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La casa dalle finestre che ridono. Buono Legnani dipinge ancora

La casa dalle finestre che ridono compie mezzo secolo e torna fugacemente al cinema assieme al suo corredo di incubi e spaventi, gemellando il giallo di paura al paesaggio cupo e solenne del delta del Po degli anni Cinquanta e alle facce spesso stralunate dei suoi abitanti.

La casa dalle finestre che ridono era all’apparenza un prodotto commerciale, un horror alla Dario Argento, e infatti il film uscì mescolato agli infiniti succedanei dei Gatti a nove code e degli Uccelli dalle piume di cristallo, e però fece parte di quella serie B solo sulla carta, perché Pupi Avati firmò un film low budget ma personale, bene inchiodato alla sua Heimat pur nei cliché forniti dalla letteratura o dal fellinismo.

Avati
Lino Capolicchio, il cittadino

Molti attori che recitarono nella Casa oggi sono morti, a partire da Lino Capolicchio, il timido restauratore che viene dalla città, e se ne è andato Gianni Cavina, qui nei panni e nella tuta dell’autista Coppola, un ubriaco che sa molto o forse troppo, ma non voglio dimenticare nemmeno “il piccoletto”, Bob Tonelli, anche perché dà lo start alla storia: vorrebbe portare lustro alla zona facendo rimettere in sesto l’affresco assai mortuario – un Sebastiano quasi pop brutalmente pugnalato – di un pittore misconosciuto e a dir poco eccentrico.

Erano tre attori abituali, e che abbiamo amato, del primo cinema di Avati – Avati era allora ancora giovane, sotto i quaranta, e poco quotato dai critici, pur avendo già dato prova di eccentricità: certo non assomigliava al maestro di oggi, giunto a veneranda età sopravvivendo al troppo zucchero e al catto-buonismo di certe pellicole.

Avati
Gianni Cavina, “dio bono il Coppola”

Comunque. La Casa piacque perché il suo lato noir, anzi proprio horror, atterrì: l’orrore secondo Pupi Avati, molto popolare e terragno, si rivelò appieno e poi rimbalzò regolarmente, ma con meno fortuna artistica, in tanti altri titoli, passando dal buio di Zeder alle recenti nequizie de Il signor Diavolo, tra l’altro ultima apparizione su uno schermo sia di Capolicchio sia di Cavina.

Infatti: La casa dalle finestre che ridono è una pellicola paurosamente perfetta, perché inscrive i rapporti tra i vivi e i morti in una torva e azzeccata leggenda, quella di Buono Legnani, detto il pittore delle agonie. Avati si inventa una sorta di crudele e invasato Ligabue che, dipingendo i moribondi, bisbiglia frammenti di frasi in simil latino “deus… deus… purificarsi…”. Ed è impossibile non smarrirsi, seguendone il salmodiare inciso su nastro (ma che poi Legnani sia ancora vivo?), nelle dimore della Bassa, che fanno da contraltare ai paesaggi di cielo e d’acqua: sono ville scure come l’inconscio e scalcinate come i cattivi presagi, là dove vecchiette allettate vegliano sul nulla che verrà e gli idioti del posto cercano di farsi gioco degli straniti forestieri.

La casa dalle finestre che ridono funziona bene pur in certi improbabili pasticci di trama perché infine tutto si riassume nel rombo di un sidecar in un paese deserto, ove al meglio per curiosare qualcuno scosta una tendina, e nell’eco miagolante (e persino clamorosamente transgender) di una storiaccia che incomincia e termina in una chiesa più inospitale del Bates Motel.

Un tempo, gli spettatori uscivano dalla sala chiedendosi: avrà la vita salva Capolicchio, coinvolto nel sabba? Se lo chiederanno anche oggi. Non serve a tranquillizzare il suono di una sirena poliziesca che arriva nelle orecchie da mezzo secolo fa…

Pupi Avati qualche anno fa (Credit: Gorup de Besanez licensed under CC BY-SA 3.0.)

Per sapere in che sale è programmata la versione restaurata e in 4K, cliccate qui 

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