Samanta Schweblin, classe 1978, argentina di Berlino, è scrittrice capace di scuotere dal torpore il lettore abituato a cercar rifugio tra le pagine di un libro.
Nei primi due racconti di Il buon male, la raccolta del 2025 tradotta ora per Einaudi da Maria Nicola, Schweblin sembra essersi prefissa di tenere sulla corda chi legge, se non di spaventarlo, aprendo la sua scrittura alla categoria del perturbante. Di certo, a Schweblin non interessa intrattenere o divertire, né spiegare per filo e per segno qualche banalità consolatoria sull’amore o la vita.

Infatti. Finiamo subito sott’acqua dentro il cervello di una donna che, al modo di Virginia Woolf, sta annegandosi munita di pesi e forse risorge (o forse no) con dei pezzettini di alga tra i capelli in un incubo di casette a schiera – sì, la vita di tutti i giorni può rivelarsi insopportabile, assomigliare a un inferno da fuggire costi quel che costi. Oppure: ci troviamo trasferiti in una bella casa borghese, insieme a un bambino molto sveglio. Peccato che abbia messo la punta dei piedi sul bordo di un patio che si apre sul vuoto, e che la bella casa sia candidata a diventare in un attimo e per sempre un luogo di disagio e atterrita nostalgia.
E poi: nella folle paura di un coniglio preso brutalmente per le orecchie o nella sorte di un cavallo da tiro stramazzato al suolo, avvertiamo una precarietà e una sofferenza arcaiche, cogliamo tutto l’azzardo e l’impotenza di essere umani…
In questi nuovi racconti, gli animali abbondano, sono incarnazioni misteriose, forse segni di un “passaggio” aperto, forse addirittura di una chance metamorfica che possa aprirci a un altrove per ora solo intuibile. Per esempio, il terzo testo, William alla finestra, unisce la sorte di un gruppo di spaesati “scrittori residenti” in un grattacielo di Shangai a quella di uno spettrale gatto avvelenato, che dimora in un altro mondo, a Kilkenny in Irlanda – questo non è un racconto di fantasmi ma poco ci manca.
Ne L’occhio in gola, invece, non ci sono bestie a catalizzare la tensione, ma il linguaggio dei gesti di un bambino che non può parlare e l’angoscia provocata da un telefono che squilla ogni notte, per anni, senza che nessuno spiccichi parola… È forse il testo più bello della raccolta e proprio qui, significativamente, Schweblin non adopera una sillaba in più di quello che le serve.
Non è un caso che mi venga alla mente Julio Cortázar e con lui tutti gli scrittori per cui il fantastico non è horror, ma un’irruzione inquietante nella quotidianità, che trasforma il reale in un luogo assai incerto.
Ecco: la bravura di Schweblin consiste nel giungere a un passo dal sovrannaturale (e dall’orrore), lasciandone filtrare la suggestione, senza varcare ma solo sfiorando la linea di resistenza della realtà. Più raramente, danza leggera su quella linea, come ne La donna di Atlántida – splendido racconto di ragazzi in vacanza, di due sorelle destinate a un esoterico e drammatico coming of age. Una donna alcolizzata sorpresa nel sonno – è una presunta poetessa e avrebbe tentato il suicidio! – chiede alle due piccole, intrufolatesi in casa sua, se sono spettri o vampiri… Da quella notte, le sorelle accudiranno in segreto la signora Pitis, nome che rimanda scopertamente alla Pizia, in cerca dell’Ispirazione, qualunque cosa essa sia. Non sfugga che la località dove si svolge la vicenda esiste, ma ha anch’essa un nome importante, borderline con il mito, Atlántida.
“Ci sono molti punti in comune in questi racconti. Intanto c’è l’idea del buon male che dà il titolo al libro” ha detto Samanta Schweblin all’Ansa. “Quante volte accade qualcosa che sembra una cosa brutta, ma che in realtà ci consente di diventare migliori di come eravamo prima? O, al contrario, quante volte succede qualcosa che sembra essere buono, ma che in realtà crea dolore? Poi c’è il tema del linguaggio, il fatto che comunichiamo male, c’è un grande rumore prima di arrivare a un’idea”. Sulle sue influenze e la predilezione per i testi brevi: “Ricordiamoci che sono argentina, vengo da una tradizione di grandi scrittori di racconti. Pensiamo per esempio a Borges, a Cortázar appunto, a Silvina Ocampo. Scrivo anche romanzi, ma perché non sono stata sufficientemente brava e ho avuto bisogno di 250 pagine per qualcosa che potevo raccontare in 20”.
Il buon male è il più potente libro di racconti letto quest’anno, insieme a La stagione delle case vuote (Hacca) di Francesca Scotti, che non a caso flirta anch’esso con l’horror.



