La vecchia, La vieille, così, senza zucchero e miele, s’intitola l’ultimo Simenon dur tradotto da Adelphi.
Gli infingimenti non s’addicono allo scrittore di Liegi, anzi, sono i suoi nemici giurati, e alla fine di ogni sua storia, nessuno dei protagonisti riesce mai più indossare la maschera di sempre senza ferite insanabili, o peggio.
La vecchia del romanzo (1959) è Juliette, nome che volutamente da vecchia non è, l’ultima ostinata che s’è barricata in casa e non vuole saperne di abbandonare lo stabile in demolizione su un’ île Saint-Louis che già s’appresta a diventare esclusiva enclave da ricchi. Minaccia di buttarsi di sotto, e tutto parrebbe quasi da cronaca ordinaria, quando entra in scena la nipote Sophie, una famosa paracadutista, che anche se non la vede da anni, abita per caso a poca distanza. A sorpresa, proprio lei, giovane, nottambula, nubile, nel giro degli happy few – si fa per dire – della Ville Lumière, accetta di portarsela a casa.

Ha inizio così uno di quegli incontri-scontri di coppia così cari al nostro, alimentato da una sorta di cattività simile a quella che verrà poi narrata in modo sublime nel romanzo Il gatto, dove anche c’è una casa in via di demolizione, anzi, un intero quartiere. Assistiamo sì a una passeggiata con incursione in brasserie, ma è l’appartamento di Sophie, nel quale è ospitata anche Lélia, un’amica randagia sempre sull’orlo di una crisi di nervi, lo scenario claustrofobico, graffiato da una dipendenza alcolica che tocca sia nonna che nipote.
Non è solo questa a unire le due donne, ad alimentare una sottile battaglia psicologica che segna di volta in volta un colpo a favore dell’una o dell’altra. Le due hanno molto in comune: sono entrambe nate per gridare al mondo la frattura, la crepa nell’intonaco bianco di riti ipocriti, frusti, stantii. Un fardello pesante, che nasconde l’eterno dubbio della follia, tanto che Juliette, a piccoli e scaltri passetti da vecchina finto innocua, non tarda molto a insinuare nella nipote, che ha una sorella gemella integrata, sposata bene, di far parte anche lei del lato cattivo e malato dell’umanità, il lato oscuro, quello sbagliato.
Ma sarà poi davvero sbagliato non ritrovarsi pienamente nelle dinamiche che la società ha deciso per noi? Sentire dolorosamente l’estraneità che ammanta ogni rapporto, persino quello coi genitori, per non parlare di quello con il marito o la moglie? Juliette questo ha sperimentato, e lo racconta alla nipote, che la capisce fin troppo.

«Lei non ha mai scritto niente di simile», disse a proposito di questo romanzo Paul Morand, uno dei padri della letteratura francese moderna. Così come André Gide venerava La vedova Couderc. Nessuno ha mai potuto fare a meno di cogliere la maestría di Georges Simenon nel descrivere in maniera scabra, chirurgica, l’indicibile: il male acuto e sottile dell’incomunicabilità, che fa di alcuni esseri umani che la captano quasi dei prescelti, destinati all’inquietudine, spesso feriti a morte.
«Siamo in non so quanti milioni oggi, eppure una comunicazione, una comunicazione completa, è del tutto impossibile tra due persone, e questo fatto è per me tra le cose più tragiche al mondo», disse Simenon a Carver Collins nel 1955, in una celebre conversazione pubblicata sulla rivista americana Paris Review. «Quando ero ragazzino ne avevo paura. Arrivavo quasi a urlare. Mi dava una tale sensazione di isolamento, di solitudine…». Prometteva poi di trattare questo tema ancora, e ancora, e ancora. Ha mantenuto la promessa, rivelandoci ogni volta quel che in fondo sappiamo già, ma spesso non vogliamo ammettere: comunicare veramente vuol dire, anche, farsi un po’ male.
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