Non mi sembra un tema molto battuto al cinema e in tv, eppure l’Occidente formicola (verbo scorretto) di ospiti stranieri – ospiti tra virgolette – che per lavoro badano ai cari altrui, giovani o vecchi, e intanto vivono nei piani bassi della società.
Non per caso la miniserie tv danese Reservatet – La Riserva allude nel titolo a uno spazio fisico, il quartiere di Gentofte e altri limitrofi a Copenaghen, dove si toccano in nome di sua maestà il denaro – e di chi altri se no? – i mondi di padroni e servi. “Le case lussuose e i giardini curati, immersi in un paesaggio da cartolina nordica, sono in realtà delle riserve chiuse, protette, dove tutto ciò che è scomodo viene tenuto fuori dalla vista. O nascosto nei sotterranei” (Chiara Poli).

Per esempio. Nelle case lussuose abitano le famiglie di due amici, appartenenti a una ben dichiarata classe dirigente, che hanno assoldato ragazze alla pari filippine: queste si occupano dei rampolli di casa, avendo magari lasciati soli in patria i loro bambini (e i loro vecchi).
Come altre salariate emigrate le ragazze vivono il tempo libero tra i banchi di una chiesa o, ahimè più laicamente, in una villa dove si vendono come prostitute, incantate dallo stile di vita (lo stile monetario) del nostro continente.
Il tema di Reservatet è l’attrito tra le famiglie abbienti e le loro ausiliarie straniere, che appare in tutta la sua forza quando una ragazza alla pari, Ruby, scompare, innescando un giallo e un gioco al massacro che porta alla luce la distanza abissale tra gli uni e gli altri, la diffidenza reciproca che trionfa dopo l’illusione (da parte di chi paga) di portare beneficio a un’umanità sfortunata o solamente di comprenderla.
Ruby che sparisce è il nodo che svela tutta l’ipocrisia o il buonismo, la noncuranza o la goffa partecipazione della parte bianca della società alle sventure degli ultimi. In Reservatet, uomini potenti, casalinghe inquiete e figli adolescenti finiscono smascherati e inchiodati al loro razzismo (è razzismo, che altro?) da loro stessi e da una poliziotta ostinata che porta nei tratti del viso il segno della sua estraneità alla buona borghesia di Copenhagen.

Ideata da Ingeborg Topsøe con Ina Bruhn e Mads Tafdrup, la miniserie è diretta da Peter Fly ed è disponibile su Netflix. Fly predilige procedere per quadri stilizzati in ambienti di design e per ghiacciate riprese dall’alto quando vuol farci intendere che è insieme lontano e vicino alla solitudine dei suoi personaggi. Soprattutto a quella dell’uomo contemporaneo che cerca disperatamente di essere giusto, e che in questo caso è una donna problematica e forse persino una cattiva madre…
A parte schematismi e fuori dai cliché – la specialità del prodotto serial – Reservatet è un buon racconto nero su un tema, come notavamo, assai meno frequentato di quel che si riterrebbe possibile… Perché? Non è che noi assomigliamo, nella comoda rimozione dell’“altro mondo”, alla brava gente cinica e sfruttatrice di Reservatet? Ma poi possiamo dirci che questo, in fondo, è soltanto un thriller.
Nella foto in apertura, Donna Levkovski è Ruby



