At midnight all the agents
And the superhuman crew
Come out and round up
Everyone who knows more
Than they do
Da Desolation Row di Bob Dylan
A leggere quello che scrivono Alan Moore e Dave Gibbons – rispettivamente sceneggiatore e disegnatore – nella loro introduzione all’edizione in volume di Watchmen, tutto sarebbe cominciato dai versi iniziali dell’ottava strofa della mitica Desolation Row di Bob Dylan, la lunga e dissacrante ballata con cui il songwriter di Duluth chiudeva il suo album manifesto del 1965, Highway 61 Rivisited. Dopo la svolta elettrica di Newport. Ma anche dopo la crisi di Cuba e la paura per una possibile guerra nucleare. Che in effetti si respirava ancora in piena guerra fredda, vent’anni dopo, quando la storia a fumetti che ha rivoluzionato il genere è uscita in dodici album mensili per la DC Comics, la casa editrice a stelle e strisce nota per i primi supereroi delle storia a nuvolette, quelli sicuramente più popolari, da Superman a Batman. Nel 1984 i responsabili del Bulletin of the Atomic Scientists ovvero del Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse che con le sue lancette segnala l’avvicinarsi o meno della mezzanotte, metaforicamente la fine del mondo, le spostarono ad appena tre minuti dall’ora X. Solo nel 1953, con il test a Bikini della prima bomba all’idrogeno, ci eravamo avvicinati di più.

Nel 1984, infatti, si erano interrotti tutti i colloqui relativi al controllo degli armamenti nucleari e nel Vecchio Continente si discuteva del dispiegamento degli euromissili, i Cruise ed i Pershing, dotati di testate nucleari e puntati verso quello che Ronald Reagan, allora presidente degli Stati Uniti, aveva definito l’Impero del Male. Quasi contemporaneamente, forse per la totale sottovalutazione del successo di Watchmen, la DC Comics aveva lanciato la più grande ristrutturazione della sua vasta e complessa galassia superomistica, con Crisis on Infinite Earths, una maxiserie, ovviamente in dodici puntate, in cui si cercava di mettere ordine in tutte le realtà parallele create nel tempo per rincorrere il mercato e rivitalizzare i propri supereroi ormai un po’ acciaccati e assediati da quelli della concorrenza Marvel.

Watchmen affronta esattamente la crisi di un gruppo un po’ particolare di supereroi, i Minutemen. A qualcuno il nome ricorderà la particolare milizia patriottica formatasi nel corso della Guerra d’Indipendenza americana, i cui componenti dovevano essere pronti a entrare in azione nel giro di un minuto. Il gioco diventa particolarmente stimolante. Watchmen letteralmente significa “guardiani”, ma può anche essere associato ai due termini che compongono il titolo della saga, ovvero “uomini-orologio”. E il cortocircuito concettuale è servito. L’immagine forse più iconica del fumetto è infatti quella della spilla gialla con una piccola goccia di sangue che scende dall’occhio sinistro, indossata da uno dei più brutali e controversi supereroi dei Minutemen, Edward Blake, in arte Il Comico. La spilla ricorda uno smile, e lo smile, come in un gioco di specchi, rimanda al Doomsday Clock. La goccia di sangue sembra infatti la lancetta dei minuti, posizionata a pochi istanti dall’Apocalisse nucleare. Una delle caratteristiche di Watchmen è la stratificazione dei significati e la fitta rete dei simboli usati. Una saga che per i pochi “detrattori” pecca proprio di un eccesso di complessità intellettuale, quasi una sorta di autocompiacimento.
Siamo nel 1985, in uno dei tanti universi distopici a cui la science fiction di quegli anni ci aveva abituati. Tutti ricorderete quello forse più famoso di The Man in the High Castle, che nella traduzione italiana diventò La svastica sul sole. Se Philip Dick aveva immaginato che la Seconda guerra mondiale era terminata nel 1947 con la vittoria delle forze dell’Asse, Watchmen ipotizza che gli Stati Uniti abbiano vinto la guerra del Vietnam e che Nixon sia ancora il presidente, al suo quinto mandato, grazie a una modifica della Costituzione, di cui oggi tanto si parla. Il problema della microcriminalità è diventato endemico. E ancora una volta non si può non ricordare che a cavallo di quegli anni, soprattutto a New York, trionfava la saga de Il giustiziere della notte, con Charles Bronson che impersonificava il cittadino esasperato che si faceva giustizia da sé.

I Minutemen dunque nascono per rispondere a questo grave problema. Come la milizia della Guerra d’Indipendenza si mettono al servizio della legge, sotto l’ombrello protettivo del Governo. Però, di fronte al montare delle proteste popolari che ne contestano i metodi e le inevitabili derive autoritarie, nel 1977 viene decretato il loro scioglimento e la messa al bando delle loro azioni. Si fanno due sole eccezioni: quella del Comico, eroe di guerra, prima in Corea e poi in Vietnam, ma soprattutto colui che, nella realtà parallela della serie, avrebbe eliminato Bob Woodward e Carl Bernstein prima che potessero rivelare dettagli sullo scandalo Watergate. E quella del Doctor Manhattan – ogni riferimento al progetto con cui si realizzò la prima bomba nucleare è voluto – l’unico vero supereroe, poiché in seguito all’esposizione ad alcuni rifiuti radioattivi – un topos del genere – l’ex ricercatore si è trasformato in un essere dotato di poteri straordinari. Tanto da essere una vera e propria arma nel confronto tra Stati Uniti e Russia-Impero del Male.
La prima puntata della fortunata serie, si apre con l’omicidio del Comico, ormai anziano, scaraventato dalla finestra del suo appartamento. Uno dei Minutemen ancora in azione e pertanto ricercato dalla polizia, nome di battaglia Rorschach, come le famose macchie del test omologo, crede si tratti di un complotto teso a eliminare tutti gli ormai anziani supereroi del vecchio gruppo. Ed è questo il filo conduttore di una trama che si dipana attraverso una fitta rete di linguaggi diversi: dal fumetto dentro al fumetto, ai documenti di varia natura e fonte, che ci tratteggiano non solo i personaggi della storia, ma anche il loro contesto narrativo nell’universo parallelo di cui fanno parte. Non a caso, il termine di graphic novel è stato coniato appositamente per Watchmen e Time Magazine, nel 2005, ha addirittura inserito la saga tra le cento migliori opere di fiction in lingua inglese dal 1923 a oggi, elevandola dunque a opera letteraria. Nel 1988, d’altra parte, prima e unica volta nella lunga storia del premio, Watchmen aveva ricevuto il più prestigioso riconoscimento nell’ambito della letteratura science fiction, ovvero l’Hugo Award.
Nel nostro Paese, la saga, diventata poi inevitabilmente un film – nonostante l’opposizione di Moore a una trasposizione che riteneva impossibile – è stata affiancata, come inserto, alla prestigiosa rivista Corto Maltese, conservando la cadenza mensile e la durata originale. Ogni puntata terminava, come nella versione originale con una citazione. Emblematica quella con cui si chiude la sesta uscita della saga, al giro di boa della storia. Si tratta dell’aforisma 146 di Nietzsche, da Al di là del bene e del male. “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”.

È una frase che ci rimanda alla controversa figura di Rorschach, antieroe, sporco, spiantato, caratterialmente disadattato, ma implacabile con il crimine. Ricercato dalla polizia proprio per un omicidio, commesso per mettere fine alle nefaste azioni di uno stupratore seriale sfuggito alla legge, è Rorschach, nel suo soprabito sdrucito e con l’inconfondibile maschera sul volto, che risulterà il più lucido dei supereroi, quello che alla fine si scoprirà aver intuito l’autore del sottile complotto che ruota attorno alle uccisioni di alcuni Minutemen.
Ce lo rivela l’ultima vignetta con la battuta del giornalista Seymour, il giovane redattore della rivista di estrema destra New Frontiersman, il giornale preferito di Rorschach. “Hai del materiale pronto, Seymour?… Tipo che so, un po’ di spazzatura sull’ottimismo, o qualcosa del genere… Oh, ehm, un’altra cosa. Credo che ci sia della roba in archivio che ti potrebbe interessare. Magari dai un’occhiata nel tritacarte, nel cassetto in alto. C’è un diario di un pazzo, o qualcosa del genere. È… è lì dentro, ti va di cercarlo? Sai com’è, giusto per riempire lo spazio. Fai un po’ tu. Scegli qualcosa”.
Il fumetto si conclude definitivamente con l’ultima vignetta che inquadra proprio il cassetto dove si trova il diario di Rorschach, lasciando intendere che le prove sulla verità verranno alla fine scoperte. Un finale, che nei forum sulla rete, continua e forse continuerà, a suscitare domande.
Credit: , RW Edizioni, Dave Gibbons ;”Watchmen Signed Folio” by Lord Jim is licensed under CC BY 2.0.



