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Allonsanfàn
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Di orchi, streghe e maschere. Queste di oggi e quelle che nella vita portavamo già

Visto che ormai la mascherina è diventata unindispensabile compagna delle nostre vite, il lasciapassare grazie a cui possiamo entrare e uscire di casa, credo meriti raccontare la storia etimologica di questa parola. Chissà che possa insegnarci qualcosa.
Si tratta di una storia relativamente recente, perché nel latino classico – quello del Calonghi, per intenderci – per indicare la maschera si usa il termine persona, dal momento che le maschere di legno indossate sempre in scena dagli attori nelle tragedie e nelle commedie, sono costruite in modo tale da amplificare al massimo possibile il suono della voce. Invece nel latino medievale si è cominciata a diffondere questa parola, proveniente con molta probabilità dal mondo longobardo, con il significato di strega. Perché la strega è una donna che si camuffa, che si nasconde per incutere paura o per ingannare.
Chissà se il diciannovenne Thomas Lyle Williams conosceva questa etimologia, quando nel 1915 a Chicago ha combinato insieme polvere di carbone e vaselina allo stato gelatinoso per creare un prodotto che sua sorella Mabel potesse usare per truccarsi gli occhi. Probabilmente la parola spagnola gli è suonata più esotica e poi voleva trovare un termine diverso da rimmel, dal nome del chimico francese che lo aveva creato a metà dell’Ottocento. Comunque sia le streghe quando vogliono sedurre noi poveri mortali non devono far altro che sbattere i loro occhi con quelle ciglia lunghissime, merito indubbiamente del mascara. E poi visto che Mabel è stata molto soddisfatta del trucco creato dal fratello, Thomas ha deciso di cominciare a venderlo per posta e dopo qualche anno ha fondato la Maybelline, diventata negli anni una delle maggiori fornitrici per le streghe.
Altri etimologisti collegano invece la parola maschera al verbo manducare, ossia mangiare. Perché il manducus, che troviamo ad esempio nelle commedie di Plauto – recitate anchesse con le personae -, non è solo uno che mangia tanto, ma è anche l’orco. E questo personaggio, come ci insegna anche la famiglia Malaussène, ha spesso bisogno di camuffarsi per ingannare le proprie prede.
Cominciano a diventare sinistre queste maschere. Tantè vero che gli psicologi parlano di mascafobia che colpisce specialmente i bambini piccoli. Quando si trovano di fronte a volti irriconoscibili, spesso con bocche che non si muovono, facendo sembrare che la voce esca dal nulla, i bambini si spaventano. E si spaventano anche di più quando quelle strane maschere le indossano i loro genitori: chi è quello strano tipo che sembra mio papà, ma ha un’altra faccia? E poi una maschera nasconde le espressioni facciali che permettono ai bambini – ma anche a noi che non lo siamo più da un pezzo – di capire le vere intenzioni di chi abbiamo di fronte. Perché le parole spesso ingannano, almeno quanto uno sbattere di ciglia.
Un’altra scuola di pensiero ritiene che questa parola derivi dall’arabo mascharat, che significa buffonata, scherzo. Gli etimologisti credono che questa parola sia arrivata in Europa a seguito del ritorno dei crociati, che peraltro non erano certo andati laggiù a scherzare. E infatti noi a carnevale, il solo periodo dellanno in cui licet insanire, ci mascheriamo. Così, per divertirci, mentre il resto dell’anno mettiamo una maschera per far finta di essere migliori di quello che effettivamente siamo. O perché gli altri ci vogliono con quella maschera. E non sempre queste nostre maschere quotidiane riescono a nascondere il fatto che siamo orchi e streghe. I bambini, loro malgrado, devono imparare in fretta ad avere paura di noi.

E noi adesso perché usiamo le mascherine? Non per nascondere, né per sedurre – anche se ormai ci sono mascherine di vari colori il cui scopo è evidentemente quello di attirare l’attenzione, come le piume di un pavone – non per ingannare, né tanto meno per scherzare. Le usiamo per proteggere. A dire la verità io sono convinto che molti di noi pensino che serva unicamente a proteggerci, altrimenti col cavolo che sopporteremmo questo innegabile fastidio. La usiamo perché non vogliamo che gli altri ci infettino, perché sono sempre gli altri a essere malati: è sempre colpa degli altri. Invece dobbiamo indossare la mascherina per non infettare gli altri. Dobbiamo ricordare, tutte le volte che con la mascherina nascondiamo il nostro sorriso o il nostro ghigno, che gli orchi e le streghe possiamo essere noi. Sta a vedere che questa è l’unica maschera che alla fine racconta la verità.

  • Luca Billi è noto sul web anche con il nome di Protagoras Abderites. Trovate un intero vocabolario delle sue storie, qui. Ha appena pubblicato il romanzo Una mucca alla finestra (Villaggio Maori Edizioni)

 

Credit: “Mickey and Yellow Donald Duck Masks 0131” by Brechtbug is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

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