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Ladies and Gentlemen: Andy Warhol a Ferrara, e non è la prima volta

Travestiti tutti psicologicamente uguali, come dignitari bizantini in un’abside stellata”: così scriveva nel 1975 Pier Paolo Pasolini (in quello che fu presumibilmente il suo ultimo testo prima di essere assassinato il 2 novembre) a proposito delle anonime drag queen afroamericane presentate  nella mostra di Andy Warhol Ladies and Gentlemen inaugurata in anteprima mondiale a Ferrara il 25 ottobre dello stesso anno: una serie di serigrafie con le quali Warhol abbandonava le celebrities ritratte fino a quel momento – la Monroe, Mick Jagger eccetera – dedicandosi alle signore/signori del titolo, male to female, maschi di aspetto spettacolarmente, iperbolicamente, sfacciatamente femmineo che campavano la vita nel mondo queer di Manhattan, “walking on the wild side” come nella canzone di Lou Reed (suo grande amico fin dai tempi dei Velvet Underground).

Warhol Ferrara
Andy Warhol, Autoritratto, 1986 – Collezione Udo e Annette Brandhorst, UAB © foto Scala, Firenze/bpk © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, by SIAE 2026

Ora, passato mezzo secolo, la stessa mostra Ladies and Gentlemencon l’aggiunta di opere  di Warhol mai viste in Italia – viene presentata di nuovo (fino al 19 luglio) nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara, laddove, cioè, fu ospitata in origine (in realtà era stata programmata per la Rotonda della Besana di Milano, ma alla fine l’allora assessore milanese alla cultura rinunciò per ragioni politiche: temendo che dei quadri di travestiti, oltretutto neri, urtassero la sensibilità degli elettori lasciò il campo al lungimirante Franco Farina, direttore della galleria d’arte moderna dei Diamanti).

Per l’inaugurazione del 25 ottobre 1975 arrivò in città lo stesso Warhol (con un aereo privato messo a disposizione da Gianni Agnelli): si fermò alcuni giorni, raggiunto dall’amica Liza Minnelli, entrambi a girare per le strade di Ferrara affascinati dal silenzio di quella città con così poche automobili e così tanta gente in bicicletta, che intanto, per via di quell’evento storico, si guadagnò il titolo di prima capitale italiana dell’arte contemporanea.

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Nelle sale di Palazzo Diamanti

La mostra di oggi, a cura di Chiara Vorrasi, è una sorta di ritorno al futuro che restituisce (senza alcuna “operazione nostalgia”) lo spirito della scena pop anni Settanta, anni creativamente assai vivaci, quando tra le varie arti – pittura cinema musica teatro – circolava un’energia nuova che tutto toccava e coinvolgeva, e che tuttora riesce a farsi percepire nel percorso delle varie sale. A cominciare dall’entrata (dove si è accolti dallo stesso Warhol attraverso sequenze filmate che documentano l’happening da lui improvvisato la sera dell’inaugurazione del 1975 quando ruppe, passandoci attraverso, i manifesti che simbolicamente chiudevano i passaggi tra una sala e l’altra), e poi i ritratti di Mao-Zedong di cui Warhol reinterpretò l’iconografia ufficiale, presentati a Parigi nel 1974, la serie di autoritratti e molto altro, fino all’ultima sala dove a chiudere l’allestimento è la sua trasmissione Fifteen Minutes, su MTV tra il 1986 e l’87, ispirata ai famosi 15 minuti di celebrità prevista per tutti nella nuova era mediatica.

Il già citato testo di Pasolini sulla serie Ladies and Gentlemen, riportato per intero nel catalogo, offre spunti di riflessione su vari temi, non ultimo sul perché non potesse esserci una immediata comprensione tra Warhol cantore della società dei consumi e del neocapitalismo, e Pasolini che li considerava causa del “genocidio culturale” che si andava producendo. Forse Pasolini cercava in quei ritratti una profondità, o la ricerca di un riscatto per quegli anonimi travestiti, che in Warhol non c’era: ”Se volete sapere tutto su Andy Warhol”, diceva lui stesso, “guardate solo la superficie dei miei dipinti, dei miei film, e di me. Dietro non c’è niente”.

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Andy Warhol, Wilhelmina Ross, 1975 – © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc, by SIAE 2026

Comunque. Guardando i visitatori che tutti, ma proprio tutti, si fanno i selfie davanti alle opere esposte, mi viene da pensare che, anche a non essere fan assoluti delle sue opere, non si può però disconoscere l’intuito profetico di Andy Warhol, grafico pubblicitario-pittore-cineasata underground, paladino dell’arte pop, anticipatore della comunicazione globale e dell’over-exposition, sovvertitore della tradizionale concezione di unicità e originalità dell’opera d’arte, l’uomo che nella sua vita alquanto straordinaria ebbe pure la singolare ventura di morire due volte: la prima a New York nel giugno del 1968, sparato da una allucinata frequentatrice dello Studio 54 che si era vista rifiutare un copione: portato al Pronto Soccorso in fin di vita, dichiarato clinicamente defunto dai medici che lo avevano operato, riprese miracolosamente a respirare dopo qualche minuto; la seconda volta muore nel 1987 a 58 anni, lui che per tutta la vita a chi gli chiedeva l’età, con quei capelli argentati da alieno, rispondeva di avere 80 anni per sentirsi dire che non li dimostrava. La sua data di nascita, invece, ufficialmente il 1928, pare che in realtà risalga a qualche anno prima dato che comunque un documento anagrafico accertato non esiste: insomma sembra che Warhol, pur nell’era della sovra-esposizione mediatica, qualcosa sia riuscito a tenersela per sé.

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Tra le Marilyn e le Minnelli di Warhol
  • Andy Warhol, Ladies and Gentlemen Palazzo dei Diamanti a Ferrara (fino al 19/07/2026) info, qui
  • Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)
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