Dice il regista spagnolo Manuel Gómez Pereira che il copione di La cena de los generales, l’opera teatrale di José Luis Alonso de Santos, gli è arrivato tra le mie mani per caso. Ma che poi non gli ci è voluto molto per metterla sul grande schermo, ponendola sotto l’influenza delle stelle maggiori della commedia in celluloide (Lubitsch e Billy Wilder, ma anche Woody Allen), senza dimenticare però gli italiani alla Dino Risi e film recenti come Jojo Rabbit, satira sul nazismo tra realtà e farsa, e Bastardi senza gloria, per l’intreccio di umorismo nero e violenza – pure qui ce ne sono scoppi improvvisi.
Gómez Pereira ha ambizioni altissime ma, come che sia, il suo A cena con il dittatore è la perfetta commedia (nazionalpopolare?) che manca a noi italiani o che non siamo più capaci di fare: ad ampio e diversificato spettro di fruizione, molto dedicata alle famiglie, eppure non aliena da sottigliezze – per esempio, qui c’è un’intelligente sottotrama omosessuale, che coinvolge due protagonisti, la qual cosa, certo, non turba i giovani mentre i nonni manco se ne accorgono. Ma guardiamo da vicino la storia.

Dal pressbook. Spagna, 1939. Appena due settimane dopo la fine della Guerra Civile, il generale Franco ordina di allestire una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace di Madrid.
Un giovane tenente, il maître dell’hotel e un gruppo di prigionieri repubblicani – oppositori del regime franchista ma dotati di grande talento in cucina – sono costretti a preparare il banchetto in tempi record. Tutto sembra procedere senza intoppi, ma i cuochi stanno pianificando non solo il banchetto… bensì anche la loro fuga. Punto.
Sì, lo so, è come se l’aveste già visto. Ma segnalo egualmente il pericolo corso e forse sventato da Gómez Pereira. È insito nel presentare i carnefici come pagliacci, mentre si sollazzano all’Hotel Palace. In fondo si parla di immediato dopoguerra, di carceri e paura, odio e morte, fame e tracollo collettivo… Però, il regista bilancia il rischio offrendoci sì un Franco tipo sketch di Alvaro Vitali, ma sdoppia la figura del Caudillo in un temibile e feroce, per nulla ridicolo, ufficiale dalla pistola facile.

E poi Gómez Pereira ha un asso della manica: “Ho voluto portare la mia commedia su un piano profondamente umano – il più importante di tutti – con tutte le sue luci e ombre, il suo dolore e il suo sorriso. A cena con il dittatore è una commedia antibellica e una commedia necessaria”. Anche ai premi Goya (ne ha vinti due) e forse pure al nostro botteghino. Buon divertimento.
Nella foto in apertura, Mario Casas e Alberto San Juan nel film; a destra, Nora Hernández



