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Allonsanfàn
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Perché è ora di rileggere Benedetto Croce

Non so se sia più triste il viver misconosciuti e l’esser celebrati dopo la morte o il suo contrario, finire dimenticati dopo cotanta fama. Probabilmente un materialista duro e puro non avrebbe dubbi. Sceglierebbe la seconda e si godrebbe la gloria in vita, consapevole delle disgrazie che colpirono Baruch Spinoza e Søren Kierkegaard, della sorte toccata a Giordano Bruno, bruciato vivo ma oggetto oggi di fior di studi o di quella del povero Van Gogh, lo sciamannato olandese che in vita vendette un solo quadro.

Mi faccio queste domande oziose per via del caldo e di un libretto, Perdersi negli altri e nelle cose, lettere scelte di Benedetto Croce, che mai, sia detto subito per inciso, avrei pensato di léggere e men che meno di comprare. E quindi che scelta compirebbe il principale esponente del neoidealismo italiano, colui che dopo aver dominato per decenni la cultura italiana sparì dalle accademie e dai salotti letterari già nei primi anni Cinquanta del secolo scorso?

Benedetto Croce

Nei tristi anni Settanta all’università non c’era posto per don Benedetto. Il filosofo che si diceva convinto che tutta la realtà sia Spirito e la storia fosse da intendere come “storia della libertà” (“un continuo processo di superamento e creazione dove lo spirito umano si afferma costantemente”) appariva superato e terribilmente provinciale. I più irriguardosi fra noi giungevano persino a rilevare le somiglianze tra la sua effige e quella del povero Manganelli (saran mica parenti, alle volte?), una sorta di Topo Gigio accigliato e diffidente. Un far filosofia morto e sepolto: non era il caso di perdere tempo con tutto quel Benjamin e Foucault e Derrida e Barthes che bisognava se non studiare almeno mostrare di aver annusato; e prima – è il caso di ricordarlo? – bisognava fare i conti con Marx e con Gramsci (ricordo che i più perversi non si negavano neppure robuste sorsate di Lukács).

Gli anni Ottanta – ma che ve lo dico a fare? – sono quelli della scoperta/riscoperta di Nietzsche, di Heidegger e di Carl Schmitt il giurista di Hitler, e insieme a loro pure Jünger, ripreso a leggere e citare. Il merito va, in tutti i sensi, al lavoro dell’Adelphi. Il demerito è invece della così detta sinistra, schieramento in crisi di idee prim’ancora che di schemi e riferimenti; anni in cui sono circolate un numero incredibile di frescacce, dal pensiero debole un tanto al kilo al post-modernismo sparso come zucchero a velo. I designer, gli architetti e i pubblicitari non sono mai stati così felici. In questa euforia di decostruzioni e scoprimenti di acque calde, tiepide e tiepidissime c’era posto per tutti, ma di Croce non una paginetta e nemmeno una cartolina.

Come i suiveur della “Grand boucle” non si perdevano un articolo di Gianni Mura, così faccio del mio meglio nel seguire le imprese della filosofia; beninteso sono un dilettante e detesto le corse in linea (leggi: i pensatori sistematici). Sono dell’idea che spetti agli specialisti la lettura integrale dell’Estetica di Hegel o le Critiche di Kant. Chi invece legge per piacere si gode l’eccitazione delle competizioni a tappe – trionfo di discontinuità tra gran premi della montagna, frazioni a cronometro, lunghi trasferimenti in pianura – ovvero la filosofia sotto forma di aforisma, illuminazione, argomentazione a rischio d’aporia, frammento, proposizione, gioco linguistico. (Esempio magistrale di pensiero non sistematico sono i Quaderni. I testi, gli appunti e le note che Gramsci iniziò a scrivere a partire dall’8 febbraio 1929 nel feroce regime di carcerazione fascista che limitava il numero di libri che gli era permesso tenere in cella. I Quaderni si possono leggere aprendoli letteralmente a caso: non si è mai delusi. Attendono il lettore uno zibaldone di pensieri, analisi critiche, commenti di sbalorditiva intelligenza).

Benedetto Croce
Palmiro Togliatti

Torniamo a Benedetto Croce. Nel corso della sua vita ha scritto migliaia di lettere, “strumento indispensabile per costruire quella comunità intellettuale nella quale credeva caparbiamente”. Che si rivolga ad Einstein, a Borgese, alla moglie oppure al Togliatti reduce da Mosca, rivela una sbalorditiva freschezza espressiva e un’abilità comunicativa che rendono la sua scrittura (e il suo pensiero) talmente moderna dall’apparirmi addirittura contemporanea. Tra i molti possibili ho scelto l’esempio che più mi ha sorpreso: la lettera che inviò a Togliatti nel ’45, capolavoro di schietta puntualizzazione condita con quell’ironia garbata che inducono il lettore a prender parte senza indugio; del resto dovendo scegliere tra la plumbea prosa del callido Palmiro, lo stalinista per tutte le stagioni, di cui Rinascita e l’Unità ci hanno dato ampia testimonianza, e quella del “Papa della cultura italiana” come lo definiva Giuseppe Prezzolini, non c’è dubbio e nemmeno partita. Leggetela sino in fondo, ne vale la pena.

***

Napoli, 31 dicembre 1945

Caro on. Togliatti,

ricambio gli augurii cortesemente inviatimi, che sono insieme superiormente rivolti al bene della nostra Italia che Ella, nata e allevata in quel Piemonte a me carissimo, che è stato gran parte del Risorgimento italiano, non può non sentire a pari di me che sono dell’altro estremo, napoletano. Le dirò (poiché mi accade di scriverle) che provo un curioso effetto tra di maraviglia e filosofico sorriso, nell’udirmi talvolta designare dai suoi come “reazionario” o come “filofascista”. La modestia o il pudore mi vieta di rammentare che io sono stato il più radicale, e con ciò sempre liberalissimo, rivoluzionario nella vita mentale e culturale italiana della prima metà del novecento; come sarà riconosciuto e pacifico quando io non sarò più al mondo. E, per quel che si attiene fascismo, quantunque io sia poco disposto odiare (l’odio è un troppo grave e doloroso peso), così violento e tenace è il mio odio per esso, in tutti i suoi aspetti, che questo sentimento non si placa neppure ora che esso è morto o mal vivo o sopravvivente in talune spesso inconsapevoli pieghe morali e mentali. Ma, passando ad argomenti più lievi, ho detto al mio editore di inviarLe un mio volumetto che si pubblica nei prossimi giorni, contenente una storia settecentesca di prelati, cantatrici e di amori. Le confesso che avevo messo un’intenzione ironica in questo dono poiché volevo offrire ai giornali comunistici e socialistici un incentivo a dichiararmi ancor una volta uomo frivolo, come hanno fatto pe una bene istruita e meditata conferenza letteraria da me tenuta all’Arcadia per la quale mi ero impegnato alcuni mesi innanzi e la scadenza dell’impegno è capitata proprio all’inizio della « crisi » quando gli inviti erano stai già diramati. Frivolo sarò bene in questo senso, che io ripugno a diventare totus politicus come (e non la invidio, perché penso che debba soffrirne) è Lei in ogni suo gesto e parola. Ma, dopo aver ricevuto i suoi gentili augurii, vi ho mentalmente sostituito l’altra intenzione di procurarle un’ora di piacevole lettura. Mi abbia con molti saluti.

Foto in apertura: Benedetto Croce

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