In Ho servito la regina di Francia (Marsilio), c’è uno scrittore fallito che si lamenta. Nessuno lo legge, pur nei cambi poco ispirati di stile, e per di più ha appena perso l’unica estimatrice, per quanto critica: la mamma. All’insuccesso e al lutto si unisce la beffa di dover convivere in non più verde età con il padre, ex poliziotto un po’ fuori di testa e per di più dotato di pistola (ricordate che cosa diceva Čechov?).
Comunque. Il deserto dell’anima e la mancanza di appeal dello scrittore Giorgio Mavi si notano subito in una riunione di vecchi compagni di scuola, a cui si reca a malincuore e per un motivo poco nobile. Desidera ritrovare e magari affrontare il bullo Marcantonio Scorfani (nomen omen) che gli ha rovinato gli anni più belli, ma poi Mavi si distrae quando viene a conoscenza del dramma umano che ha travolto l’amata professoressa di francese, la Passiotti.
Qui il libro incomincia davvero. Edoardo Pisani, che muove abilmente i fili dello sfigato scrittore Giorgio Mavi, dà il suo meglio con sentimento e mestiere in un mondo inquinato dalle comunicazioni da social network, in mezzo ai tutti che scrivono qualunque cosa, e lasciano gli scrittori veri nell’impossibilità di essere unici (tipo Faulkner, di cui si ripassa una citazione piuttosto “scorretta”).
Comunque. Pisani apparecchia tutto bene per raccontare vivacemente una storia d’amore e liberazione atipica, la sua è una commedia agrodolce un po’ alla Harold e Maude (chi se li ricorda?), imbullonata su un antico scandalo e mediata agli esordi dalla grande poesia e dal rap francese, Rimbaud davanti al resto della banda.

In breve. La Pasiotti, che era stata denunciata per molestie da uno studente asino – cui avrebbe toccato il cazzo, massimo peccato sociosessuale, almeno in un mondo pretrumpiano – viene reperita dall’ex alunno in un orrendo ospizio, dove si è rifugiata dal mondo ostile fingendo, solo fingendo, l’Alzheimer… Mavi la avvicina e la accudisce finché matura la fuga.
Pisani nello scrivere ha l’elasticità e la facilità dello skater – lo era e lo è, credo sia un’abilità (anche mentale) che non decada con la maturità – e poi lui è un trenta-e-qualcosa che ha letto tutto quello che si dovrebbe leggere, di tradizione e non, d’Italia e d’estero.
Per cui non stupisce nessuna citazione o allusione, fatta quasi sempre in leggerezza, senza rischiare di trasformare una divertente partitura nella caricatura del “romanzo dell’intellettuale” che si usava d’antan.
Ciò perché proprio la letteratura è uno dei protagonisti del romanzo (che sia dunque un lieve metaromanzo?): fornisce la forza coesiva e propulsiva del rapporto tra Mavi e la Pasiotti – è lei la regina di Francia del titolo – ispirando un insperato e avventuroso viaggio a Parigi.
Questa Parigi per tre – sarà della partita anche il padre di Mavi – è il riscatto di chi viveva in esilio dal mondo e da stesso, in pagine che conoscono, come suggerisce senza mentire l’aletta del libro, “il lusso della bellezza e della meraviglia”. Manca un po’ o del tutto la cattiveria, ma Edoardo Pisani è giovane, per incazzarsi ha tutto il tempo che vuole.



