Erano anni che il rock, almeno nella patria in cui è nato, non tornava a svolgere un ruolo di denuncia sociale e politica. Fino allo scorso gennaio, quando con il suo Streets of Minneapolis, una dura canzone di denuncia della repressione federale contro i cosiddetti immigrati illegali, culminata con l’uccisione di due cittadini statunitensi, Bruce Springsteen non è sceso direttamente in campo.
Le instant songs, come questa del Boss, erano sicuramente una delle caratteristiche espressive di Phil Ochs, un importante ma ormai dimenticato cantautore americano, per il quale lo scorso 9 aprile sono passati cinquant’anni dalla tragica morte. Non a caso, Ochs voleva fare il giornalista, pur avendo avuto da ragazzo un’esperienza come clarinettista, che lo aveva fatto segnalare per il suo precoce talento. Ma quando si è giovani, si sa, gli interessi evolvono rapidamente, così dal clarinetto passò alla chitarra e, dopo il servizio militare, decise di tornare da dove era partito, ovvero nell’Ohio, per studiare giornalismo all’università di Columbus. Fu un suo compagno di corso, Jim Glover, a fargli conoscere alcuni dei più importanti e significativi folksingers del periodo, ovvero Woody Guthrie e Pete Seeger, segnandogli per sempre la vita. Con essi arrivò la passione politica, che proprio attraverso la chitarra riuscì a coniugare i suoi due maggiori interessi, quelli dell’impegno civile e del giornalismo.

All’inizio degli anni Sessanta era New York la piazza su cui provare a giocarsi una carriera da folksingers. E nella Grande Mela, si finiva inesorabilmente attratti dal Greenwich Village, non solo per la presenza di numerosissimi folk clubs, sempre alla ricerca di nomi nuovi da proporre a un pubblico curioso e impegnato, ma anche per il diffuso radicalismo di molti ambienti giovanili, che con questa musica e i suoi cantori, aveva uno stretto rapporto. Così nel 1962 Ochs sbarca a New York, facendosi notare immediatamente per la qualità della sua scrittura e per la voce calda e coinvolgente. Risulta dunque tra gli invitati al prestigioso Festival folk di Newport del 1963, accanto ai nomi già noti di Peter, Paul and Mary, Joan Baez, Bob Dylan e Tom Paxton.
Anche grazie alla sua collaborazione con il radical Broadside Magazine, fondato proprio in quegli anni a New York, Ochs ottiene il suo primo contratto con una casa discografica, la Elektra Records, che ne pubblicherà i primi tre album.
“He was getting better in his writing” ricorda Jac Holzman, fondatore di questa casa discografica, in un’intervista richiamata da Richie Unterberger nel suo blog. “He was extremely prolific, but there’s a big difference between craft and art. He was becoming much more of a craftsman. It was tough being a songwriter [in that era], because of this 800-pound gorilla, Bob Dylan, who could dash off stuff in no time that was superb”.

Già, Dylan. Sulla piazza del Greenwich Village, ma non solo, la sua presenza diventava ogni giorno più importante. Con Ochs all’inizio il rapporto fu amichevole. Contraccambiato da questi, che nel luglio del 1965, quando al Festival di Newport avvenne la famosa e contestata svolta elettrica del menestrello di Duluth, ne prese pubblicamente le difese, con una lettera al Village Voice pubblicata qualche settimana dopo:
“I understand that even most of the festival directors were quite upset at his performance… I think the best way to judge for yourself who was making the most valid musical point is to listen to a couple of Newport records of previous years and then listen to Dylan’s new single Like a Rolling Stone”.
La sua presa di posizione era certamente significativa, perché in quello stesso anno, a febbraio, era uscito il suo secondo album I Ain’t Marching Anymore, che come brano di apertura aveva l’omonima canzone, destinata a diventare il nuovo inno pacifista delle manifestazioni contro la guerra del Vietnam.
… For I marched to the battles of the German trench / In a war that was bound to end all wars / Oh, I must have killed a million men, / now they want me back again / But I ain’t marching anymore …
Ricorda in proposito Holzman, nella stessa intervista richiamata sopra: “Oh yeah, it was easy to remember, it was catchy, and it was singable. All of those are good things”.
Eppure l’album, che esce in contemporanea con Bringing It All Back Home di Dylan, vende a malapena quattromila copie.

Però, secondo Andrew Clayman, che ne ha scritto l’anno scorso, sulla rivista musicale inglese Far Out, proprio questa inaspettata ascesa di Ochs nell’olimpo pacifista, al posto di Bob Dylan, potrebbe essere alla base del successivo raffreddamento dei loro rapporti.
Ne ha parlato lo stesso Phil in diverse interviste, riportate poi, con alcune varianti, in almeno due dei libri che lo riguardano. E ne troviamo traccia anche in Behind The Shades, una delle tante biografie di Dylan pubblicata da Clinton Heylin nei primi anni del secolo.
Secondo queste fonti, i due folksingers si trovavano a New York sulla limousine di Dylan, nel novembre del 1965. In quel momento Dylan era in studio e stava registrando Highway 61 Revisited. Fece ascoltare a Ochs un brano tratto dalle sue sessioni di lavoro, chiedendogli un parere sulla canzone, forse alla ricerca di un sostegno in una fase in cui aveva di fatto rotto con l’impegno e la canzone di protesta. Alla sua risposta poco entusiasta:“Well, it’s not as good as your old stuff, and speaking commercially, I don’t think it’ll sell”, Dylan furioso avrebbe reagito ordinando all’amico di scendere dall’auto, aggiungendo: “You’re not a folk singer. You’re a journalist”.
Al di là della veridicità di questa ricostruzione – che presenta non pochi lati deboli, per la cui articolata disamina rimando a uno dei tanti forum aperti sull’argomento da Reddit – Dylan e Ochs si reincontreranno fisicamente solo nel 1974, in occasione di Friends of Chile, il concerto che lo stesso Ochs aveva deciso di promuovere per sostenere economicamente i prigionieri politici cileni, dopo il tremendo colpo di stato del generale Pinochet. Quando Dylan venne a sapere che l’evento rischiava la cancellazione per la scarsità di biglietti venduti, decise di dare la sua disponibilità a partecipare. Nel corso della serata i due eseguiranno assieme un paio di brani e il loro riavvicinamento sarà suggellato dall’apparizione di Ochs (si tratta dell’ultima testimonianza filmata del nostro, che di lì a qualche mese si sarebbe impiccato a casa della sorella) nel famoso Renaldo and Clara il film che Dylan realizzò a partire dal lungo tour della sua Rolling Thunder Revue nel 1975.
“We kept him on Elektra for three of the six albums we could contractually claim, and then he asked to be released because he felt we weren’t doing enough for him. In a way that was true, because by then… the whole music scene was shifting away from what Phil did, or at least what he did best, which was the topical political song. With fewer people listening, his personal devils took over”. Così ancora Holzman, in poche battute, riassume la tragica parabola di Ochs.

A gettarlo nella depressione, sicuramente contribuiscono i pesanti strascichi, personali e politici che seguono alle manifestazioni che il movimento di opposizione politica alla guerra organizza in occasione della Convention democratica di Chicago dell’agosto 1968. Negli scontri con la polizia, nel corso della grande manifestazione del 25 agosto, Ochs viene anche arrestato con l’accusa di cospirazione contro la stato. Non ne seguirà l’incriminazione formale, per l’inconsistenza delle accuse, ma da allora l’FBI lo controllerà strettamente, tanto che dopo la morte si scoprirà che su di lui esisteva un voluminoso dossier. La goccia che probabilmente fece traboccare il suo già precario equilibrio, sarà la scoperta che la maggioranza degli americani approvava l’intervento della polizia di Chicago. Così la successiva elezione di Nixon e l’assassinio di Martin Luther King lo convinsero della totale disfatta del mouvement pacifista in cui si era profondamente riconosciuto e impegnato. L’anno dopo, pubblica Rehearsals For Retirement. Emblematica la foto di copertina: la sua lapide con la scritta “Phil Ochs, american, born El Paso, Texas 1940; died Chicago, Illinois, 1968”.
L’album è ben confezionato e gli arrangiamenti orchestrali risultano una completa novità per il suo standard, giocato da sempre sui moduli tradizional della canzone di protesta folk. Ma ancora una volta non ne segue una svolta sul piano strettamente commerciale. Per Ochs inizia invece un percorso tutto in salita. In tasca una diagnosi pesante: disturbi bipolari con componenti paranoiche. La stessa diagnosticata al padre. Ormai ossessionato dalla ricerca del successo, si convince che mescolando Elvis con Che Guevara, il rock’n’ roll con la scrittura impegnata, potrà raggiungere i gusti delle nuove generazioni. Il Greatest Hits del 1970 lo vede in copertina come una sorta di clone del re del rock’n’roll, con un improbabile abito dorato, commissionato allo stesso stilista di Elvis. L’assurdo dell’operazione è che il disco non contiene nessuno dei suoi brani più famosi.
Dopo uno sfortunato viaggio in Tanzania, in cui subisce una pesante aggressione fisica, comincia addirittura a girare armato, convinto che lo vogliano assassinare. Il delirio arriva al punto da identificarsi con un’altra persona, John Butler Train, che, sostiene, ha ucciso il vero Phil Ochs. Ormai alla deriva, trova ospitalità dalla sorella, impiccandosi la mattina del 9 aprile 1976, in un momento in cui è solo in casa con il nipotino di cinque anni, che purtroppo è il primo a scoprire la tragedia.
Pete Seeger, amico di lunga data di Ochs, quella mattina è a New York. I due si sentono brevemente. Ochs infatti gli telefona perché ha bisogno di parlargli, ma Peter ha un impegno e non può trattenersi al telefono. Non se lo perdonerà mai.

Nella foto in apertura, e qui sopra, Phil Ochs a East Lansing, Michigan, maggio 1973 (credit: by Kenneth Tash)
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