Nel carcere di Borgo, vicino a Bastia, una mattina i giovani detenuti in regime di libera circolazione – celle aperte, molti spazi comuni, sport e socializzazione – omaggiano la secondina Mélissa (Hafsia Herzi) intonando tutti in lingua corsa l’omonima canzone di Julien Clerc.
Lei li sorveglia, i bei capelli scuri sempre legati in una treccia che comunica rigore, cammina tra una sbarra e l’altra, sorride. Un sorriso gioioso, liberato, tenero: il testo è sensuale, evoca una bella meticcia di Ibiza che vive quasi sempre nuda, mentre Mélissa indossa la divisa per la gran parte delle sue giornate, fronteggiando quest’orda di maschi in cattività con empatia.

Il momento è fondamentale, ce lo ricorderemo per il resto di Borgo, il bel film di Stéphane Demoustier. Ci dice che tra controllore e controllati ci sono molti più similitudini di quanto possa sembrare, che le piccole gentilezze che Mélissa concede ai carcerati in realtà la riguardano da vicino, foss’anche solo perché la loro classe sociale è molto simile, lei è appena un passetto più avanti. Ci racconta quanto sia facile e seduttiva la logica mafiosa, che in parte sostituisce tutto quello che il welfare, ormai anche in Europa, fatica a coprire.
Sposata con Djibril (Moussa Mansaly), un immigrato africano gigante buono, che di tanto in tanto affoga nell’alcol lo spaesamento e la depressione da disoccupato, Mélissa è madre di due bambini in età da capricci e piccole monellerie. La famigliola si è appena trasferita da Parigi in cerca di uno stile di vita più lento e umano, ma in realtà ha incontrato diffidenza e razzismo insulare.

In Corsica i detenuti si chiamano Rossi, Marchetti, sono quasi tutti discendenti da italiani e hanno un codice d’onore netto e implacabile. Sotto la patina da carcere modello Club Méditerranée, fervono le lotte tra clan rivali nelle quali ben presto Mélissa viene suo malgrado coinvolta. Anche perché proprio a Borgo ha incontrato una vecchia conoscenza, Saveriu (Louis Memmi), che ha scontato la sua pena e viene scarcerato, ma inizia a proteggerla, anche dalle grane di tutti i giorni, «La Corsica è piccola, ci si incontra sempre», prevede. Forse, s’è innamorato di lei, e non la lascia indifferente.
Dal momento che Borgo ha i canoni del film carcerario-poliziesco, è tratto da un fatto di cronaca nera reale, ovviamente ci scappano anche i morti, c’è un commissario credibile, senza nulla d’affascinante, coi capelli tinti, che indaga (Michel Fau), c’è una direttrice del carcere (Florence Loiret Caille) capace di imporre misure restrittive se sente aria di rivolta.

Sembra incredibile, alla scrivente italiana, che in Francia ci sia un regista come Demoustier, che dopo questo film di genere è passato con nonchalance a Lo sconosciuto del Grande Arco, storia dell’architetto danese che progettò l’Arco de la Défence a Parigi. Soprattutto, che in Francia si coltivi un così grande parco d’attori espressivi, veri, intensi come Herzi, francese di origini per metà tunisine e per metà algerine, che per Borgo ha vinto il César e alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2008 il premio Marcello Mastroianni come attrice rivelazione nel film Cous Cous.
Tocca ammetterlo: Oltralpe il livello medio è decisamente migliore del nostro, rifugge dall’over acting che ammorba persino i nostri attori migliori, riesce, con tocco di verismo impressionante, a disegnare ritratti autentici delle donne contemporanee con grandi fardelli sulle spalle. E se siete scettici, non perdetevi questo film, ma andate anche a cercare Il caso 137 di Dominik Moll. Fino al 20 settembre le pellicole italiane ed europee costano solo 3 euro e cinquanta centesimi, nell’ambito dell’iniziativa Cinema Revolution.
Nella foto in apertura, Hafsia Herzi, che per Borgo ha vinto il premio César nel 2025, e Louis Memmi



