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Allonsanfàn
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Layne Staley Lives

Guardo su YouTube un clip degli Alice In Chains, Would?, dove il frontman della band, Layne Stailey, a un certo punto canta qualcosa del tipo: “Ho corso troppo velocemente per tornare a casa?”. Finisce il video e, con (forse casuale) umorismo nero, si apre la pubblicità di una ditta di pompe funebri. Sic transeat gloria mundi.

Sono troppo vecchio per essere stato un fan della band più maledetta della stagione grunge (in una sola riga due luoghi comuni eppure abbastanza veri), ma sono sempre stato attratto dalla lunga fine di Staley: chiuso a casa per anni, rifornito di droghe, il ragazzo di Seattle non vede quasi nessuno e gioca ai videogames, quando muore ci vogliono quindici giorni prima che lo scoprano cadavere: il suo commercialista ha trovato strano che da tre giorni Staley non usasse la carta di credito. La data della morte, fatta risalire al 5 aprile del 2002, coincide nel giorno e nel mese, suggestivamente, con quella del suicidio di Kurt Cobain, avvenuto però nel 1995. Layne Staley aveva 34 anni (non 27, ma il club dei defunti celebri del rock è il medesimo).

Intanto, oggi, su Reddit si discute ancora se sia stato giusto pubblicare i suoi diari, ovvero alcuni scritti postumi, in This Angry Pen of Mine: Recovering the Journals of L.S. con doppia prefazione di madre e padre, il celebre dad da sempre assente ma metallaro che qui ringrazia il figlio per averlo ispirato a seguire la regola dei Twelve Steps e l’amore di Dio. Amen.

Protesta un fan: “So per certo che ha scritto molte volte di come sentisse che la sua fama gli avesse rubato qualsiasi tipo di privacy. Non voleva essere ricordato come un tossicodipendente malato, ecco perché scomparve”. E poi: “La gente dimentica che la sua dipendenza abbinata a zero privacy è il motivo per cui si rinchiuse in quel condominio”. C’è chi trova peggio quello che raccontava di lui l’amico Mark Lanegan, ex Screaming Trees. La cruda biografia di quest’ultimo, Sing Backwards and Deep, si chiude proprio sul vuoto che lascia a Lanegan la morte di Staley.

Staley
Gli Alice in Chains, Staley è il primo a sinistra

La canzone più triste degli AIC, secondo alcuni utenti di Reddit, è Shame in You, tratta da Tripod, l’album così soprannominato perché porta in copertina un cane privo di una zampa anteriore. Credo si fosse diffusa la leggenda metropolitana che Layne Staley fosse morto (di overdose o di AIDS) oppure che gli fosse stato amputato un braccio a causa dei buchi d’eroina. Tripod fu la risposta (ironica?).

Dunque: l’album, il terzo della band, fatti salvi i due EP, venne inciso tra aprile e ottobre 1995. Gli AIC erano fermi da un anno e mezzo: non si erano più esibiti live a causa della dipendenza dagli oppiacei di Staley (e all’alcolismo del batterista). Un tour con i Metallica era saltato un attimo prima di andare in scena.

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Staley in concerto

Durante il periodo di pausa, però, Staley aveva inciso Above, il disco (che rimarrà unico e leggendario) dei Mad Season, una super band grunge formata da Mike McCready dei Pearl Jam e Barrett Martin degli Screaming Trees. Strano affare questo: McCready, aveva incontrato Saunders alla clinica rehab di Hazelden e Staley, anche lui passato di lì, venne contattato perché si pensava che la sobrietà degli altri lo avrebbe incoraggiato.

Dice su Reddit un iscritto al gruppo degli AIC: “I was in the same room in Hazelden with Layne in the 90’s, he was very nice interesting persone to talk to. I felt sorry for him from some of his story’s he told me. Can’t believe he is going”.

Comunque: il nome Mad Season indica “the seasons of drinking and drug abuse” (McCready), un tempo che in verità per la band non terminò mai. Nel 1996 l’idea di sostituire Staley con Mark Lanegan rimase lettera morta. Nel 1999, i Mad Season “disbandarono” definitivamente quando il bassista John Baker Saunders si congedò con un’overdose

Ma torniamo a Tripod. Gli AIC, soprattutto per volontà di Cantrell, contrariato dal lungo stallo del gruppo, desideravano mostrare di essere vivi, vivissimi. Ma come si legge su Wiki, stavolta davvero tombale: “It was the band’s last for almost 14 years as Staley died from a drug overdose in 2002”. L’ultima esibizione live della band nella formazione base risale al luglio del 1996.

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La casa di Layne a Seattle

Staley consuma circa sei anni di anonimato all’ultimo dei quattro piani di una casa dal design essenziale, cool senza apparire lussuosa, a questo indirizzo dell’University District di Seattle (potete cercare su Google Maps): 4528 8th Ave NE Apt 5c. Dispone di una serie di ambienti ampi e molto luminosi (l’appartamento verrà venduto nel 2017 a 799mila dollari), e pare che esca assai poco: si vede a volte ai vicini Rainbow Bar o Blue Moon Tavern. Negli ultimi mesi non risponde a nessuno e lascia casa solo e da solo per recarsi a un negozio della catena Toys R Us: acquista videogames, di cui è da sempre patito.

Niente heroin chic, niente presunzione di immortalità, ha contatti con la madre Nancy e saltuariamente con la sorella Liz. Nell’ultima intervista data mesi prima dellla morte alla giornalista Adriana Rubio, Staley dice: “I know I’m dying. […] I’m not doing well. Don’t try to talk about this to my sister Liz. She will know it sooner or later. […] I know I’m near death. I did crack and heroin for years. I never wanted to end my life this way. I know I have no chance. It’s too late”.

E la musica? Finita. Nel 2002, Staley pensava di fare un guest vocals in una canzone dei metallari Taproot per l’album Welcome, ma il progetto non si concretizza. Certo è che l’ultimo a vedere Staley è Mike Starr, ex batterista degli AIC: lo trova così male che è tentato di chiamare un’ambulanza per un ricovero.

Rimane una foto che ritrae the great late Staley, magro e emaciato, con i guanti – si dice oggi che invece di un braccio avesse perso per necrosi un dito. Si discetta online anche sullo stato della sua dentatura. Comunque: quando è morto pesava circa 39 chili (era alto 1.85), nel suo sangue c’erano morfina, codeina e cocaina.

Prima di Staley scompare un’altra persona chiave della sua storia: il mattino di martedì 29 ottobre 1996 se ne va Demri Lara Parrott. Una fine già segnata di quello che era stato un amore a prima vista, l’unico vero grande amore della vita di Staley. Eroinomane al punto da aver contratto una endocardite, Demri Lara Parrott, che viveva ospite di amici e pusher, si era ridotta a prostituirsi e a rubare. La rottura con Staley daterebbe due anni prima, nel 1994.

Comunque. Prima di morire, Layne assicura di avere visto Demri, guardando lo show tv Crossing Over, in cui un medium parla con i defunti. Staley dice a Mike Starr: “Demri was here last night. I don’t give a fuck if you fucking believe me or not, dude. I’m telling you: Demri was here last night”. Straziante.

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Nel mondo di Layne

Staley ha raccontato con poche parole la sua solitudine e il suo scacco, la depressione e l’assenza di speranza in un riscatto in Nutshell – nel 2013, la canzone apparsa per la prima volta su Jar Of Flies (1994) e poi sull’Unplugged, si aggiudicò il nono posto nella classifica dei lettori di Rolling Stone in The 10 Saddest Songs of All Times. È interessante notare come le canzoni degli AIC sono grida incastonate in una spesso infernale risacca ritmica, doppiate dalla magistrale chitarra di Cantrell. Sono parole e musica che forniscono una immedesimazione immediata e forse catartica ai fans che, come tutti i ragazzi del mondo, si sono trovati a combattere nel vicolo oscuro di un coming of age. Quel “If I can’t be my own / I’d feel better dead” è quasi una citazione da My Generation degli Who, da cui si riprende anche il fastidio per l’occhio malevolo o invasivo degli altri. Niente di nuovo sotto il sole o nelle notti maledette dell’anima rock. Stavolta the same old ceremony, il rituale (cristologico) che porta all’overdose il nostro martire preferito, si consuma a Seattle.

Credit: Layne Staley Lives by djwudi is licensed under CC BY-NC-SA 2.0. Layne Staley by black jenny read is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. Layne Staley’s Condo by dtpancio is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. Staley05 by Rex Aran Emrick is licensed under CC BY-SA 3.0.

 

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