A dieci anni dalla scomparsa del poeta, qualche ricordo e aneddoto di un suo estimatore. E soprattutto, alcuni testi e video inediti. Che Allosanfàn pubblica in esclusiva
I primi di luglio del 2016 se ne andava uno dei migliori poeti italiani. Valentino Zeichen è riuscito infatti a parlare dei massimi sistemi della vita, ridimensionandoli sempre con l’ironia. Capace di distillare una Metafisica tascabile – per dirla col titolo di una sua raccolta – che sì, è profonda, ma occupa appunto poco posto… Per questo lo stimo. E allora mi piace raccontare qualche dettaglio di quando l’ho potuto incontrare. Da quell’occasione, tra di noi è proseguita una certa consonanza. Sono stato fortunato: nella sua allegra dissipazione, il poeta mi ha pure privilegiato con alcuni inediti che Allosanfàn – un po’ più sotto – presenta in anteprima.
Primavera di oltre dieci anni fa. L’appuntamento è fissato a piazza del Popolo, lato viale D’Annunzio. Ovvero in quel luogo di cui Zeichen ha precisato l’origine in una sua poesia «romana»: non il sostantivo italiano «popolo», ma il latino populus, pioppo. L’albero che, in epoca romana, avrebbe formato un boschetto proprio in quello stesso spazio. Amor di esattezza a cui l’autore ha sempre tenuto, un po’ per mettere qualche tipo di ordine nel caos del mondo, un po’ per puntiglio divertito.
Lo contatto per un’intervista da pubblicare su un «maschile» patinato (periodico mensile in edicola in quegli anni e, naturalmente, oggi non più). Che c’entra Zeichen tra modelli abbigliati Armani e attori hollywoodiani? Chissà. Personalmente ne apprezzo la poesia fatta di testi brevi e comprensibili, di acutezza d’intelletto senza prendersi troppo sul serio. Lui è incuriosito da questa incursione giornalistica non rivoltagli da qualche «autorevole» quotidiano nazionale (e, a proposito di moda, ama anche le camicie di buona fattura che stira accuratamente da sé).
Il quadrante di Roma del nostro abboccamento è vicinissimo alla sua casa-baracca (elevata a cliché di catapecchia letteraria in varie cronache sul poeta), che è nascosta nel parco della dimora Strohl-Fern, appendice della più impegnativa Villa Borghese. Dopo essersi finalmente riconosciuti, lui propone: «Andiamo a mangiare qualcosa». Siam pronti… E con passo da bersaglieri – per Zeichen è naturale a 75 anni, per me molto meno – ci dirigiamo verso una «tavola fredda» nei dintorni.

È un primo approccio per rompere il ghiaccio (e le polpette alla romana agevolano di sicuro il dialogo tra noi). Racconta della sua poesia a pagamento degli anni Settanta, che lui redigeva con «facilità versificatoria». Talmente convincente da conquistare anche un giurato del Nobel, che lo propone per il massimo premio: «Se aspettano un altro po’, sarà inutile».
Il poeta triestino-romano (mitteleuropeo corretto al barocco) è mercuriale negli argomenti di conversazione e commenta persino gli acquisti d’arte appena fatti da Miuccia Prada all’epoca. Costo dell’opera: milioni di euro. «Rientra in un sistema di relazioni e di calcoli. D’accordo. Ma se ti compri una tavola di legno con due superfici blu, che vor dì?».
Rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi va controcorrente e si professa un filonucleare. «Come possono funzionare un aeroporto o un’acciaieria, mica con l’eolico o il solare?».
Le risposte di Zeichen – che spesso varrebbero un suo aforisma – si possono leggere più diffusamente nella riproduzione di questa antica intervista, per cui trovo il titolo «alla Umberto Saba» (e che stranamente andò bene all’esigente direttore…): La poesia è cosa leggera e vagante.
D’altra parte l’autore ha scritto ben 150 Aforismi d’autunno, tra cui questo che io apprezzo molto: «I poeti subacquei s’immergono / nel torbido dell’interiorità / mentre la profondità galleggia / sulla superficie del linguaggio» (n. 86, 2010). Torniamo però alla cronaca.
Finite polpette e resto del pranzo, per altre due chiacchiere ci dirigiamo al suo «ufficio»: la saletta degli incontri di una vicina libreria di un marchio storicamente di sinistra, attualmente molto meno. E lì Valentino – nel frattempo siamo passati al tu – accetta anche di recitare alcuni testi dai suoi libri che mi sono portato da casa. La cosa lo fa ridere: «Ma perché tutto questo inutile peso con te?». Mentre legge, lo registro e lo filmo male, da assoluto principiante, con il telefono. I video cliccabili più sotto ne danno implacabile dimostrazione. Il piccolo saggio di autolettura – scandito e senza svolazzi – è comunque significativo.

Zeichen trova anche il tempo di farmi una dedica sulla vecchia edizione Guanda di Museo interiore, il volume a cui sono più affezionato. «A Mauro, topografo della bellezza fotografica» scrive. Secondo me con una presa in giro della mia passione di allora per fotocamere e relative immagini.
A un certo punto del pomeriggio, io che devo andare a riprendere il treno per Milano, lui che magari farà una capatina da uno dei suoi amici mecenati o andrà al cinema, insomma è ora di separarci. Stretta di mano virile, comunque amichevole. E ciao.
Tuttavia le chiacchiere con il giornalista arrivato dal Nord evidentemente non gli sono dispiaciute. Ecco che, dopo pochi giorni, ricevo in redazione questa busta di cartone bianco, su cui spicca il mio indirizzo in stampatello, ben leggibile e in bella calligrafia. Il mittente è: «Valentino Zeichen». Apro subito e, sorpresa, saltano fuori otto aforismi scritti con la sua Olivetti «Lettera 22», contrassegnati dalle lettere dell’alfabeto, e pure firmati. Poi scoprirò che sono inediti e, a mia conoscenza, mai usciti in un libro, tranne quelli dedicati all’artista Luigi Ontani e a «Certi scrittori italiani esiliatisi all’estero»: sono stati inclusi infatti dallo stesso autore nell’antologia definitiva Poesie, 1963-2014 (Mondadori, 2014). Allosanfàn è quindi il primo media che li presenta in modo organico.

A rileggere questi testi c’è anche dell’attualità. Come nel componimento «G», intitolato Cucina, che riflette sull’alluvione montante degli chef: «La frivola creatività / trascura gli scrittori / mentre ispira i cuochi / che se ne avvalgono / per decorare vaghe / pietanze». Alcuni aforismi (che ricordano le ultime raccolte di Montale e chi può dire se, a Zeichen, questo avrebbe fatto piacere oppure orrore…) sono di corredo all’intervista che viene riproposta sotto. Valentino mi dice che sì, in quell’articolo in cui riporto la nostra conversazione ci si riconosce; ma aggiunge, soprattutto: «Dove avete scovato la mia foto con i frutti sul tavolo?».
Da quel momento, ogni tanto, mi telefona per fare altre due chiacchiere, inframezzate da qualche sapida frecciatina a colleghi scrittori. Io, lusingato, un giorno prendo coraggio e lancio la bomba: «Che ne diresti di venire a fare un incontro nel prestigioso collegio X di Pavia?», ovvero la città dove continuo ad abitare oggi. Mi stringo nelle spalle e sono pronto, dal telefono, a ricevere un rotondissimo «no». Invece l’occasione mondana, insospettabilmente, lo stuzzica e con un «Va bene» Zeichen emette il verdetto. Mia felicità.
Mi muovo subito e coinvolgo l’emerita professoressa Maria Antonietta Grignani, direttrice del Centro manoscritti autori moderni e contemporanei dell’ateneo pavese. Lei accetta cortesemente di patrocinare e dialogare con il poeta. La sua personalità dà un peso specifico differente a tutto l’evento… Valentino, da parte sua, sembra elettrizzato dall’idea della festa fuori porta. D’altra parte ha scritto i versi «Si nasce barbari / e si finisce romani», adattamento del sempre arguto «Si nasce incendiari / e si finisce pompieri».
È tutto pronto per la «Serata Zeichen». Per dormire gli trovo un b&b in centro (che offrirò io, come anche il viaggio in treno). Lo chiamo per gli ultimi accordi e, soprattutto, per sapere a che ora prenotare il biglietto sul Frecciarossa da Roma Termini a Milano Centrale. Lui: «Ah, ciao Mauro, come stai? Come va? Arrivare a Pavia? Mauro, lo sai che non penso più di venire…». Senza parole. Gelo dal mio telefono mentre penso alla figura con la disponibilissima professoressa, etc etc… Lui ripete che non se la sente e preferisce restare a casa. Come già detto, «…si finisce romani». Tant’è.
Non insisto, direi però che ci rimango male. Assai. E decido di mettere una croce su Zeichen, se non sulla sua poesia. Il fan deluso è capace di questo e altro. Finché, non molto tempo dopo… mi arriva una busta da lettera su cui riconosco la sua calligrafia. Apro anche questo messaggio e, dentro, c’è una cartolina molto colorata. Il testo: «Sono a bordo del treno di Malatesta (il giornalista famoso per i suoi reportage dai quattro angoli del mondo, ndr) e mi auguro che questa pazza locomotiva non deragli. Un caro e amichevole saluto da parte di Valentino. Roma, 30-5-2013».
Già, da Roma: un viaggio di carta, da fermo e senza muoversi da casa nella migliore tradizione zeicheniana. Ci ripenso tanto tempo dopo e mi fai ancora sorridere, caro Valentino.
Qui sotto, i «regali» di Zeichen
Qui il link dei video inediti
Qui il testo apparso su Icon






