Ci sono capolavori della letteratura che scontano la condanna di un successo troppo unanime, trasformandosi in cliché prima ancora di essere compresi. Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è spesso più citato e lodato che letto. Il titolo, fulminante nella sua espressività, è stato ridotto a un proverbio, una formula ombrello sotto la quale far convergere l’eterno pianto del Sud. Per ritrovare lo spirito di questo libro, è necessario liberarlo dal mito e ridefinire la figura del suo autore.
Carlo Levi, classe 1902, nato in una agiata famiglia borghese ebraica, durante gli anni universitari, mentre studiava medicina, aveva collaborato con Piero Gobetti e aveva continuato la propria formazione pittorica con Felice Casorati. Accusato di attività antifascista, nel 1935 venne mandato al confino in Basilicata, prima a Grassano poi ad Aliano; nel 1936 gli venne concessa la grazia, e si ritirò a Parigi per alcuni anni, durante i quali ebbe modo di riflettere sulla sua esperienza e di trovare la propria voce di scrittore.

Così tra il 1943 e il 1944 scrisse Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato poi nel 1945, che immediatamente venne tradotto in venti lingue, diventando un vero e proprio caso editoriale. Il romanzo ripercorre le vicende che gli occorsero durante l’anno del confino, quando si trovò a esercitare, per la prima e ultima volta, la professione di medico e contemporaneamente a portare avanti la carriera di pittore, sulla quale aveva molto investito, riuscendo anche a presentare alcuni quadri alla Biennale di Venezia.
I protagonisti di Cristo si è fermato a Eboli sono estremamente interessanti: la sua domestica che deve essere considerata una strega per avere la libertà di occuparsi di un uomo solo, il barbiere cavadenti, il podestà fascista e il prete ubriaco; ma in realtà sono grandi protagonisti anche il suo cane Barone (gli animali hanno sempre un ruolo primario), tutti i fanciulli del paese e, più in generale, una varia umanità tormentata che spesso non ha nemmeno un nome e si incarna in corpi affaticati, malarici, mai felici, perché la felicità non è un loro diritto.
Dal punto di vista tecnico e stilistico, la cosa più sorprendente è l’inserimento fluido dei racconti mitici tipici dell’oralità nella cronaca del soggiorno. Infatti moltissime sono le leggende, le fiabe, le formule magiche o le canzoni e filastrocche che Levi riesce a riprodurre, anche allo scopo di lasciarne testimonianza, ma mai dà l’impressione di aver voluto scrivere un reportage giornalistico o antropologico. Al contrario, siamo di fronte a una pura narrazione.
Carlo Levi sa evitare i passaggi più insidiosi, rappresentati dal rischio di perdersi nell’esotismo, di fermarsi a un folklorismo di maniera oppure, e questo sarebbe stato il più irreparabile, di mettersi a giocare allo scienziato o all’intellettuale che sa dare le spiegazioni più corrette. L’autore, ad Aliano, smette di guardare il mondo dalla sua prospettiva, tipica di un colto rappresentante della borghesia intellettuale, e cerca di capire il punto di vista di quegli uomini e donne dimenticati dal progresso, legati a una ritualità arcaica, prelogica.

Lo studioso che ha in parte intercettato un medesimo modo di osservare il mondo arcaico è Ernesto De Martino, un antropologo molto sui generis, dalla formazione fortemente interdisciplinare che, con le sue opere del secondo dopoguerra, come Il mondo magico o Sud e magia, si recò negli stessi territori narrati da Carlo Levi e ne studiò le usanze religiose. Sia Levi che De Martino non utilizzano la cosiddetta “osservazione partecipante” da antropologo da manuale, ma si confrontano criticamente con una realtà altra. Per questo motivo, il libro di Levi non è una massa di appunti a margine di un diario di campo, ma è il distillato delle riflessioni di chi ha impiegato dieci anni a capire che cosa ha visto e che cosa ha vissuto.
Carlo Levi analizza questo mondo sia con gli occhi del pittore che cerca il dettaglio del colore ma anche con quelli del medico che deve trovare il male per curarlo. Questo duplice punto di osservazione è un esempio calzante del cosiddetto “paradigma indiziario” così ben teorizzato nel saggio di Carlo Ginzburg dal titolo Spie (contenuto nella raccolta di saggi Miti, emblemi, spie pubblicati da Einaudi nel 1986). In quel testo, Ginzburg spiegava che per paradigma indiziario intendeva il metodo utilizzato nella seconda metà dell’Ottocento dal critico Giovanni Morelli per attribuire correttamente i quadri ai loro veri autori, e che si basava sulla esatta analisi dei dettagli spesso trascurati (dita, unghie, orecchie) per stabilire la paternità di un’opera.

A questo metodo si ispirò esplicitamente Freud, suggerendo che lo si poteva usare anche per esplorare l’inconscio – per non parlare di Conan Doyle, che ne fece il cavallo di battaglia del suo eroe Sherlock Holmes. Levi riuscì a incarnare questo investigatore perfetto essendo medico e pittore e lo utilizzò in tutti i suoi libri successivi, come Il futuro ha un cuore antico, del 1956, su un viaggio in Unione Sovietica o La doppia notte dei tigli, del 1959, sulla Germania ancora ferita del dopoguerra.
Inoltre, lo spirito con cui l’autore decide di raccontare la sua esperienza ad Aliano intreccia un piano analitico e uno politico: soprattutto nelle pagine finali, Levi condanna le teorie standardizzate che venivano utilizzate in modo generico per parlare del brigantaggio o della “questione meridionale” perché non sono nient’altro che delle pezze ideologiche sotto le quali si nascondono realtà differenti e problemi molto gravi, profondamente radicati nelle dinamiche economiche e sociali di contesti difformi tra loro. Di conseguenza, delegare i problemi del Sud a un fantomatico intervento dello Stato, o a misure standardizzate, che spesso restano solo buone intenzioni sulla carta, è scorretto sia metodologicamente, perché non si guardano le circostanze specifiche, sia idealmente, perché si parte da idées reçues, da pregiudizi che non vengono mai smantellati.

Non bisogna, infine, trascurare che Carlo Levi concepì questo libro come una presa di parola politica. Nella prefazione alla ristampa del 1963, a vent’anni di distanza dalla pubblicazione del testo, Levi scrive:
“Certo, l’esperienza intera che quel giovane (che forse ero io) andava facendo, gli rivelava nella realtà non soltanto un paese ignoto, ignoti linguaggi, lavori, fatiche, dolori, miserie e costumi, non soltanto animali e magia, e problemi antichi non risolti, e una potenza contro il potere, ma l’alterità presente, la infinita contemporaneità, l’esistenza come coesistenza, l’individuo come luogo di tutti i rapporti, e un mondo immobile di chiuse possibilità infinite, la nera adolescenza dei secoli pronti ad uscire e muoversi, farfalle dal bozzolo; e l’eternità individuale di questa vicenda, la Lucania che è in ciascuno di noi, forza vitale pronta a diventare forma, vita, istituzioni, in lotta con le istituzioni paterne e padrone, e, nella loro pretesa di realtà esclusiva, passate e morte. La sola grande fortuna di quel giovane fu di essere (per età, per formazione, per carattere, per impossibilità di accettare un mondo negativo) così libero dal proprio tempo, così da esso esiliato, da poter essere veramente un contemporaneo: e non soltanto un contemporaneo della contemporaneità illimitata, ma, nei fatti, un contemporaneo degli uomini nuovi, dei piccoli, degli oscuri con cui ebbe la ventura di vivere e di formarsi e conoscersi. Così egli si trovò a essere adolescente con un mondo adolescente e ineffabile, e giovane con un mondo giovanile di drammatica e pericolante liberazione, e adulto col farsi adulto di quel mondo, in tutti gli esseri fraterni di tutte le Lucanie di ogni angolo della terra”.
La prosa di Levi è densa ed espressiva, impeccabile e capace di muovere i sentimenti: nell’ultima frase, Carlo Levi ci racconta di come sia riuscito ad attraversare la sua linea d’ombra proprio grazie al confronto con la radicale alterità del mondo. Cristo si è fermato a Eboli, in conclusione, ci dà ancora una lezione etica e civile molto forte: è un monito che continua a esortarci a non ignorare la complessità delle situazioni e degli individui per adagiarci in definizioni di comodo che ci impediscono di prendere consapevolezza della realtà e, se è necessario, cambiarla.

Nella foto sopra e nel particolare in apertura, Carlo Levi (credit: Paolo Monti, 1975)
- Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati



