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Allonsanfàn
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Spider-Man: Brand New Day. Anche i ragni soffrono per amore

Me lo ricordo bene: l’Uomo Ragno, creato nel 1962, uscì a fumetti in Italia il 30 aprile del 1970 per l’Editoriale Corno – quella di Kriminal, Satanik e Alan Ford. Firmavano la prima avventura Stan Lee il Sorridente, così era infatti soprannominato, e il tosto ed efficace Steve Dikto. Con loro nasceva (per noi italici) un eroe Marvel che, come i colleghi di scuderia, avrebbe vantato una peculiarità, poi propagatasi a valanga: l’estrema umanità nascosta, affiorante dietro i superpoteri. Assomigliava molto a noi lettori adolescenti il ragazzetto Peter Parker divenuto Spider-Man per via del morso di un aracnide radioattivo. E intanto, negli albi della Corno, scoprivamo che dietro la rossa maschera di Daredevil si nascondeva un avvocato cieco, e che Silver Surfer, il mio preferito a quei tempi, era attraversato da una spettrale nostalgia.

Questa caratteristica di umanità – che poi è un uovo di Colombo narrativo, fare un personaggio che magari vola come un razzo ma poi si impappina durante una seduta di condominio – si è affermata, negli anni, anche nel mondo parallelo dei DC Comics – basti pensare ai cupi e vulnerabili Batman che si sono avvicendati in pagina e su schermo – mentre veniva perfezionata nell’universo Marvel. Lo prova il film Spider-Man: Brand New Day, fresco di uscita, che ci presenta un Peter Parker assai addolorato per amore.

Quello che è cambiato di più dopo un consumo di miglia e miglia di ragnatela è la linearità delle storie di supereroi. Nel tempo, i personaggi Marvel sbarcati al cinema si sono riuniti in gruppi per onorare opulenti franchise e, complici schiere di remake e reboot, sono venuti a patti con infiniti featuring che hanno mescolato tra loro le gesta di buoni e cattivi.

Spider
Zendaya con Tom Holland mascherato

Ne è una prova l’affollatissimo Spider-Man del 2026 che riparte da zero dopo un lustro, apparecchiando per il protagonista impersonato da Tom Holland i dubbi servigi della Black Widow (Nuovi Avengers), una comparsata furente del dottor Banner alias Hulk (Mark Ruffalo che si guadagna la pagnotta at his best), la disperazione della molto tormentata telepata Jean Grey (X-Men), tutti uniti e in lotta nel ricchissimo pasticcio cinematografico che tocca le due ore e mezza di durata.

Come l’altro blockbuster del momento, The Odyssey – il paragone nasce da ragioni di dimensioni e di incassi miliardari – il nuovo Spider-Man si divide tra azione e riflessione (qui addirittura piagnisteo?). E infatti il film si spezza in due di continuo tra sequenze ipercinetiche – ispirate al videogame Insomniac, anche se il regista le vorrebbe meno CGI del consueto, soprattutto nel descrivere New York – e infiniti pensamenti sull’essere normali o speciali, che toccano il ragnetto triste, deciso a non svelarsi a MJ-Zendaya, e dunque a perdere l’amata.

30 aprile del 1970. Le tavole di Steve Dikto e il nitore del racconto – a Dikto furono accreditati anche alcuni soggetti, prima della rottura con Stan Lee e con Marvel per la quale aveva disegnato pure Doctor Strange e degli episodi di Hulk – rimangono un ricordo lontano, quasi archeologico, ma mi risultano ancora più belle oggi, che sono l’essenziale punto fermo di una vorticosa serie di avventure.

  • Spider-Man: Brand New Day, regia di Destin Daniel Cretton (2026) è il 38º film del Marvel Cinematic Universe (MCU) e sequel di Spider-Man: No Way Home (2021)
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