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Kengiro Azuma a Milano: scolpire il vuoto per dare forma alla vita

Nel laboratorio milanese del grande artista nipponico che ha lasciato un «segno zen» nella scultura contemporanea. A dieci anni dalla sua scomparsa, e nel centenario della nascita, Allosanfàn ha incontrato il figlio Anri Ambrogio Azuma: «Per mio padre il bronzo doveva portare tutte le tracce dell’esistenza»

Dalla porta del laboratorio filtra una luce di fine inverno. Lo spazio è ristretto: c’è da fare slalom tra le grandi sculture di bronzo e le scatole, il bancone con gli arnesi e le fotografie del maestro Azuma che guardano dagli scaffali. Più in alto, quasi al soffitto, s’intravedono i gessi e le prove del piccolo Zoo zen, realizzato tra 1965 e 1966: lo popolano gatto, mantide religiosa, pinguino, cinghiale e poi bassotto. «Non tutti gli animali sono adatti a essere rappresentati», diceva l’artista.

Azuma
Modellini in gesso nel laboratorio milanese di Azuma (foto Mauro Querci)

Si arriva fin qui da una tangenziale a nord di Milano, che attraversa un pezzo di città nuovissima, con la Fiera, con i grattacieli torreggianti, con i condomini che sembrano ancora disabitati. Poi, una via alla volta, il quartiere torna a misura più umana: la Bovisa, dove viveva la classe operaia… Tanti gli ex opifici trasformati in magazzini, ora di merci cinesi, oltre alla sede universitaria del Politecnico. Ed ecco il cortile e i piccoli fabbricati dove ha vissuto e lavorato per 60 anni Kengiro Azuma, lo scultore giapponese che con il bronzo ha dato corpo allo zen, scegliendo l’Italia.

La sua riflessione in opere sul pieno e vuoto così simili a quelli della vita – a cent’anni dalla nascita e a dieci dalla scomparsa dell’artista – continuano ad affascinare. Splendide. E il laboratorio impolverato che le racchiude, in questo pomeriggio somiglia a un tempio.

Azuma
Kengiro Azuma in studio, accanto all’opera YU-472, 1987

Ad accogliere c’è il figlio di Kengiro, Anri Ambrogio: esempio raro di italo-nipponico (è nato qui, nel 1965), che ama il Giappone ma non rinuncerebbe mai a Milano. Insieme con la sorella Mami, custodisce la memoria paterna. Da architetto cura tutti gli allestimenti delle sue opere, per le mostre come per quelle amministrazioni che davanti a certe piazze delle loro periferie si rivolgono alle creazioni di Azuma, che a quei luoghi fanno cambiare volto. Riceve con gentilezza chi si appassiona a ciò che ha creato il genitore e lo racconta …

«Era originario del Giappone settentrionale, di Yamagata. La famiglia portava avanti una fonderia per il bronzo. Purtroppo rimase orfano del papà a 13 anni e della mamma a 14… Fu un trauma. E a 16 anni, ammirando l’imperatore che combatteva una guerra mondiale, si arruolò come volontario in Marina. Voleva essere un kamikaze. Per fortuna il conflitto finì prima che gli toccasse una missione “sacrificale”. Quella resa dell’autorità divina del Paese fu però un altro colpo. Ennesima perdita. Così l’arte e il suo studio rappresentarono una cura possibile. Disse agli zii che rinunciava alla sua quota dell’attività artigiana ereditata: voleva però che lo aiutassero a frequentare l’università, a Tokyo. Si laureò nel ’53 e dopo poco si sposò con la mamma. Quindi nel ’56 – lei nel frattempo era restata in Giappone – arrivò finalmente in Italia. A quel tempo, ci voleva un vero viaggio anche in aereo. Sette tappe lungo la rotta sud. A Tokyo, alla fine degli studi, papà aveva scoperto un libro con alcune opere di Arturo Martini, Francesco Messina, Giacomo Manzù, Marino Marini e si innamorò di quegli artisti. Basta francesi, quindi, che fino ad allora erano stati il suo ideale. Niente più Parigi, Milano diventò il suo obiettivo».

Azuna
Azuma con Marino Marini, Milano 1969

Azuma junior si alza e avvicina a una lastra di bronzo lucido incisa da due tagli: rappresentano gli avi, nell’opera Mu-743: «Tutta l’arte di mio padre gioca sulla dualità – pieno e vuoto, liscio e ruvido, luce e buio, il bene e il male». E su un’altra lastra, alta tre metri e dalla superficie scabra, indica alcuni fori. «Anche la perfezione del bronzo – come la nostra vita – deve portare le tracce, le impronte del passato, che sono danni, dolori, lutti… In Italia papà ritrovò il calore che aveva perduto con la scomparsa dei genitori. Incontrò gli artisti di Brera, che lo accolsero anche se l’italiano lo parlava con difficoltà. Si sentiva a casa. All’epoca c’erano soltanto tre giapponesi a Milano… Il suo riferimento fu quel Marino Marini che aveva scoperto nel libro. Ne seguiva le lezioni all’Accademia e diventò suo assistente. È stato un legame fortissimo, il loro: anche quando Marino rimproverava il papà perché nei primi lavori figurativi si vedeva la sua influenza. “Non fare sculture alla Marini!”, lo rimproverava».

E Azuma finalmente trova la sua espressione e il ritmo, l’alternanza dei pieni e dei vuoti ispirata alla ricchezza filosofica giapponese. Il mu, il vuoto zen appunto – contrapposto al vu, il pieno – modula le forme delle sue sculture che interpretano lo spazio.

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MU-743, 1974 (foto Lazzari)

«Nel quartiere della Bovisa è sempre stato benissimo» continua l’architetto Azuma. «Accanto a questo cortile, dove ora c’è un giardino pubblico, si giravano film: gli studi della “Cinecittà” di Milano. E poi c’erano tante botteghe di artigiani. Intanto Shizuyo, mia mamma, lo aveva raggiunto… Lei com’era? Una donna coraggiosa, che ha sostenuto sempre il marito. Invece, tante giapponesi arrivate qua con i mariti sono scappate, lasciando i loro compagni e tornando a casa. Lei no. Si aprì alla città e non ha mai rimpianto Tokyo. Sono stati sempre insieme, lei e il papà. Potevano litigare tutto il giorno. Ma poi lui chiedeva sempre il suo parere, gessi o bronzi che fossero. Quando era qui lavorava sempre. Si vestiva con abiti normalissimi, per fare disegni e bozzetti usava la carta riciclata. E non gli è mai interessato il business, sfornare “multipli”, curare i rapporti con i galleristi. Capitava che un operaio entrasse nel laboratorio e gli dicesse, “Maestro, vado in pensione. Mi piacerebbe una sua scultura come ricordo. Però non ho tutti i soldi…”. E papà: “Non ti preoccupare, me li darai a rate, a 10 mila lire alla volta”».

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L’opera YU-5 per il Percorso della scultura in Corso Vittorio Emanuele, Milano 1982

«Era in ascolto della natura. Avevamo trovato questa piccola casa a Borgomanero, vicino al lago d’Orta. Ci andavamo ogni fine settimana e là lui non prendeva in mano neppure una matita: si dedicava completamente al bosco e alla cura degli alberi. La mamma, invece, coltivava il suo giardino… E sono tante le sculture di papà nate da questo suo legame con l’ambiente. Mi viene in mente la prima installazione, a St. Margarethen in Austria. Tre grandi “punte” di forma conica… Cielo, Terra, Uomo, le intitolò. Aveva usato delle pietre di un calcare locale su cui lui, semplicemente, aveva fatto delle scanalature. Tutti gli artisti che erano stati chiamati come lui per quel simposio artistico, sceglievano delle aree rialzate dove la loro opera potesse risaltare. Papà, invece, restò colpito da una piccola conca ricoperta di vegetazione. La liberò, lasciando tre piccoli alberi e queste punte bianche che spuntavano dal terreno. D’altra parte era affascinato da organismi viventi come i funghi e il bambù che lottano per uscire dalla terra. “Dove trovano quell’energia?” si domandava».

Tra le foto sugli scaffali, c’è quella che ritrae una enorme «goccia» di bronzo. Una delle tante che Azuma ha disseminato in molti Paesi. Nel 2011 ne ha donato una – alta 60 centimetri – anche a Benedetto XVI, nel quarantennale di sacerdozio di Papa Ratzinger. «La goccia d’acqua simboleggia il ciclo della vita», dice Anri Ambrogio Azuma. «Cade dall’alto, si perde nella terra, torna a evaporare… Ce ne hanno chiesta una per piazza Piola, qui a Milano. “Di tre metri”, era stata la richiesta. Gli abbiamo risposto che andava bene ma volevamo sistemare anche lo spazio attorno. Oggi la goccia si vede là, al centro dell’area verde, circondata da 21 ciliegi. Accanto ci sono due rospi, anche quelli di bronzo. L’opera è dedicata all’amica Teresa Pomodoro e la punta della scultura è orientata verso il suo Teatro No’hma, che si trova lì vicino ed è l’ex sede dell’acquedotto. Tutto si tiene».

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La goccia di Piazza Piola, Milano 2022 (foto A.A. Azuma)

Il pensiero zen. Il vuoto. L’ascolto della natura. C’è tutto questo nelle opere dell’artista. Sono di metallo, eppure emanano essenzialità, in alcuni casi leggerezza: un dialogo vero con l’esistenza. L’architetto Azuma esce dal laboratorio e si avvicina a tre grandi coni di gesso sistemati accanto a un muro. I calchi di una scultura in bronzo che è in Giappone. Nelle fessure si fanno strada alcune piantine che, solitamente, sono definite «infestanti». Verde su bianco. E ricorda: «”Maestro, guardi come sono cresciute: tiriamole via”, dicevano gli operai del cortile. E papà: “Ma no, lasciamole. Sono così belle…”».

Anri Ambrogio rientra nel deposito-atelier. In mano, una fogliolina che si è posata sulla sua macchina grigia, che già era del padre e che lui continua a guidare «perché funziona bene». Solleva in alto quella piccola «farfalla» vegetale e la lascia andare. Gira veloce su sé stessa e va a posarsi sul pavimento. «Papà continuava a interrogarsi su come la natura costruisse le sue forme».

A domandargli se quell’uomo gli manca, il figlio di Azuma riflette un momento: «È un’eredità invisibile, la sua. Gli oggetti nella vita contano poco. Lui, per esempio, dal Giappone aveva portato soltanto un cronografo di quando faceva il soldato… Adesso che non c’è più, lo sento comunque dentro di me. Il vuoto, mi ha insegnato, è importante perché può accogliere emozioni, ricordi, nuova vita».

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MU-141 nel piazzale del Cimitero Monumentale, Milano 2o25. A sinistra, Kengiro Azuma con Shizuyo Azuma (foto A.A. Azuma)

Torna a indicare l’imponente scultura di bronzo rettangolare. Il margine superiore «aperto», con una circonferenza che scava il metallo. «Questo segno si può leggere come la possibilità di una presenza superiore, divina. Il cerchio è perfezione. Oppure può essere simbolo di un altro universo che esiste, al di fuori del nostro…». La lastra ricorda un’altra scultura eretta da Azuma all’esterno del Cimitero monumentale, nel 2015: Mu-141. «Per mio padre lo spazio dei morti era un luogo vivo, dove chi c’è e chi c’è stato s’incontrano. Nel monumento, il lato brunito guarda il cimitero. Quello lucido, invece, la città. E c’è unione, non separazione».

Nel 2017, a un anno dalla morte anche Milano ha riconosciuto pubblicamente la grandezza di Azuma, inserendo il suo nome nel Famedio proprio là al Monumentale, fra tanti artisti che gli sono stati compagni di strada. Un riconoscimento importante che ha dato sostanza a un legame e che ha commosso Shizuyo, la moglie dello scultore.

Fuori, in cortile, Anri Ambrogio stringe la mano. In un vecchio vaso un rododendro è in fiore. Il sole è tornato e tinge di un colore caldo la Bovisa. Il ciclo del tempo – quello che ci è dato – prosegue.

Nella foto in apertura, l’area degli studi cinematografici alla Bovisa, oggi giadino pubblico (foto Mauro Querci)

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