Spesso, nelle domeniche milanesi rivedevo, poco dopo averli incrociati alla Feltrinelli di via Manzoni, Calasso e Fleur Jaeggy che sedevano da Bindi in corso Magenta, chiacchieravano amabilmente, forse prendevano il the.
Era tanto tempo fa. Io guardavo da un tavolo lontano l’uomo che aveva letto tutti i libri: ero curioso, a mio modo, come una sorta di ottuso turista o addirittura come un fan immerso in un attuale già innominabile.
Oggi sarei stato più curioso di Fleur Jaeggy, l’elegante signora zurighese spesso definita un po’ ridicolmente ex modella, che per la letteratura era un’outsider oltre che autrice e musa per Franco Battiato.

Altra epoca, appunto. Ma Fleur Jaeggy è tornata (cosi mi pare) da un lungo silenzio: dopo la scomparsa di Calasso, c’era stata un’intervista di incredibile levità al New Yorker – dove l’avevano trattata come una delle più autorevoli voci della letteratura europea – e più di recente la riedizione di un testo, Il dito in bocca, divenuto introvabile.
Fleur Jaeggy ha finalmente “liberato” il più volte annunciato (da anni?) libro sull’amica Ingeborg Bachmann, Gli ultimi giorni di Ingeborg – bene, è ancora più smilzo di come me l’immaginavo e penso che sarà stato previsto per la Piccola Biblioteca Adelphi e che invece, probabilmente per l’impossibilità di aggiungere altre frasi, è diventato il capofila di una collana ridisegnata, quella dei minuscoli e preziosi Microgrammi (nome walseriano). Credo che Fleur Jaeggy non tagli, né limi, ma che invece non scriva una parola di più.

Oggi Jaeggy abita in una grande casa nel centro di Milano, sembra che chiacchieri poco e solo con le poche persone che ha care. Dylan Byron sul New Yorker aveva constatato che scrive molto sulle amicizie (per esempio Ingeborg Bachmann, Iosif Brodskij, Oliver Sacks…) cercando poi di portare la scrittrice zurighese sotto l’ombrello molto contemporaneo del queer, peraltro ammesso da Jaeggy nella formula di amicizie speciali.
E comunque sullo scrivere di amici Jaeggy gli ha dato una risposta bellissima, aperta più che sul nulla sulla difficoltà di battere a macchina delle parole in fronte al nulla: “Quando scrivo di Sacks […] sto guardando un pesce in un acquario nel ristorante dove stavamo mangiando con Sacks. Lo stavo guardando prima di andarmene dal ristorante; povero pesce, stava per morire. E poi cosa succederà, non lo so. Mi è un po’ difficile portare a termine una frase. Dopotutto, come questo pesce che sta per morire, il destino degli umani, dei pesci, cosa posso dire?”.

Sui nostri giornali, per ora, dopo la comparsa del libro su Ingeborg Bachmann spicca un’intervista su Repubblica – mai mandare uno scrittore, come ha fatto il quotidiano romano, a intervistare un grande scrittore. Peggio ancora un grande scrittore che negli anni non più beati da alcun castigo ha assunto proporzioni leggendarie accordategli da una grande nostalgia – non sua, per carità, è tutta nostra la grande nostalgia per mondi che non esistono più e che noi abbiamo visto solo per un attimo dal buco della serratura, magari leggendo uno dei racconti di Jaeggy. E infatti lo scrittore normale, per trascrivere le scarne riposte della signora zurighese, le ha rubato una matita smozzicata e pure dei fogli a quadretti. Più tardi ha pubblicato le foto di lapis e carta sul suo profilo di FB (e qui vorrei aggiungere un faccina che sorride).
Comunque. Mentre finisco il librino su Ingeborg Bachmann – rileggo più volte il concitato e misterioso finale di una vita, traduco le parole che cadono nel testo in tedesco, e alcune sono dette per rabbia, di altre subito non so, così mi è comodo fermarmi sulla soglia del senso, e imbrogliarmi nella mistura di tempi verbali che aprono e chiudono come di consueto la prosa di Jaeggy – mentre finisco, dicevo, cerco nella memoria l’ultima volta che quasi per caso ho scambiato due parole con la scrittrice. È stato una sera molto lontana quando alla Feltrinelli di piazza Duomo era approdato un chain smoker e ancora relativamente sconosciuto Michel Houellebecq. Credo che stesse per uscire il romanzo Proleterka. Oppure era a un ricordo di Brodskij (forse al Piccolo di via Rovello) a cui aveva partecipato Maria Sozzani, la moglie del grande poeta di San Pietroburgo, quando stava a Milano. Fleur Jaeggy non faceva mancare una carezza al mio cane Snap.

Pochi giorni fa, dietro via Plinio in un bar milanese in cui raccolgono e vendono meritoriamente libri per aiutare gattili e canili in difficoltà, ho trovato una versione inglese dei Beati anni del castigo, con una dedica a mano di Jaeggy a un amico, Harmit, con cui ha passato un “pomeriggio delizioso a Milano”.
Mi sono chiesto (e ho googlato infruttuosamente): chissà chi è questo Harmit e chissà per quali casi della vita ha smarrito il libro invece di conservarlo in un sancta sanctorum.
Quando ieri, per caso, al bar degli animali bisognosi ho scovato tre Adelphi “grandi” di Ingeborg Bachmann, me li sono subito accaparrati anche se li avevo già (li ridistribuirò!), e ho pensato un’altra cosa. Che spesso i libri compaiono nei book crossing o nei mercatini di beneficienza non solo per generosità o incuria ma molto semplicemente perché i loro fragili padroni umani se ne sono andati.
Ecco. Non ho quasi parlato del libro su Ingeborg B., né sono tornato all’incarnazione della scrittrice di Klagenfurt nelle pagine di Io sono il fratello di XX: il testo de La stanza asettica è confluito, in una variazione bachiana, in Di Ingeborg, seconda delle tre parti di cui è composta la nuova uscita.
Forse non ho parlato del libro perché oggi sento di capire poco o nulla di letteratura, e di perdermi troppo sbadatamente tra le frasi dure e i vuoti spaventosi di Gli ultimi giorni di Ingeborg, fino ad arrivare alla vertigine delle ultime parole. Ma poi forse non c’è altro da aggiungere, Fleur Jaeggy, procedendo come Brodskij quando diceva “io non mi interesso”, di nuovo ha detto tutto in un’economia essenziale. Alla fine, ha scritto in italiano la parola “amore” e poi in tedesco “Wir haben es schön gehabt”.
Sulla cover del libro. Ingeborg Bachmann insieme a Fleur Jaeggy a Vienna (1970). Fotografia di Roberto Calasso. Collezione privata



