Nel suo nuovo film incontriamo Jason Statham chiuso in un lugubre faro scozzese di cui fa il solitario e scontroso guardiano, minacciato da frequenti tempeste che agitano le onde di un mare più nero che scuro. Ci vuole niente a capire che Statham incarna per noi ancora una volta l’esilio penitenziale e la ferrea renitenza all’azione di chi se l’è svignata da un misterioso passato legato ai riti più o meno esoterici della violenza e del potere.
Un tempo, infatti, Jason Statham era il prototipo di un nuovo uomo-guerriero, privato di sentimenti individuali e forse pure di fervori ideologici, un nuovo uomo-guerriero funzionale al lavoro di segretissimi servizi.

Ebbene sì, per dirla un po’ rozzamente, Jason Statham incarna in Missione Shelter (Shelter), regia di Ric Roman Waugh (2026), ora in streaming su Netflix, un pentito Übermensch, quel super o oltre uomo, come traduceva più debolmente Gianni Vattimo, che è una figura cardine della filosofia di Friedrich Nietzsche.
L’Übermensch è la scommessa di un inedito tipo di bipede: liberato dai dogmi della piagnucolosa morale borghese, dev’essere in grado di creare valori propri, accettando il pieno della vita terrena in tutta la sua tragicità. “Questo appunto ha da essere l’uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna”, così scriveva il filosofo tedesco nello Zarathustra.
Ebbene, tutte le volte, cioè moltissime volte nei suoi film, Jason Statham parte in modalità Über e poi, non certo per capogiro da aria troppo fina o per eccessivamente ostico cimento, retrocede a una condizione terrestre, anzi terra terra, riavvicinandosi sequenza dopo sequenza, senza ghigni sprezzanti ma semmai tra scazzottate e raffiche di mitra, all’uomo com’era una volta, serio e onesto, punto e basta.
Braccato dalle potenti forze oscure che – c’entra anche Sigmund Freud – aveva spedito in cantina nella prima parte della sua vita, Statham recupera l’anima e, dopo aver espiato a lungo in monastica solitudine, si trova a sopportare una quasi obbligata fraternità con l’altro.
Qui, l’altro veste i panni di una deliziosa ragazzina orfana cui Statham, in ritroso ma netto trip paterno (senza però alcuna ambiguità sensuale), insegna a vivere mentre cerca di reimparare lui stesso, scappando dagli antichi sodali che aveva abbandonato e che ahimè l’hanno ritrovato.
Per paradosso e contrappasso, Statham in Missione Shelter (Shelter) ha alle calcagna un killer che sta al di là del bene e del male, com’era una volta lui, uno scherano che si chiama Workman – una finezza la scelta del nome, che la butta tutta su una mera e marziale funzionalità. Anch’egli, il signor Workman, è stato creato dall’empio trasgressore di ogni consolidata etica, la vecchia Überspia non pentita Bill Nighy… C’è anche, come dicevo, e come spesso accade in questi action para-superominici, uno scuro risvolto edipico.
Comunque. Missione Shelter (Shelter) è un film godibile e ben fatto, quasi adulto, abilmente anticato nelle scene della prima parte, tra faro, uragani improvvisi e imprevisti naufragi, e servito da attori bene assortiti: dal protagonista Statham, che ha sempre l’occhio bistrato dalla consapevolezza di fare la cosa giusta, al molto torbido Nighy, alla ragazzetta sveglia Bodhi Rae Breathnach, che impara a sue spese come va il mondo, ma che lei è diversa. Lo si capisce mentre fa una carezza al cane Jack (e qui dovrebbe aprirsi una disamina e una protesta sui cani sacrificati sull’altare degli horror e degli action).
In apertura, Jason, il faro e Bodhi Rae Breathnach



