Il giardino dei Finzi-Contini fu pubblicato nel 1962 e da allora ha goduto di un grande successo editoriale, anche se non gli furono risparmiate critiche non sempre adeguate e talvolta un po’ pretestuose, che hanno messo in ombra la grande abilità tecnica di Giorgio Bassani. Il principale motivo del contendere era, ed è, la estrema leggibilità dell’opera: ciò lo rese inviso a una certa parte di scrittori che negli anni ’60 volevano rivoluzionare la letteratura italiana, facendola uscire dalle secche del tradizionalismo e di un manzonismo di risulta, che spesso sfociava in un romanticismo stucchevole.
Giorgio Bassani, dunque, venne accusato nei casi migliori di crepuscolarismo, e nei casi peggiori di essere una “signorina romanziera”, una Liala evoluée.
Sentimentalismo, vita di provincia, prosa trasparente: tutti questi punti di forza del corpus delle opere di Bassani gli si ritorsero ben presto contro e diventarono capi di imputazione che lo relegarono nell’ambito della letteratura di genere, vagamente nostalgica e affezionata alle buone cose di pessimo gusto.
Il giardino dei Finzi-Contini, invece, merita oggi una rilettura più serena perché nasconde, sotto un apparente grigiore che in realtà è understatement, molte sottigliezze narrative efficaci e raffinate.
Infatti, a un esame più attento, si capisce che diventa difficile definire esattamente questo testo: è un memoir? È un romanzo storico? È una storia d’amore?

Ovviamente, come in tutte le grandi opere, questi elementi convivono sulla pagina, con grande fluidità, ma, come spiega bene Edgar Allan Poe, nel racconto La lettera rubata, se vuoi nascondere bene qualcosa la devi mettere in evidenza. E Giorgio Bassani è uno scrittore generoso, che prende per mano i suoi lettori e li accompagna verso il nocciolo del romanzo, fin dal prologo, e poi li riconforta nell’epilogo.
Il libro si apre con le parole del narratore che confessa di volerci raccontare una storia successa molti anni prima, che però sappiamo subito sarà una tragedia, visto che apprendiamo che molti dei protagonisti erano scomparsi. Per essere sicuro che i lettori capiscano bene, il narratore immagina di essere andato in gita a Cerveteri a vedere le tombe degli Etruschi, un popolo nobile e colto, di cui si sa relativamente poco perché se ne è persa memoria, e che questo gli abbia fatto venire in mente il cimitero di Ferrara dove c’era la tomba di famiglia dei suoi conoscenti, i Finzi-Contini, ebrei ferraresi, che erano stati inghiottiti dalle camere a gas hitleriane. La premessa, con il parallelismo tra il destino di oblio che accomuna Etruschi ed ebrei, ha sia la funzione di sciogliere la suspense dell’attesa del finale, sia di contestualizzare esattamente ciò che ci viene raccontato, perché esplicitamente Bassani ripete più volte che ci sta per narrare una favola (purtroppo non a lieto fine): ecco trovato il mot clé.

A ben vedere, il romanzo ha un andamento fiabesco perché è ambientato in un giardino, un luogo chiuso ovvero, alla greca, un paradiso, in cui ci sono regole che non valgono per il resto del mondo. Non a caso, visto che il tennis club di Ferrara era stato interdetto agli ebrei dopo l’emanazione delle leggi razziali del 1938, il narratore inizierà a frequentare la famiglia Finzi-Contini soprattutto per giocare a tennis nel loro campo da tennis privato, dove appunto non vigevano le leggi fasciste.
Su quel campo da gioco, a scuola, in sinagoga gli attori sono soprattutto uomini. In effetti, il testo di Bassani è un grande racconto di amicizia maschile, di rapporti tra padri e figli, di riti di iniziazione, ma, come in ogni isola di Ogigia, a governare veramente è una maga, anzi, una fata, cioè Micòl Finzi-Contini, fattucchiera indimenticabile, sorridente e imprendibile, come le divinità dotata di charis, una grazia incantatrice che rende benevoli e che affascina.
Micòl colpisce il narratore (che resta volutamente anonimo per tutto il libro) fin da quando erano ragazzini, ma lo conquista quando si incontrano a dieci anni di distanza e lei è diventata una giovane donna intelligente, vitale, spiritosa: tutte doti irresistibili, ma Micòl fa qualcosa di più. In diverse occasioni, Micòl porta il narratore in luoghi separati dal resto del mondo, luoghi chiusi accessibili solo a loro due, in segreto: la piccola grotta nella quale gli fa nascondere la bicicletta, la carrozza tarlata nella rimessa, la sua camera da letto in cima alla torre e, non plus ultra, il suo stesso giardino, un vero e proprio hortus conclusus, separato dal resto del mondo da mura purtroppo in rovina, che non lo hanno protetto a sufficienza dalla Storia.
Ma il luogo prediletto di Micòl, il più affascinante per uno studente di lettere come il narratore, è quello creato dal suo linguaggio, un garbuglio di dialetto ferrarese, ebraico, inglese, francese, italiano, comprensibile solo agli iniziati. Bassani, fin dai primi capitoli, lo definisce così:
“Questa particolare, inimitabile, tutta privata deformazione dell’italiano era la loro vera lingua. Le davano perfino un nome: il finzi-continico”.
Quando i Finzi-Contini verranno sterminati, si perderà anche il loro linguaggio, sul quale e con il quale avevano costruito il loro mondo: Bassani, da romanziere che ha letto Balzac e Flaubert, crede che le parole possano costruire il mondo e non manca di specificare che per lo più le conversazioni, a tavola o a bordo del campo da tennis, vertevano su arte e letteratura, sui libri che leggevano, sulla musica che ascoltavano e sulle riviste di arredamento che sfogliavano. Con la morte di Micòl e degli altri, muore anche quel contesto e al narratore non resta che un ruolo epigonale. Si può intuire, dunque, che uno dei motivi per cui la critica italiana coeva non abbia amato Bassani risiedesse anche nel fatto che per l’autore tutta l’epica della Resistenza, della ricostruzione e della modernità sia stata importante, certo, ma non sufficiente a ridare vita a un tempo perduto e non più ritrovato. Bassani, però, non si limita all’effetto nostalgia, bensì cerca di mostrarci lucidamente il vissuto di quella generazione, anche inserendola nel contesto storico culturale in cui è vissuta.
Lungo il romanzo, perciò, ci sono innumerevoli interventi della grande Storia (leggi, accadimenti, questioni politiche), che è un po’ come una marea che cresce poco alla volta e della quale progressivamente si accorgono quasi tutti i personaggi. Alla fine, anche il padre del narratore, descritto spesso come ottuso e noioso, smetterà di dormire, presagendo la tragicità degli eventi e per questo, o meglio grazie a questo, riuscirà a ricucire un rapporto con suo figlio, basato sulla tenerezza dei naufragi.

La storia d’amore tra il narratore e Micòl, invece, non sboccerà mai, principalmente perché il narratore non sa cogliere il momento giusto per baciarla o per dichiararsi, ma in compenso è il lettore a innamorarsi perdutamente di questa ragazza speciale, capace sia di spennare gli animali da cortile sia di scrivere una tesi su Emily Dickinson.
A più riprese, il narratore rimpiange la propria ignavia: questo tema ritornerà nel romanzo successivo di Bassani Dietro la porta, del 1964, con il quale continuerà il ciclo del cosiddetto romanzo di Ferrara, del quale fanno parte tra gli altri anche i capolavori Gli occhiali d’oro e L’airone. In Dietro la porta, il protagonista ascolta appunto da dietro una porta socchiusa una maldicenza nei suoi confronti, ma non ha il coraggio di intervenire e continua a subire la discriminazione.
Anche nel Giardino dei Finzi-Contini il narratore non ha la forza di agire, né con Micòl né contro la Storia; non si tratta però solamente di un male morale, ma di un’impotenza generazionale e sociale: il fidanzamento con Micòl, la ragazza di nobile famiglia, era impraticabile; il diluvio della Storia era inarginabile.
Precocemente canonizzato, questo romanzo è ben presto entrato nel novero dei libri da leggere nelle scuole, soprattutto in occasione del Giorno della Memoria, per avere la possibilità di discutere, meritoriamente, di temi quali la questione razziale, lo sterminio sistematico delle comunità ebraiche, la situazione italiana. Purtroppo questo utilizzo strumentale dell’opera in parte ha messo in ombra tutti gli altri temi e strutture che Bassani ha voluto sviluppare, e che oggi vale la pena riscoprire.
La foto in apertura di Giorgio Bassani, qui sotto intera: lo scrittore è con Arnoldo Mondadori e Aldo Palazzeschi (Archivi Mondadori)




