Il parallelismo con il presente è inquietante. Anche oggi assistiamo a una spettacolarizzazione della ricchezza e del potere. Lo scandalo Epstein ha mostrato un sottobosco di relazioni, privilegi e silenzi che ricordano e amplificano l’atmosfera dei salotti descritti da Fitzgerald.

La sensazione è quella di una classe dominante convinta che le regole valgano solo per gli altri. Negli anni Venti, quella spensieratezza apparente precedette la Grande depressione del 1929 e, nel giro di pochi anni, l’Europa e gli USA precipitarono verso nuovi conflitti. La Lost Generation era già il sintomo di una ferita non rimarginata. Il trauma della guerra aveva generato cinismo e ricerca di piaceri immediati, come se il futuro fosse troppo incerto per essere pianificato.

Robert Redford nel Grande Gatsby del 1974

Oggi, dopo crisi finanziarie, pandemie e tensioni geopolitiche, il clima globale è nuovamente attraversato da venti minacciosi. Le guerre ai confini dell’Europa e in Medio Oriente, le rivalità tra potenze, il riarmo diffuso, tutto suggerisce un equilibrio instabile. Come negli anni Venti, il mondo sembra vivere una fase di transizione carica di contraddizioni.

Lo scandalo che tocca la monarchia britannica ha un valore simbolico particolare. La monarchia è, per definizione, un’istituzione che incarna continuità e stabilità. Quando viene coinvolta in ombre e sospetti, l’effetto sull’opinione pubblica è dirompente. È come se si incrinasse una delle ultime colonne della fiducia collettiva.

Nel mondo di Gatsby, l’aristocrazia del denaro si muoveva con leggerezza irresponsabile. Tom e Daisy Buchanan distruggevano vite e poi si rifugiavano nella loro ricchezza. Quella irresponsabilità morale è uno dei fili che collegano finzione e realtà.

Anche nel caso Epstein, ciò che indigna non è soltanto il crimine in sé, ma la rete di complicità e protezioni che lo ha reso possibile. La percezione di una giustizia a doppio binario alimenta rabbia e sfiducia.
E quando la fiducia nelle istituzioni vacilla, il terreno diventa fertile per radicalizzazioni e conflitti.

La Lost Generation si sentiva tradita dalle promesse del progresso. Oggi molte giovani generazioni percepiscono precarietà, disuguaglianze crescenti, crisi climatica e instabilità politica. Il senso di smarrimento non è così diverso.

C’è poi un elemento culturale comune: l’ossessione per l’immagine. Negli anni Venti erano i balli, le auto di lusso, le ville illuminate. Oggi sono i social network, la comunicazione falsata, la costruzione di narrazioni pubbliche che spesso mascherano fragilità profonde.

Il romanzo di Fitzgerald si chiude con un’immagine malinconica: l’uomo che continua a remare controcorrente, sospinto indietro nel passato esprime una metafora potente sulla difficoltà nel confidare nelle proprie illusioni.

Se gli anni Venti del Novecento furono il preludio a nuove tragedie, il presente sembra trovarsi davanti a un bivio simile. Gli scandali che coinvolgono le élite potrebbero diventare occasione di riforma e trasparenza, oppure accelerare la disillusione collettiva.

Tra le feste di Gatsby e i jet privati dei potenti contemporanei, tra la disillusione della Lost Generation e l’ansia delle generazioni attuali, il filo conduttore è la fragilità dei sistemi quando l’etica si sgretola. E quando le crepe si allargano, il vento che soffia non è più quello leggero di una festa estiva, ma quello freddo e inquietante della tempesta.

C’è da sperare che il popolo americano si risvegli come fece nel 1933 con l’elezione del presidente F. Delano Roosevelt, rieletto per quattro volte. Salvò l’America dalla crisi e l’Europa dal nazifascismo.

Foto in apertura: Alan Ladd e Betty Fieldin nel film Il Grande Gatsby del 1949

I social: