Le sue creazioni sono visionarie, sperimentali eppure profondamente poetiche. L’artista apre ad Allosanfàn la sua casa-atelier-museo. E si racconta
Conoscere Filippo Avalle vuol dire entrare in un mondo dell’arte multiplo. Perché le sue creazioni non hanno un’immagine sola: sono pittura e tecnologia, scrittura e calligrafia, racchiudono il gioco di colori e di trasparenze. Sono complesse come la vita, che nella sua trama porta sempre iscritta la morte. Autore di circa duemila opere, a 78 anni è in piena attività, con progetti aperti su più fronti. Tra i più recenti c’è il libro Helma Maessen – Attraverso la sua poesia, in cui alcuni suoi lavori dialogano con i versi della moglie, mancata da poco tempo. Un intenso e raffinato omaggio d’artista.
Avalle vive e lavora sul lago di Como. Si risale la sponda occidentale, si sfiora il piccolo paese di Brienno e, sui primi pendii che salgono al monte Comana, ecco la casa-museo dell’artista.

La vocazione del costruttore-artigiano Avalle si capisce subito dai muretti a secco che si dipanano e sostengono il giardino intorno alla piccola villa affacciata sul lago. Ci sta lavorando da un paio di decenni: ha imparato dai capomastri del posto. E la sua età non gli impedisce certo di spostare le pesanti beole, aiutandosi soltanto con un carrellino portapacchi. Alto, dritto, lo sguardo mobile, accoglie con cortesia l’ospite che lo va a incontrare.
Fin dalla porta d’ingresso, alla parete di sinistra colpisce un pannello di tre metri con una trentina di centimetri di spessore. Le figure che lo popolano fanno pensare alla Divina commedia: sono circondate da alberi scossi o forse divelti dalla tempesta, da inquietanti radici che si allungano dal cielo.

«È un viaggio dentro il mondo e la terra» dice l’artista. «S’intitola Helma nel labirinto mio». Già, Helma. La poetessa olandese e moglie è stella polare nella storia dell’artista, con lui ha condiviso sessant’anni di vita. Il suo personaggio emerge alla sinistra della grande opera: è musa, angelo della salvezza, oggetto d’amore infinito – a maggior ragione adesso che non c’è più.
Ma la tela-labirinto si apre poi come un libro e sotto «la pelle mostra i suoi organi», aggiunge il suo creatore. Si vede il disegno: è ricavato come un merletto incidendo e sagomando un particolare tipo di polimero. Ancora: c’è una scheggia di resina di pino che, tagliata, è diventata scultura. «Qui le storie interagiscono e si moltiplicano» si legge su una scritta. Significativa.
Si sfoglia un altro strato della struttura e si scoprono i meccanismi che mettono in movimento i vari elementi in plexiglas. «Li costruisco io con dei piccoli motorini elettrici. Come faccio i telai dei quadri…». Su Instagram, al profilo filippoavalle_casamuseo, si può ammirare questo incredibile assemblaggio di elementi, accompagnato anche da una colonna sonora di musica elettronica. «Me l’ha dedicata un allievo…».

D’altra parte Avalle è più un demiurgo che un artista tradizionale. E muoversi tra le circa 200 opere in mostra nel suo rifugio-esposizione è un’esperienza necessaria. «L’arte per me è un’esplorazione continua. Ho cominciato con la pittura. Poi ho provato il plexiglas, affascinato dalle sue trasparenze. Ho imparato a lavorarlo e non l’ho più lasciato».
A differenza di molti che fanno il suo mestiere, Avalle è gentile: cerca di spiegarsi con l’interlocutore, non parla per enigmi. Né impone la sua visione. «Sono convinto che chiunque si trovi di fronte a una mia opera deve elaborare il proprio percorso di interpretazione. È un’arte mitopoietica – racconta storie: ma poi è necessario lo sguardo di chi le si avvicina che la arricchisce. Le dà vita».
Invece, per raccontare il percorso di Avalle, le sue passioni, le vicende e i legami familiari ci vorrebbe un romanzo, un reportage non basta. Prendiamo i suoi inizi. «Fin da bambino disegnavo. A sette anni ho costruito quella barca a vela», ricorda, indicando un perfetto modellino di cutter riposto in un angolo.
Nato nel 1947 vicino a Ginevra, cresce a Varese e a Torino dove frequenta ginnasio dai Rosminiani e il liceo artistico. Ma si annoia e, dopo essersi fatto volutamente bocciare, apre un atelier in un appartamento occupato. Tiene le prime mostre e riesce a vendere i suoi quadri. Intanto si iscrive all’Accademia Albertina e anche qui non frequenta i corsi. «Però portavo i cataloghi delle esposizioni al direttore che capiva in quale modo mi stessi impegnando. E mi firmava il libretto di frequenza… Comunque ho imparato a disegnare bene, perché senza quello un artista non va da nessuna parte. Ho attraversato tutte le avanguardie storiche – Picasso, Kandinskij – in quattro anni. Ma dovevo trovare uno stile mio».
Così lavora sui dipinti polimaterici, quadri-forma che superano i limiti della bidimensionalità e della cornice. Ha grande influenza su di lui la ricerca di Lucio Fontana. «Con i tagli e i fori sulle sue tele voleva andare “oltre”, con un salto concettuale potente. Purtroppo non ha fatto in tempo ad affacciarsi sullo spazio aperto da quel suo gesto rivoluzionario. Direi che io, con i miei lavori, ho cercato di guardare al di là di quel taglio».
Per questo, oltre a praticare l’arte, Avalle approfondisce la psicanalisi, la filosofia, la letteratura, e anche la scienza, come si comportano e si utilizzano i materiali.
L’incontro decisivo avviene nel ’64, durante un viaggio in Inghilterra. Su un autobus vede Helma. «Era seduta nei primi posti. Io, più indietro, continuavo a guardarla. Le chiesi: “Are you English?”. E lei: “No, I’m Dutch”… Cosa mi aveva colpito? Forse come teneva i piedi calzati nei sandali: un po’ piegati, rivolti verso l’interno. Era preziosissima…».

Oltre a essere una raffinata traduttrice, Helma è stata un aiuto fondamentale per la gestione di attività e opere di Filippo attraverso i decenni. «Fino a quando, a 55 anni, ha riconosciuto la sua personale forma di espressione. Io la stavo sovrastando con tutti i miei progetti, le opere che richiedevano impegno continuo. Ha ritrovato il suo spazio cominciando a scrivere poesie in italiano e nederlandese. Bellissime».
Si legge in alcuni versi: «Il bosco tra lei e il lago / aveva, a guardare bene, i suoi anni / tra giovinezza e vecchiaia/ e persino le assomigliava / alberi prematuramente fieri della loro età / qua e là una solitaria spina nuda / o rami spogli colpiti dal temporale, / sempre nuovo verde pieno di fresche promesse».
Ogni volta che Avalle parla della moglie, la voce emozionata si fa più sottile. Nello studio dove lei lavorava – con una finestra che inquadra le piante e le acque del lago come in un dipinto – nulla è stato spostato.
Presente e passato continuano a inseguirsi nella memoria. Quando la coppia arriva a Milano – «con pochi soldi e come Renzo e Lucia» – l’artista apre il suo atelier nella zona di via Tortona. Oggi non c’è più nulla di quella strada. «Ma negli anni Settanta era piena di artigiani», racconta, «È lì che ho imparato a saldare i metalli e a intagliare il legno…».
Negli anni Ottanta si trasferiscono finalmente a Brienno, «in questa casa che è stata tutta progettata – spazi e arredamenti – da Helma».
Alla parete di un corridoio è appesa un’opera capitale nella carriera di Avalle. È il disegno del volto di Ezra Pound, poi diventato un «olotratto».


L’olotratto, per usare le parole del critico Franco Monteforte, è «un ritratto tridimensionale, ottenuto con la sovrapposizione di strati di plexiglas incisi con un disegno e l’introduzione fra uno strato e l’altro di piccoli frammenti dello stesso materiale». Aggiunge l’artista: «L’olotratto ha una resa unica. Esprime bene la mia curiosità per la tecnica e il trattamento dei materiali».
Basta scendere per una scala e l’attitudine sperimentale di Avalle trova compimento in tante altre opere, in cui arte, ricerca, sperimentazione e abilità artigiana si fondono. Questo piano della casa espone infatti decine di esempi straordinari che hanno contribuito alla fama dell’artista.

Si vede dunque Sintesi, piccola scultura che fa riferimento al grande Obelisco solare, realizzato in plexiglas e vetro con filtri interferenziali e fibre ottiche: alto dodici metri, è stato costruito nel 1992 per la nave da crociera Costa Allegra. Ci sono lavori drammatici come quello ispirato all’11 settembre 2001; o l’imponente Via crucis commissionata dalla chiesa di Montegrosso D’Asti, che ha impegnato l’autore per due anni e mezzo e sviluppa un bassorilievo in plexiglas lungo dieci metri. Una delle sue «stazioni», l’incisione con la Crocefissione, appena si illumina con un neon prende volume e ancora più bellezza.

In un altro lavoro – Alle porte dell’Europa – tre figure cercano di scavalcare il «muro» innalzato dal Vecchio continente contro le migrazioni. Nessuna di queste sembra riuscirci. Eppure una prende un paio d’ali di farfalla e spicca il volo. Avalle ha impiegato mesi per assemblare i quattro strati di plexiglas della composizione: inglobano pigmenti colorati che prepara lui stesso con una tecnica imparata da un amico. Il risultato: effetti cromatici splendidi, che cambiano a seconda dell’angolo di osservazione. Parlando di questi lavori complessi e labirintici, l’artista si entusiasma: «Mi sveglio al mattino e non vedo l’ora di cominciare, ho troppe idee che devo realizzare».
La motivazione della sua impazienza si trova dietro un angolo dello studio, dove si entra in una vera «officina». Decine di scatole misteriose e contenitori con viti e sostegni di tutte le misure, rotoli di carte da disegno, fogli di plastica e profili di legno, arnesi e vernici. E poi una strumentazione da artigianato di precisione, con trafori e un trapano a colonna. «Me lo sono fatto costruire 50 anni fa: ha un braccio potentissimo».

In un recipiente di plastica tiene della polvere di ferro che sta arrugginendo. «Ogni giorno ci verso sopra acqua e sale per ricavare le mie colorazioni particolari». In questa bottega chiunque avrebbe da imparare. «Però non ho voluto far lezione finché non avessi davvero qualcosa da trasmettere. E solo nel 1999 ho cominciato a insegnare all’accademia Naba di Milano. Nei miei corsi cercavo di aiutare i ragazzi a inventare. A esprimersi. E da lì sono nate delle splendide creazioni».
Al centro dell’atelier domina una grande tela. Con un foglio di polimero e plexiglas, Avalle sta dando forma a una nuova figura. «È Rob, il fratello di Helma che ha sofferto di una grave malattia. E ha scelto di raggiungerla. Se n’è andato con l’eutanasia».
Un episodio accaduto nei giorni successivi alla visita, dimostra quanto l’atelier sia un’ispirazione, anche nel caso di quest’opera. Per alcuni istanti un raggio di sole, filtrato dalle vetrate, ha illuminato l’abbozzo del protagonista. «La rifrazione sulla materia plastica ha generato effetti di luce e colore così magnifici che voglio ricrearli nella versione definitiva del mio omaggio», spiega l’artista. «Aveva ragione Leonardo da Vinci quando diceva che la natura è la guida migliore per le nostre azioni…».


Tra i molti altri «lavori in corso», da 15 anni Avalle sta scrivendo un poema illustrato che finora ha raggiunto le 750 tavole. Sono tutte diligentemente ordinate in contenitori di legno – fatti a mano da Avalle – dentro un armadio. Si intitola La storia dell’uomo riccio e prende spunto da uno scritto della giornalista russa Anna Politkovskaja. C’è questo anziano che ha perduto tutto, vive in strada e, per difendersi, si rannicchia come fosse un riccio. «Nella mia interpretazione le sue vertebre si trasformano in aculei», dice l’autore. «Ma non so se finirò di scrivere e disegnare mai questa storia».
Intanto, in giardino, sta costruendo un piccolo padiglione teatrale «per le performance basate sui miei lavori». Tra pini, camelie e aiuole di rosmarino si snoda un sentiero. Qui, nei muretti a secco, verranno sistemate 12 formelle con le poesie di Helma Maessen.


Lei se n’è andata il 28 maggio di due anni fa. Un testo drammatico che Avalle le ha dedicato – Il masso del roncho – verrà messo in scena a Brienno, in ottobre. È una dichiarazione d’amore. Come lo è, in una dimensione familiare, il libro curato dall’artista con sue opere che illustrano le composizioni della poetessa. E comprende anche i ricordi affettuosi scritti da tanti amici. La voce di Filippo torna a smorzarsi. «Sì, Helma non c’è più. Io però la incontro in quello che faccio ogni giorno».
Lei, da parte sua, ha lasciato la sua traccia in alcuni versi di melanconia, che possiedono però la leggerezza di chi sa: «La vita sottosopra, / sorridi all’idea, tutto sommato va bene così / addirittura è più bello / sei lì sopra a pattinare, / a danzare su quell’immensa pista di ghiaccio». E questa storia di arte e di amore continua.
Nella foto in apertura, Filippo Avalle di fronte alla sua scultura in plexiglass L’ecosofo (2013). Le fotografie del reportage sono di Mauro Querci



