Portateci i vostri figli, a vedere Un anno di scuola di Laura Samani, portateci i vostri studenti. Non per derubricare il suo film a pellicola da mera proiezione scolastica, giammai!
Le vicende del terzetto di compagni di classe maschi scompigliati da Fredrika, dall’arrivo della new girl in town, un classico dei plot americani e non solo, fanno pensare anche i cinquantenni e oltre, come la sottoscritta e tanti colleghi, ma sarà interessante il dibattito tra i giovani, il dibattito sì, questa volta, e ci perdoni Nanni Moretti.

Samani ha preso un libro del triestino Giani Stuparich, ambientato nel 1909, che già l’italo-sloveno Franco Giraldi nel 1977 tradusse in un film televisivo, e lo ha traghettato nel 2007, anno da cellulari non ancora così multitasking, ma già in grado di permettere a fidanzatine precocemente rompiscatole di cercarti se esci con gli amici, e a madri ansiose di chiederti dove sei e dove passerai la notte. È anche l’anno dell’entrata della Slovenia nel Trattato di Schengen, che permise ai triestini di passare liberamente il confine.
Non così facilmente, invece, si attraversa ancora oggi quello tra maschi e femmine, e Fredrika (Stella Wendick, esordiente come tutti gli altri) lo scopre pagando pegno. Per cominciare, all’istituto tecnico Marie Curie, dove arriva dalla Svezia al seguito del padre “tagliatore di teste” nell’azienda più nota della città, la ragazza si lascia chiamare Fred.
È l’unica donna della scuola: chiara, diretta, limpida come sono le ragazze del Nord, educate da padri liberali e dialoganti. Ovviamente, è subito al centro dell’attenzione, oggetto di commenti salaci in dialetto triestino. Il soprannome maschile le sembra forse un talismano per poter essere adottata da un pugno di compagni di classe e amici: Antero (Giacomo Covi), bravo a scuola, avido lettore, ancora vergine; Pasini (Pietro Giustolisi), il bello, quello che ci prova con tutte, anche con lei; Mitis (Samuel Volturno), il protettivo, già ingabbiato in un fidanzamento triennale con Alice (Sofia Mercandel), tenacemente nel gruppo delle femmine.

Fred viene ammessa alle scorribande notturne del trio perché «è come un maschio», dice di lei Mitis alla morosa incazzata. Eppure, è molto carina, ha giustamente desiderio di sperimentare l’arte della seduzione, d’innamorarsi, le succede. Nulla di sorprendente, il prescelto è uno del gruppetto, ma questo non è un film obbligato a trovare nella trama stilemi imprevedibili. Piuttosto, è l’indovinato e sottile richiamo alla difficoltà di sperimentare una formula nuova, una reale complicità tra uomo e donna a fare decisamente centro. «Desideriamo le stesse cose, ma il modo in cui possiamo esprimere, tradurre, verbalizzare banalmente questi desideri è diverso», ha detto Samani. «C’è meno spazio di manovra per chi abita un corpo femminile. Perché comporta dei giudizi, delle scritte sui muri o oggi dei video».
Tra Fred e il gruppo dei pari c’è senz’altro anche una differenza di classe sociale, che si traduce in educazione affettiva interiorizzata sin da piccola – ma la ragazza è orfana di madre, ha le sue ferite – contrapposta a un mondo che spesso non ha le parole per dire i sentimenti. Che vive un’apparente modernità e uguaglianza tra i sessi solo nei riti sociali, nel bere, nel fumare, nel ballare, ma nelle viscere, invece, ripete ancora le stanche regole sociali delle generazioni passate, che una donna complice non la prevedono proprio.

Samani, 36 anni, conferma quel che tutti abbiamo già pensato con Piccolo corpo, è brava, molto. Personalmente, penso sia la regista donna italiana che in questo momento ha più cose da dire e che le dice meglio. Ha studiato, si vede: in certe scene tra Opicina, la Slovenia e la splendida strada napoleonica sopra Trieste, echi del Cacciatore di Cimino, e non solo perché si aspetta il bramito del cervo.
Fred si riappropria del suo corpo, arriva la Maturità, ed è il momento in cui invece si sente nell’aria Pavese, «saprò vivere sola e fissare negli occhi ogni volto che passa e restare la stessa». Spiace che il film non abbia potuto concorrere ai David di Donatello, a causa di un’uscita tardiva nelle sale. Avrebbe meritato di più del pur carino conterraneo Le città di pianura, subissato di candidature in maniera esagerata.
Resta il fatto che in questo momento, se vogliamo vedere una nouvelle vague italiana, dobbiamo guardare proprio a Est, al Friuli-Venezia Giulia di Svevo, Saba, Pasolini ed è una piacevole novità (nella foto in apertura, Stella Wendick tra Samuel Volturno e Giacomo Schiavo).
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