In suburbi quasi deserti, fotografati in metallici colori sui toni del blu e del verde, si muovono i personaggi della dark comedy/thriller DTF St. Louis, miniserie di casa HBO. Cercano di riparare, ognuno a modo suo, la loro vita faticosa e priva di un senso che vada oltre alla routine delle preoccupazioni quotidiane.
Noi li seguiamo con dubbiosa pazienza in ambienti domestici e sgombri stradoni che i protagonisti maschi percorrono sovente con eccentrici bicicli su cui si pedala sdraiati.

DTF sta per Down to Fuck, ed è una sorta di app per incontri. Dietro la sbrigativa locuzione, però, come scopriremo poco a poco, viaggiando tra i profili degli iscritti, vengono realizzati contatti particolari, legati sì alle zone buie del corpo ma anche alle plaghe nostalgiche dell’anima… Ci si può cercare, nei fatti, anche solo per il piacere perduto di camminare o di pattinare su ghiaccio mano nella mano con qualcuno – gran cameo di Peter Sarsgaard.
A proposito: ecco personaggi e interpreti. Linda Cardellini/Carol Love è una donna sui cinquanta molto bella e intristita dall’inconcludenza del marito: per portare due dollari in più in famiglia – in ogni serie c’è sempre lo spettro del college per il figlio! – ci si presenta con una molto poco erotica bardatura da arbitro di baseball. David Harbour/Floyd è il velleitario coniuge, con cui Cardellini non fa più sesso da tempo immemore (anzi: da tempo memore). Ingrassato e già vittima di un misterioso incidente, forse trova la sua via – non certo i soldi che servono alla consorte e al ragazzino – traducendo con il linguaggio dei segni i discorsi dei sordomuti.
Il terzo personaggio, incomodo ma non troppo, è Jason Bateman/Clark, meteorologo delle tv in crisi d’identità: in fondo, basterebbe una scritta su un video a sostituire le sue previsioni. Bateman ha un sorriso mite, l’animo gentile e una sessualità sognata che, ci pare di aver capito, viene definita “ponderale”.
In una essenziale stanza di motel – munita di capiente armadio – Clark chiederà un po’ meccanicamente a Carol Love di realizzare i suoi desideri segreti ma intanto, per i casi della vita, frequenta Floyd, e ne diviene amico. Vero amico. Tanto che il terzetto presenta nei sette episodi del serial varie e inaspettate combinazioni – e l’armadio avrà un ruolo, cruciale, per i suoi fuggevoli ospiti.
Veniamo al lato giallo. Quando uno dei tre personaggi muore, toccherà a un anziano detective di Chicago, un impeccabile Richard Jenkins/Donoghue, svelare un mistero che lui stesso fatica a comprendere, anche perché parte da una visione tradizionale del rapporti umani e del sesso.
Nonostante abbia a fianco una collega nera e molto cool, Joy Sunday/Jody, il vecchio poliziotto è il quarto personaggio della storia che in un modo o nell’altro soffre di solitudine – cioè è il quinto, se contiamo pure il ragazzo dal difficile carattere, Arlan Ruf/Richard, figlio di Clark e Carol Love.

Il nume della serie in equilibrio ammirabile tra commedia quasi sentimentale e cupo thriller con lampi di tragedia, è l’abile Steven Conrad. Sappiamo che è di mezza età anche lui e che in passato ha diretto The Weather Man (con uno stuporoso Nicolas Cage) e Wonder (il film sul bambino col casco) più altre commedie sghembe, popolate di uomini comuni che sognano a occhi aperti, come Walter Mitty. Ora con DTF St. Louis ci chiede a ogni piè sospinto di comprendere il significato della sua opera, capace di sfoggiare un linguaggio diverso da quello tradizionale – che assomigli a quello dei sordomuti con cui spesso parlano i due uomini per scambiarsi impressioni intime? – e confermare che non ha fatto la consueta storia di corna.
Esempi di eccentricità? Non spoilero quasi nulla, ma voi fate attenzione al perché Carol Love ha avuto precedenti con la polizia e come mai lo nasconde. O al perché Clark smette, di punto in bianco, di collaborare con le forze dell’ordine. O al motivo per cui Harbour si porta sempre dietro come un trofeo un vecchio numero di Playboy. Se non vi divertirete, applaudirete. Probabilmente ci sarà una (imprevista) seconda stagione.



