E poi, quando in scena c’è il volo finale, l’interrogativo che ciascuno si pone è: si può ancora credere nella forza dei sogni condivisi?
È uno dei titoli più amati del cinema italiano, film senza tempo diretto da Vittorio De Sica nel 1951. Miracolo a Milano è ora in scena al Teatro Strehler di Milano fino al 1° aprile con la sua miscela di realismo, favola e tensione civile. Ispirato al romanzo Totò il buono di Cesare Zavattini, racconta la storia di Totò, giovane orfano animato da un’inesauribile fiducia nel prossimo, che guida una comunità di baraccati in una periferia milanese sospesa tra miseria e speranza. Quando un giacimento di petrolio attira l’avidità dei potenti, la solidarietà e la capacità di sognare diventano strumenti di resistenza e riscatto.
A settantacinque anni dalla quella sua prima comparsa sul grande schermo, l’opera teatrale – Claudio Longhi regista, Paolo di Paolo curatore della trasposizione teatrale – invita il pubblico a far ritorno a una “favola bella” che vede protagonista Totò (interpretato da Lino Guanciale che è anche dramaturg), nato sotto un cavolo e adottato da una vecchina che purtroppo muore troppo presto.
Una storia «che ieri ci illuse, che oggi ci illude» a ritrovare le ragioni profonde del nostro sentire. Un omaggio alla Milano del passato e del presente e alla complessità dell’umano di carne e sangue, di cervello ed emozioni, di favola e storia, pronto a spiccare il volo, a cavallo di una scopa, dalla cronaca all’eternità.
In scena, accanto a Lino Guanciale e Giulia Lazzarini – mamma Lolotta (92 anni meravigliosi il prossimo 24 marzo), Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero e le allieve e gli allievi del corso Luca Ronconi della Scuola di Teatro del Piccolo.
Miracolo a Milano nella versione teatrale restituisce tutta la forza visionaria dell’opera, mantenendone intatto il cuore poetico ma rileggendolo con uno sguardo contemporaneo. La scena si trasforma così in uno spazio simbolico dove realtà e magia si intrecciano: la Milano delle baracche diventa metafora delle disuguaglianze, mentre il “miracolo” assume il valore di un atto collettivo, nato dalla condivisione e dalla dignità.

È attualissimo Miracolo a Milano nel suo narrare una comunità fragile ma capace di unirsi contro le ingiustizie, interrogando su temi come l’emarginazione, il diritto alla casa e il potere dell’immaginazione come forma di libertà. Quando sul palcoscenico appare la scritta Chi costruisce case per la povera gente? è quasi impossibile trattenere un sospiro.
Opera che coniuga memoria e contemporaneità, parla al cuore e alla coscienza, invita a credere, ancora una volta, nella forza dei sogni condivisi. E continua a porre una domanda radicale: è ancora pensabile un’utopia condivisa? Se nel film di Vittorio De Sica il volo sulle scope rappresentava una fuga poetica da un mondo irrimediabilmente ingiusto, oggi quel gesto può essere letto come atto di resistenza simbolica, come rifiuto di un ordine economico che trasforma la città in merce.
In questa prospettiva, la scena diventa terreno di sperimentazione linguistica: la dimensione magica – la colomba, i desideri esauditi, il volo finale – interroga il teatro sulla possibilità di rappresentare l’impossibile senza ricorrere all’apparato illusionistico del cinema. È qui che il linguaggio teatrale può rivelare la sua forza: nel rendere visibile il miracolo non come effetto speciale, ma come atto collettivo, costruito davanti agli occhi dello spettatore.
In tempi di crescente frammentazione sociale, tornare a Totò e alla sua ingenua ostinazione significa forse recuperare un’idea semplice e rivoluzionaria: il miracolo non è un evento soprannaturale, ma la possibilità di immaginare insieme un mondo diverso.
- Nota personale. Lo spettacolo dura più di tre ore e forse è un po’ troppo. Però gli attori, compreso Totò-Lino Guanciale, prima dell’inizio e durante l’intervallo si aggirano in sala e in galleria, salutano il pubblico, stringono mani, mentre ragazzi e ragazze vestiti come le maschere dei cinema degli anni ’50 distribuiscono caramelle. Si crea così un senso di appartenenza che rende più lieve, in qualche modo, l’angoscia per quanto sta accadendo in questo tempo. Vicino a me un anziano spettatore, alla fine dello spettacolo mi ha detto: “Ma non ha trovato il soggetto un po’ di sinistra?”. Mi sono messa a ridere, ma se sperare nella giustizia sociale è (ancora, anche oggi) essere un po’ di sinistra, allora sì.
- Nella foto in apertura: il cast dello spettacolo. Credito Masiar Pasquali



