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Allonsanfàn
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Caro Nanni, grazie del tuo Diario restaurato e di raccontarci il corso del tempo

Caro Nanni, grazie del tuo diario restaurato. È il lontano, non poi così tanto, 1993. Chi era già al cinema sicuramente ha potuto sentirsi giovane di fronte a un film giovane, di quella giovinezza fresca e italiana che si riconosce, con il “caffellatte e cornetto” che chiudono il film.

Questa settimana Caro Diario di Nanni Moretti, premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes nel 1994, è tornato in sala dopo essere stato restaurato dalla Cineteca di Bologna. Sessantenne oggi, quarantenne nel film, Moretti è rimasto giovane di idee, di simpatia intelligente, di quell’eleganza di chi dice senza parlare troppo, o parla dicendo: basta ripensare a uno dei suoi ultimi film, Santiago, Italia, o a uno dei primi, Sogni d’oro.

L’architettura della città, l’insieme delle costruzioni e gli oggetti di decoro urbano, come automobili, insegne, tavolini e tazzine al bar, sono registrate nel film come in previsione che tutto sarebbe cambiato e che, quasi trent’anni dopo, quei fotogrammi in successione avrebbero avuto un nuovo senso poetico e culturale, quello di mettersi in discussione con l’oggi.

Si vede bene infatti, dal giro in Vespa o in pasticceria, che quello di Moretti è un cinema di linguaggio, disegnato dalla lingua italiana fatta di sillabe, parole, frasi – la camera riprende la scrittura sul diario, il movimento della penna sul foglio a righe, i tanti “caro diario” pronunciati durante il film, che suonano quasi come una versione poetica di un “ciak, si gira”, di un “ascoltami, diario-spettatore, inizio a parlarti” – ma anche di gesticolazioni coerenti con il tono della voce, di cadenze piene di senso logico ed estetico, di quella forma lessicale elaborata ma chiara che diventa, attraverso la parola animata appunto, sostanza significante del film.

L’inquadratura, con la macchina da presa, delle copertine di riviste che in maiuscolo annunciano la morte di Pier Paolo Pasolini, la riproposizione cinematografica di televisioni accese che mandano in onda i loro programmi, sembrano dire il linguaggio cinematografico di un Moretti che semplicemente registra, attraverso la sua mise-en-scène puramente urbana, reale.

Da anni la Cineteca di Bologna riporta sugli schermi gioielli del cinema passato, restauri in 4K di monumenti (cinematografici) in movimento, non solo perché in questo caso Nanni è in Vespa oppure su un battello, ma perché l’immagine catturata di certo si muove – siamo al cinema – ma racconta anche il tempo che passa immutato.

Il regista, in questi giorni, è in giro per l’Italia a presentare il film insieme ai suoi appunti dell’epoca, e viene voglia di seguirlo nel suo tour de joie. Perché ripresentare un film trent’anni dopo?

Creare una cucitura tra un film di trent’anni fa e il tempo d’oggi, riportandolo sui grandi schermi, fa riflettere sul senso culturale non tanto legato all’opera, ma sul discorso comparativo che innesca. Nascono così paragoni, che mettono in luce aspetti culturali propri al linguaggio cinematografico, appunto. Legare di nuovo con filo spesso il momento filmato al momento contingente è un’operazione che dà un senso di rilassante compiutezza, non che a Caro Diario, o all’opera di Nanni Moretti, mancasse. Questa compiutezza dimora nel paragone instaurato tra la poetica che il film presenta e quella della realtà reale di oggi.

Così il film sembra infine chiederci: cos’è cambiato? cos’è uguale?

Nanni Moretti questa volta mette in scena, prima del suo film riproiettato al cinema (in cui le scene di Roma, delle Isole, o delle vicissitudini di un malato di prurito non cambierebbero di una virgola), le differenze che derivano dal film, impercettibili ma evidenti, della condizione di spettatori che si è stati e che si è, da ieri a oggi. Nanni Moretti costruisce nella mente degli spettatori, durante la proiezione del suo Caro Diario, un’altalena comparativa di segni poetici e culturali su cui riflettere. L’unica cosa che è cambiata, a parte il velluto delle poltrone del cinema (forse…) è il tempo appunto. E che sia proprio Nanni Moretti a portare i propri diari in giro per l’Italia, raccontando il lavoro del film, non sembra una pubblicità, né un’autocelebrazione, né una lectio magistralis (per quanto ci piacerebbe tanto), né un pre-addio alla macchina da presa, non pensiamoci neanche.

Usciti dal cinema dopo aver (ri)visto Caro Diario l’altalena continua a essere lì. Le sensazioni cinematografiche restano anche dopo il film, e (ri)accendono, camminando per strada, seduti al bar, o a casa, quegli impulsi comparativi che coltivano cultura.

Caro Diario, parliamoci ancora.

 

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