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Allonsanfàn
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La fine della storia e il disprezzo di Trump

Ricordate? La fine della storia e l’ultimo uomo (Utet) uscì tre anni dopo la caduta del Muro di Berlino. L’autore, il politologo americano Francis Fukuyama, profetizzava il trionfo del capitalismo, dello stile di vita occidentale e soprattutto il diffondersi delle democrazie liberali quale forma definitiva di governo nel mondo.

Come ben sappiamo, da Cassandra in poi il mestiere del profeta è tra i più rischiosi; con la non piccola differenza che mentre l’inascoltata principessa troiana aveva ragione, da Nostradamus in poi il resto del cocuzzaro ha tirato a indovinare con scarso successo. Intendiamoci, Fukuyama è uno studioso serio oltreché fortunato: nonostante le sue tesi si siano rivelate fallaci, il libro gli ha donato fama mondiale; tuttavia rifarsi all’alba del terzo millennio al “tutto ciò che è razionale è reale” (e viceversa) teorizzato dal grande Hegel appare quantomeno ingenuo. No, non tutto ciò che è reale è razionale, purtroppo e per fortuna: pensate a quanto sarebbe noioso un mondo perfettino, dove tutto è scontato e prevedibile, e ogni “diversità” (vera o supposta tale) trattata come erba infestante e prontamente estirpata da un giardiniere inflessibile…

Eppure alcune tesi espresse da FF sono più che condivisibili. Mi pare infatti sensato riconoscere che il capitalismo inteso quale sistema di produzione delle merci e generazione di profitto sia diventato il modello di riferimento in tutto il mondo, Corea del Nord e tribù amazzoniche di cacciatori-raccoglitori a parte. Lo racconta molto bene Aldo Schiavone ne L’Occidente e la nascita di una civiltà planetaria edito a Il Mulino (“La nostra epoca è dominata da un evento senza precedenti: la nascita della prima civiltà planetaria della storia. Una figura globale, che porta dentro di sé i caratteri dell’Occidente: la tecnica e il capitale innanzitutto, e insieme, ma in modo per ora molto più contrastato, la democrazia e il diritto”). Il punto critico della profezia di Francis Fukuyama sta proprio negli ultimi due attributi segnalati da Schiavone, la democrazia e il diritto, entrambi inesistenti in larga parte del mondo e messi a durissima prova nella restante. Quando leggo di democrazie africane che eleggono per la sesta, settima, ottava volta lo stesso presidente; quando osservo lo spettacolo degli uomini dell’ICE in azione in Minnesota; quando penso all’orda nazionalista, suprematista e xenofoba che invade l’Europa, non posso non pensare a quanto lo “Spirito della Storia” sia in ritardo nella sua opera. (Povero Hegel e poverissimi noi).

Ravera Occidente

“Ti auguro di vivere in tempi interessanti” è un’elegante maledizione. Secondo il web ha origine cinese. A me risulta coniata dagli Ostjuden, gli ebrei dell’Europa centro-orientale dove la miseria degli shtetl era la norma e il pogrom l’evento ricorrente ma imprevedibile. Se torniamo al 1992 data di pubblicazione del saggio di Fukuyama e pensiamo ai disastri che da allora si sono succeduti con biblica regolarità (gli attentati dell’11 settembre 2001, le guerre in Afghanistan e Iraq, la Grande Recessione del 2008, la Brexit, il trionfo dei social media, la pandemia di Covid, l’invasione russa dell’Ucraina, il pogrom di Hamas il 7 ottobre, la tragedia di Gaza) è evidente che i nostri tempi, questa trentina d’anni che il nuovo secolo ci ha gettato tra le gambe, siano spaventosamente “interessanti”. Niente di nuovo, direte. Se sfogliamo il calendario del Novecento i “giorni felicemente soporiferi” sono più rari dell’araba fenice. Tuttavia c’è una differenza ingombrante come una balena nella vasca da bagno: il Novecento maledetto e sanguinario è stato anche il secolo delle avanguardie, delle scoperte e delle avventure artistiche. Pittura, architettura, musica, letteratura, scienze della natura e scienze della politica hanno conosciuto gli sviluppi straordinari di cui ancora oggi godiamo le rendite.

Non ho volutamente messo nell’elenco la più grave delle sciagure, forse persino più grave del riemergere dell’odio anti-ebraico (attenzione! non è un ritorno: non se ne è mai andato). Mi riferisco all’avvento della profezia di Roth. Ne Il complotto contro l’America, romanzo distopico pubblicato nel 2004, immagina l’America sconvolta da una dittatura fascista. Un monito sul populismo, la paura e la fragilità della democrazia americana di fronte a retoriche di divisione, risuonando con le paure contemporanee di estremismo politico. (“Quando l’eroe dell’aviazione Charles A. Lindebergh, rabbioso isolazionista e antisemita, sconfigge Franklin Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940, la paura invade ogni famiglia ebrea americana, soprattutto quella del piccolo Philip, investita dalla violenza del pogrom che si scatena. Roth parte da questo antefatto di fantastoria per raccontare cosa accadde a Newark alla sua famiglia, e a un milione di famiglie come la sua, durante i minacciosi anni Quaranta, quando i cittadini ebrei americani avevano buoni motivi per temere il peggio.”). Oggi l’America di Trump ha abbandonato lo “Spirito dell’Occidente” e tratta l’Europa, il luogo dove tutto ha avuto inizio, alla stregua di un fastidioso nemico. Non solo. Il disprezzo di Trump si salda all’odio che generazioni di europei – sia giovani che vecchi – nutrono per se stessi e per i Paesi dove sono nati e cresciuti nella più inaudita libertà e sicurezza. Ecco, questa incredibile manifestazione di stupidità mi pare sia l’evento più luttuoso di questo spaventoso inizio di secolo.

Nella foto in apertura, il giuramento da presidente degli Stati Uniti di Donald Trump il 20 gennaio 2017

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