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Allonsanfàn
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Cristian Mungiu nel paese razzista di Animali Selvatici

Qualche giorno prima di Natale, dopo aver lasciato il suo lavoro in Germania, Matthias fa ritorno al suo tranquillo villaggio in Transilvania…”. Secondo concisa sinossi, Animali Selvatici (R.M.N.) di Cristian Mungiu comincia così.

Lo spettatore va però avvertito che Matthias prende congedo sì, ma con un colpo di testa (in senso letterale: una violenta testata) e che fin da subito il villaggio transilvano, romeno ma abitato da una minoranza ungherese, pur non evocando direttamente Dracula, pare immerso in una sinistra atmosfera di miseria morale oltre che economica.

Le difficoltà per Thomas sono tante. Il figlio Rudi ha smesso di parlare in seguito a un misterioso trauma, il cupo padre Otto sta invecchiando male, la moglie Ana tace ma non ha perdonato a Thomas il tradimento con la volitiva Csilla, manager di un panificio il quale è l’unica realtà moderna del paese. Nonostante i fondi UE, Csilla non riesce a trovare dipendenti in loco (i salari sono troppo bassi) e deve ricorrere a manodopera straniera.

Comunque: Cristian Mungiu è at his best, e anzi, il regista romeno fa un passo in più rispetto al consueto inserendo, a poco a poco, un tema di stretta attualità politica, basandosi su fatti realmente accaduti. Il razzismo della comunità, tradizionalmente rivolto agli zingari, colpisce ora gli stranieri. Nella fattispecie, i cingalesi che giungono al villaggio “per fare il pane” – e toccandolo con mani impure potrebbero contaminarlo – hanno il torto di avere la pelle scura come gli odiati Rom, e che siano cattolici o musulmani poco importa.

Thomas, rude maschio, capace di sgozzare per il dì di festa il maiale del prete – una metafora tra l’altro dell’ignavia della chiesa, rappresentata da un orribile don Abbondio locale – e desideroso di insegnare a Rudi la pratica virile della caccia e di prepararlo al clima da homo homini lupus che dominerebbe il mondo, pasticcia troppo nel rapporto con le “sue” donne. In realtà, qui ogni azione ispirata a una pseudo genuinità primitiva cela il volto feroce dell’intolleranza e del pregiudizio. Conclude la sinossi: “Timori a lungo sopiti e inedite frustrazioni assalgono i concittadini, lasciando emergere la conflittualità e l’intolleranza…”. Infatti.

Arriva con un anno di ritardo da Cannes, dove Mungiu ha sempre fatto ottima figura – l’esordio Occident premiato alla Quinzaine 2002, 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni Palma d’Oro 2007, Oltre le colline miglior sceneggiatura 2012, e Un padre, una figlia miglior regia 2016 – arriva sugli schermi, dicevamo, un bellissimo film che ha il cuore pulsante, la molla del dramma, nella disperata inadeguatezza di un uomo, ma sa allargare il senso di una crisi a una più ampia dimensione sociale. In un pezzo di bravura registica che svela la capacità di gestire modalità diverse di racconto, dal realistico al simbolico, Mungiu può permettersi una lunga tranche di (quasi) cinema verità nella fluviale assemblea politico-ecclesiale in cui la cittadinanza meschina del paesino si oppone, tra diffidenza e odio, alla convivenza con gli altri o, se preferite, con l’Altro…

Pur se Mungiu non usa volentieri le lettere maiuscole, la lettura della sua opera è facile ma va al profondo, ricca di echi: per esempio, uno dei fili tematici del film tocca gli animali. Ci shockano all’inizio gli agnelli appesi ai ganci e brutalmente macellati in Germania, ci agghiaccia il grido di un maiale minacciato dai coltelli, ci incuriosiscono le rosse volpi a bordo della strada e vorremmo liberarle dalle elaborate tagliole che le imprigionano, fino a scoprire che forse, oltre agli uomini, altri animali pericolosi si aggirano tra gli alberi del bosco vicino al villaggio, là dove anche noi rischiamo di perderci… Che siano venuti a punirci per i nostri sbagli, per la nostra sconfitta?

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