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Allonsanfàn
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Il sopravvissuto italiano della battaglia di Little Bighorn

Avevo un caro amico che si chiamava Martini. Un cognome tra i più diffusi nel nostro Paese, soprattutto nelle regioni del Nordest. Questo spiega perché per anni, diversi comuni italiani si sono contesi le origini di Giovanni Crisostomo Martini, il solo sopravvissuto alla famosa battaglia di Little Bighorn, avvenuta il 25 giugno del 1876, ben 150 anni fa.

Ad alimentare la contesa hanno sicuramente contribuito le scarse notizie biografiche del nostro conterraneo: solo nel 2010 con il ritrovamento del suo atto di nascita, datato 1852, nei registri dell’anagrafe del Comune salernitano di Sala Consilina, hanno trovato soluzione.

Custer Martini
Giovanni Martini aka John Martin

Giovanni Martini, diventato poi John Martin oltreoceano, si salvò per puro caso dal massacro delle cinque compagnie del settimo Reggimento dei cavalleggeri di cui era trombettiere. Ma cos’è il caso? Un accadimento che ci sorprende e che per le sue conseguenze ci porta a percorrere una delle possibilità della vita, a cui non avevamo pensato.

Quella mattina, anche il generale Custer – che poi generale non era incappò nel suo bivio e, sottovalutando le forze riunite di Lakota, Cheyenne e Arapaho, decise di attaccarli. Probabilmente pensava di bissare l’impresa, se così vogliamo chiamarla, del fiume Washita: usando donne e bambini come scudi umani, prese di sorpresa l’accampamento dei Cheyenne di Mokatȟavataȟ e fece un massacro.

Questa volta, però, arrivato nei pressi del villaggio dei nativi di cui aveva traccia, ovviamente posizionato nei pressi del fiume, Custer si rese conto che non disponeva a sufficienza di uomini per circondarli, né di munizioni per attaccarli. Ordinò allora al trombettiere Martin di cercare e raggiungere Frederick Benteen, uno dei due capitani a cui aveva affidato tre squadroni del suo Reggimento e che doveva trovarsi a qualche decina di chilometri da lì.

Martin, che aveva un passato da garibaldino, era appena arrivato negli Stati Uniti e quindi non sapeva ancora molto bene l’inglese, tanto che il tenente Cooke, in forze agli squadroni comandati direttamente da Custer, non fidandosi, pensò di mettere l’ordine anche per iscritto, su di un foglietto, diventato tragicamente famoso:

Benteen. Come on. Big village. Be quick. Bring packs. W.W. Cooke. P.S. Bring pacs ovvero Benteen. Raggiungici. Grande villaggio. Fai presto. Porta le salmerie. W.W. Cooke. P.S. Porta i rifornimenti”.

Stando al suo racconto, Giovanni, alias John, si infilò il biglietto nel guanto e partì, mentre dall’alto della collina sbucavano già i primi guerrieri Lakota: individuatolo, cercarono inutilmente di colpirlo. Gli bastò un’ora per raggiungere Benteen, ma nel frattempo Custer e i suoi cavalleggeri venivano sopraffatti.

Anche se la leggenda e i numerosi film che sulla battaglia vennero poi realizzati, ci raccontano di un Custer indomito che con la sua pistola in pugno fu l’ultimo a cadere, nessuno dei suoi è in grado di testimoniarlo.

Custer Martini

Anni più tardi, il dottor Thomas B. Marquis, imparata la lingua dei segni dei Cheyenne, riuscì a raccoglierne alcune testimonianze dirette. Ne ricavò un libro – tradotto in italiano nel 1986, La lunga marcia verso l’esilio, Rusconi – in cui sono riportate le vicende di un guerriero Cheyenne presente alla battaglia, Kâhamâxéveóhtáhein (che per l’equivalente inglese è diventato Gambe di legno). Nel suo racconto non si fa cenno a Custer, ma solo al ricordo della battaglia, a cui partecipò con il fratello. Invece, secondo lo scrittore David H. Miller, che per anni visse tra i nativi e riuscì a intervistare diversi guerrieri che parteciparono alla battaglia, Custer venne colpito quasi subito e portato già agonizzante sul luogo in cui avvenne l’ultima resistenza del Settimo Cavalleggeri (L’ultima vittoria degli indiani, ristampato nel 2014 da Res Gestae).

Comunque sia, la battaglia di Little Bighorn resta l’unica, grande vittoria dei nativi americani sull’esercito dei visi pallidi. Che, tra prevaricazioni e veri e propri massacri, costrinsero le popolazioni autoctone ad accettare ogni sorta di soprusi, disattendendo continuamente i trattati da loro stessi proposti e sottoscritti. Ne dovremmo concludere che forse, questo “piccolo difetto” yankee, non è una prerogativa del solo Trump.

Come hanno dimostrato in tempi recenti diverse sentenze della Corte Suprema – che come i film arrivano sempre dopo a farci piangere sulle nostre colpe di colonizzatori – i nativi americani sono stati più volte oggetto di spudorati voltafaccia da parte di diversi presidenti USA.

In particolare nel 1980, ovvero oltre cento anni dopo, è stato riconosciuto come illegittimo l’esproprio delle Black Hills (Pahá Sápa, in lingua Lakota) il luogo sacro da cui, secondo i nativi, le diverse tribù emersero dal sottosuolo per popolare la terra. Questo avvenne, proprio grazie a una fuga di notizie favorita da Custer, che era stato incaricato dall’allora governo statunitense di verificare la consistenza delle segnalazioni di filoni di materiale aurifero in quelle lontane colline del Montana. La conseguente pressione esercitata dai cercatori d’oro aveva portato all’invasione di quei luoghi sacri, scatenando la giusta e risentita reazione delle tribù Lakota e la grande guerra Sioux (1876-77), in cui di fatto si colloca la battaglia che rese famoso il nostro trombettiere Giuseppe Martini.

Emblematiche e toccati le parole di Mokatȟavataȟ (diventato in inglese Pentola nera), capo della tribù dei Cheyenne meridionali all’epoca del massacro di Washita, che fino all’ultimo, e nonostante il famoso eccidio di Sand Creek a cui era miracolosamente scampato, nascondendosi in un anfratto, aveva trattato e cercato un accordo onorevole con i bianchi. Aveva anche accettato di essere confinato con i suoi nell’attuale Oklahoma, nel 1867, pensando quindi finalmente di essere al sicuro. Finì crivellato con la moglie e la sua gente proprio da Custer soltanto l’anno dopo, nel 1868.

Sebbene mi siano stati fatti molti torti, vivo nella speranza. Io non ho due cuori. Ora siamo di nuovo insieme, per fare la pace. La mia vergogna è grande come la terra, anche se non farò quello che i miei amici mi consigliano di fare. Una volta pensavo di essere l’unico uomo che continuasse a essere amico dei bianchi, ma da quando sono venuti e hanno razziato le nostre tende, rubato i cavalli e ogni altra cosa, è difficile per me credere ancora agli uomini bianchi” (Dal discorso pronunciato dal capo indiano nel settembre del 1864 durante il Consiglio di Camp Weld, in Colorado, poco prima del massacro di Sand Creek).

Custer Martini
Carlo Di Rudio

Nel Reggimento agli ordini di Custer, in particolare a Little Bighorn, oltre al trombettiere Martin, ex garibaldino, sono almeno una decina i nostri concittadini che risultavano presenti negli squadroni che arrivarono quando lo scontro si era già concluso con il massacro dei loro commilitoni. Si va dal nobile bellunese Carlo Di Rudio al libraio genovese Agostino Devoto, a cui si deve una dettagliata testimonianza scritta, su invito di uno storico anglosassone.

Italiano era anche il torinese Felice Vinatieri, direttore della banda del Reggimento, quasi a conferma della nostra fama di naviganti e artisti. Nessuno però raggiunse la notorietà di Martini, continuamente intervistato da giornalisti e storici. Fu congedato nel 1904 ed ebbe otto figli, al primo dei quali diede il nome di George, in ricordo di Custer. Morì per le complicanze seguite a un incidente, anche se la leggenda, riportata nella scheda curata dall’associazione Araba fenice, racconta che lo fece suonando la tromba e lanciando una nota fortissima sul brano The Girl I Left Behind Me, stramazzando infine sui tavoli dellaffollato bar Dante’s Inferno a Brooklyn dove riposa nel cimitero di Cypress Hills.

Custer Martini
La tomba del Sgt. John Martin al National Cemetery di Cypress Hills

In apertura, Custer Massacre at Big Horn, MontanaJune 25, 1876, cromolitografia del 1899 (Werner Company of Akron, Ohio)  

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