Negli ultimi tempi, almeno da un punto di vista narrativo, il luogo migliore (potremmo usare il termine “più trendy” se non ci apparisse inesorabilmente sciocco) per ambientare un romanzo, un saggio, un film è un acquario cittadino dove, sopra ogni altra creatura marina catturata per essere esibita e studiata, regna indiscusso il polpo.
Sì, proprio quell’invertebrato tentacolare che noi tutti conosciamo, in genere, sotto forma di ingrediente nelle insalate di mare. Lasciando da parte i crudeli menu, e affidato invece alle mani di scienziati, scrittori e registi, il polpo si ammanta di un fascino antico e alieno, cui appare impossibile resistere, una volta entrati nel suo enigmatico mondo acquatico. Spoiler: dopo aver visto un documentario o un film, e aver terminato le pagine di un libro, che sia scienza o fiction, sarà difficile tornare a ordinare “polpo con patate”.
E così, oggi, l’incontro più sorprendente ed epifanico, il contatto trasformativo che segna un Prima e un Dopo, è quello con un cefalopode la cui intelligenza stupefacente (e inaspettata, da noi profani così come da fior di biologi marini) appare quasi sovrannaturale, ossia, come da definizione, “che va oltre le spiegazioni scientifiche”. Non che nel polpo ci sia qualche accenno di divinità o qualche insondabile mistero evolutivo, ma poco di manca.

Quale ne sia l’origine, la sua mente superiore è la ragion d’essere del saggio L’anima del polpo di Sy Montgomery, divulgatrice e naturalista (Aboca) e la scelta di usare una parola come “anima” non è certo casuale. Lo stesso motivo che ha spinto la scrittrice, psicologa e poetessa danese Anne Cathrine Bomann a creare La stagione dell’acquario (Iperborea). O la regista Olivia Newman a dirigere (2026, su Netflix), il film Creature Luminose (sdolcinato e non memorabile, ma tant’è).
In tutti e tre i casi, la storia è sovrapponibile: una donna – sarà un caso? – entra in un grande acquario, in veste di studiosa/assistente/addetta alle pulizie degli ambienti, e lì, in un mondo popolato da esseri silenziosi e alquanto elusivi, si ferma davanti alla vasca del polpo. L’incontro ravvicinato (di quale tipo? Mah) cambierà un bel po’ di cose, per le protagoniste e pure per noi che vediamo o leggiamo.

Cambierà la considerazione che abbiamo dell’intelligenza umana e quella di altre creature che mai osserviamo nella loro oceanica quotidianità, il modo in cui si può entrare in rapporto, quasi intellettuale e di sicuro psicologico, con un mollusco cefalopode con otto tentacoli, tre cuori e centinaia di ventose, capace di cambiare forma dimensione e colore come quanto e quando gli pare, mirabilmente fondendosi, nel giro di pochi secondi, con ogni ambiente e paesaggio. Capace di inventarsi scherzi benevoli o perfidi contro umani poco graditi, di abbracciarli nei loro momenti di socialità, di escogitare fughe rocambolesche stile Alcatraz, di infilarsi in pertugi inimmaginabili, di aprire contenitori con chiusure controintuitive, di esibire, a seconda dei singoli esemplari, personalità diversissime come quelle di noi umani. E, infine, di possedere una coscienza persino inquietante, e certamente insondabile (ma questo è un limite nostro).
Insomma, polpo talmente sapiens che gli scienziati ancora oggi, e senza una risposta definitiva, prendendo appunti su questo strabiliante comportamento molluscoide, si chiedono come sia stato possibile sviluppare neuroni così superlativi in una vita così breve, i polpi vivono 3-4 anni al massimo, e dunque come fa un cervello sia pure diffuso nelle sue terminazioni nervose tra meningi e tentacoli a raggiungere vette siffatte in una manciata di tempo? Si dice spesso, e l’affermazione ha perfettamente senso, che se mai esistono intelligenze extraterrestri sul nostro pianeta, sono quelle dei polpi, separati da noi seguendo traiettorie evolutive così differenti da apparire davvero aliene.

Fare amicizia con un essere tentacolare e viscido, nel senso tecnico del termine e non certo metaforico, è possibile? Se siete arrivati fin qui nella lettura, sapete già la risposta. Del resto, basta guardare lo splendido documentario My Octopus Teacher (tradotto con Il mio amico in fondo al mare, premio Oscar nel 2021, anch’esso su Netflix) per capire che il legame tra un sub e una polpessa può raggiungere profondità inaspettate. Potrebbero giurare lo stesso l’autrice dell’Anima del polpo , che di esemplari cefalopodi ne ha conosciuti parecchi, o, idealmente, la scontrosa protagonista del bel romanzo La stagione dell’acquario che ritrova se stessa, la pace interiore e il perduto legame con l’unica amica grazie a Rosa, polpo femmina della vasca che accudisce, dapprima di malavoglia poi stregata da ciò che vede e sperimenta.

Ultima considerazione: i polpi custoditi in questi grandi acquari moderni, che simulano con accuratezza, per quanto possibile, gli ambienti naturali, sono stati tutti catturati mentre solcavano le maestose correnti sotterranee dei loro oceani (nella fattispecie il Pacifico), si rifugiavano nelle loro tane tra rocce e coralli, intrappolavano granchi e pesci per cena, si accoppiavano, deponevano uova, morivano dolcemente e tristemente dopo una breve vita avventurosa, piena di Imprevisti e Incognite, come nelle carte del Monopoli. E allora la domanda non può che essere: perché? Perché non lasciarli vivere laggiù, lontano dai nostri sguardi, perché rapirli dai loro acquatici pianeti “extraterrestri” e studiarli, scrutarli, indagarli? Perché contenerli in vasche da dove cercano continuamente di scappare (quasi sempre riuscendoci con trionfale maestria, prima di essere ripresi). Va bene, in questo modo sappiamo su di loro tante cose, e la scienza deve sapere, capire, spiegare, procedere nelle conoscenze. Sì, tutto vero. Tutto ragionevole. Però il dilemma resta. Perché?
In apertura, My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare)



