Quel che so di Orson Welles mi porta a immaginare che avrebbe ghignato di brutto, se avesse scoperto che mentre mi accingevo a recensire il suo Un pezzo grosso (La nave di Teseo, 2026), inedito in Italia e persino in America, conquistata da suggestioni miste e disordinate come personaggio insegna, mi sono ritrovata a comprare on line la prima edizione di un altro romanzo, Il signor Arkadin, (Garzanti, 1956).
Il libro è tratto dalla sceneggiatura di Mister Arkadin (Rapporto confidenziale, 1955), film grandguignolesco, visionario, pieno di adorabili cliché (la tratta delle bianche!), e con un final cut mai approvato dal regista.

Welles dunque non lo considerava davvero un film suo, e del resto anche il romanzo, pur firmato da lui, in realtà sembra sia stato scritto dal francese Maurice Bessy, traduttore fino a oggi proprio dell’unica versione di Un pezzo grosso, uscita in Francia nel 1953.
Vi gira la testa? Ottimo! «Per me la regola fondamentale è quella di emozionare chi guarda. Se questo vuol dire recitare Amleto magari volando da un trapezio o immerso in un acquario, l’importante comunque è riuscire a far emozionare gli spettatori», diceva Orson in un’intervista a Les Nouvelles Litéraires.
Torniamo a Un pezzo grosso: il libro, con prefazione di Alberto Pezzotta, è stato rintracciato nel virtuoso e prezioso fondo Welles del Museo Nazionale del Cinema di Torino, che fino a ottobre ospita anche una mostra a lui dedicata, My name is Orson Welles. Racconta di un’immaginaria isoletta sperduta nel nulla e del tutto priva di risorse, Maliňha, nomen omen, che tutto d’un tratto diventa il centro di intrighi internazionali. A bordo di una nave, stanno per sbarcarci l’americano Joe, che rappresenta una multinazionale simil Coca-Cola, una bevanda gassata non ancora tracannata dagli isolani; la romantica e apparentemente svagata Susie, in fuga da una vita noiosa a Washington; e il fidanzato per caso, l’indigeno Joachimo, aspirante Ministro degli Esteri.
Su Maliňha regna un dittatore, Massimiliano Cuccibamba (!) con tanto di amante in carica, l’ovviamente femme fatale Lola. Poiché Joe il rappresentante viene scambiato per emissario del Presidente degli Stati Uniti, ecco iniziare un gioco degli equivoci che getta nel panico la vita locale. «Parla dell’impero della Coca-Cola e della Pepsi-Cola; una farsa sull’imperialismo capitalista, sulla minaccia comunista e via dicendo», aveva raccontato Welles a Peter Bogdanovich (Io, Orson Welles, Baldini e Castoldi, 1992).

La trama sta a metà strada tra la tipica commedia romantica anni Cinquanta con dialoghi sempre brillanti – tutti intelligenti, gli innamorati delle commedie anni Cinquanta! – e il thriller fantapolitico. Il Nostro si diverte moltissimo a infarcirla di massime a effetto, di tutti i suoi pensieri sulla vita e sul mondo, che il giorno dopo, magari, cambiavano in toto, vedi le conversazioni raccolte da Henry Jaglom in A pranzo con Orson (Adelphi, 2015), e del resto, chi non cambia mai idea e vita è già morto. «Non è previsto che la famiglia sia un ideale… È una base operativa – o almeno lo era, finché voi americani non ci avete messo mano», dice ad esempio Joachimo. Oppure, l’Arcivescovo locale a proposito della parola “rumore”: «Una parola traducibile in tutte le lingue latine, ma un fatto inevitabile in tutti i paesi latini… Dove c’è il sole, non c’è mai il silenzio». E ancora, per bocca di Susie: «Di latini ipocriti ce ne sono pochi, perché non tengono in così alta considerazione i puri ideali da pretendere di vivere alla loro altezza». Tornano alla memoria la fiaba della rana e dello scorpione in Rapporto confidenziale e la famosa sentenza sulle differenze tra Svizzera e Italia pronunciata da Henry Lime nel Terzo uomo.

Un giochino divertente dopo aver letto il libro è immaginare quale personaggio Welles avrebbe riservato per sé in un film. Voto per l’Arcivescovo, con abiti talari sgargianti, barba posticcia, sopracciglia accentuate, il più pompier possibile.
Nella foto, un giovane Welles, impresario di Broadway per il Giulio Cesare del 1938



