La fortuna di Un uomo tranquillo di Maurice Walsh, scrittore popolare irlandese, attivo nella prima metà del Novecento e molto apprezzato per la sua scrittura elegante e piena di brio, è piuttosto curiosa: dopo aver conosciuto una fiammata negli anni Cinquanta e Sessanta, in corrispondenza dell’uscita dell’omonimo film di John Ford nel 1952, il libro è immeritatamente caduto, almeno in Italia, nell’oblio, tanto che è anche andato fuori catalogo.
Il volume, uscito nel 1935, ma tradotto in Italia per la prima volta nel 2001, originariamente si intitolava Green Rushes e conteneva cinque racconti in cui si narrano vicende intrecciate tra di loro, tutte ambientate nell’Irlanda degli anni Venti, ovvero durante gli anni in cui si sviluppò la guerra d’indipendenza irlandese.

Per questo, in tutti i racconti numerosi sono i riferimenti all’IRA, alle attività di spionaggio e controspionaggio, agli scontri armati con i Black and Tans (un corpo di polizia ausiliario reclutato dai britannici, tristemente noto per la sua brutalità), anche se la Grande Storia resta sempre sullo sfondo, perché l’attenzione di Walsh, sempre moderato e bonario ma non banale, è dedicata soprattutto alle vicende delle persone comuni, o che sembrano tali, che vanno al pub, vanno a messa, vanno in carrozza e coltivano i campi.
Dunque, il clima politico arroventato degli anni delle rivolte viene ampiamente diluito nelle lunghe e liriche descrizioni dei prati irlandesi verdeggianti, dei cieli tersi e soprattutto delle acque limpide e pure. Grandissimo spazio hanno, perciò, le scenette di pesca: prima o poi, qualunque cosa stia succedendo, un uomo tira fuori la sua lenza e si immerge fino alla cintola in un fiume pescoso: lo stesso titolo della raccolta, che si potrebbe tradurre come Giunchi verdeggianti, allude alle erbe palustri che costeggiano le pescose rive dei fiumi irlandesi.

In effetti, quasi tutti i racconti sono nella sostanza quadretti di vita quotidiana, più o meno idilliaci, in cui si sviluppano storie d’amore. Il terzo racconto della raccolta di intitola Un uomo tranquillo e narra la storia di un giovane, Paddy Bawn Enright, un ex pugile, tornato in Irlanda dall’America, che si innamora di una bellissima ragazza dai capelli rossi la quale, però, ha un fratello prepotente che non le vuole dare la dote che le spetta. Tra l’altro, il fratello è anche colui che ha comprato il terreno e la casa di famiglia di Paddy Bawn, approfittando del fatto che fosse lontano. Il giovane però è un “uomo tranquillo”, che cerca a tutti i costi di evitare il conflitto: compra un’altra casa, sposa la ragazza senza rivendicarne la dote, lavora in silenzio tutto il giorno e frequenta poco il pub.
Purtroppo questo atteggiamento lo mette in cattiva luce e viene considerato un perdente, in primis dalla stessa moglie, che lo esorta ripetutamente ad andare a chiedere la dote al fratello, il quale però continua a negargliela e lo umilia. Al culmine dell’ennesimo conflitto, la moglie accusa il marito di essere un vigliacco, e questa offesa così bruciante fa sì che il tranquillo Paddy Bawn si decida a reagire. Ingaggia un combattimento con il prepotente: nessuno scommette su di lui, che è molto più piccolo di statura del cognato, un vero energumeno, ma Paddy Bawn tira fuori la grinta che gli aveva regalato il soprannome di Tiger Enright quando si batteva sul ring in America e sbaragliava gli avversari. In soli cinque minuti è tutto finito: il colosso cade a terra, l’ordine è ristabilito, l’onore di Paddy Bawn è salvo: con una bella scazzottata, riconquista il rispetto del villaggio e della moglie, e noi abbiamo il nostro lieto fine.
Nel 1952 il regista americano di origine irlandese John Ford riuscì finalmente a realizzare il film tratto da questo racconto, i cui diritti aveva opzionato ormai da più di quindici anni. Nonostante la sua realizzazione fosse stata molto travagliata, la pellicola ebbe un enorme successo di pubblico, anche grazie ai due attori protagonisti, che Ford aveva scelto subito senza esitazioni, cioè John Wayne e Maureen O’Hara.

Segnalo che, poiché lo statuario John Wayne non sarebbe stato particolarmente credibile come uomo timido che preferisce subire, il geniale John Ford, tramite un flashback, ci spiega che in America durante un incontro di pugilato aveva involontariamente ucciso un avversario, e adesso non voleva più combattere per il senso di colpa: evidentemente il dottor Freud stava iniziando a spopolare, negli USA degli anni Cinquanta. Inoltre, grande spazio viene dato alla burrascosa storia d’amore con una Maureen O’Hara ribelle e volitiva, che però, come una bisbetica domata, viene presa a calci nel sedere e trascinata per circa tre miglia nella campagna irlandese: decisamente molto démodé.
Il regista e il suo fedele sceneggiatore Frank S. Nugent si presero molte libertà e usarono il racconto di Walsh come mera ispirazione, perché aggiunsero svariati elementi che non erano presenti nel testo originale. Infatti, poiché lo scopo di Ford era di esaltare l’Irlanda e lo spirito irlandese, vengono inserite molte scene corali in cui diversi comprimari cantano canzoni tradizionali, se ne stanno oziosi a chiacchierare o, appunto, pescano; si introducono anche nuovi personaggi, come il prete cattolico e il ministro protestante, che danno colore locale con le loro gag, così come il cocchiere del paese sempre ubriaco. Infine, la scena del combattimento finale, che nel racconto dura poche righe, sullo schermo si dilata per un quarto d’ora e vede coinvolto tutto il villaggio in una rissa epica.
Però l’inserto che maggiormente si discosta dal testo si trova nella parte centrale del film ed è davvero bizzarro: a un certo punto, senza un valido motivo legato alla trama, viene bandita una corsa di cavalli, che si svolge in modo scenografico lungo un percorso che attraversa meravigliose colline fiorite e lunghe spiagge lambite dal mare color blu di Prussia. John Wayne, con la sua famosa cavalcata fulminea e impetuosa, vince a man bassa sugli irlandesi, e non poteva essere altrimenti.
Ricordo un pezzo di un monologo particolarmente satirico di Giorgio Gaber, contenuto nello spettacolo Libertà obbligatoria del 1976, in cui dice: «Non c’è popolo più creativo degli americani. Ogni anno ti buttano lì un film, bello, bellissimo. Ma guai se manca un po’ di superficialità. Sotto sotto c’è sempre un po’ il western. Anche nei manicomi riescono a metterci gli Indiani». Qui Gaber si stava riferendo al film Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma forse la battuta si potrebbe riciclare per John Wayne, che a quanto pare non può essere separato dal suo cavallo.

- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale scrive qui di libri importanti e dimenticati



